LO SPECCHIO DEL MONDO – Cap [1-16]

7 settembre 2009

A te che non sei, e in te non sono.

A te che hai ciò che non ho.

Che hai coraggio di scoprire

Ciò che non conosco.

A te che sei me, io te.

A noi.
LO SPECCHIO DEL MONDO

PROLOGO

O

rmai faceva male da morire. Non si respirava più come in una stanza troppo piccola per venti persone. L’aria viziata che turbava il lento mio respiro. Affannoso. Avanti e indietro, contavo a lunghi passi quel buio. Perché sì, era buio. Non c’erano una dimensione, un punto di riferimento. Ero perso. Così mi sentivo da mesi. Solo. Perso. Illuso. Io, solo.

Quando era cominciato?…

Cosa? Il mio tormento?…

No! Tutto, quando era iniziato?…

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LUI

Il sole che filtrava dalle persiane batteva forte sulle mie palpebre ancora indolenzite dalle due ore di sonno di quella notte. Il sole che mi aveva svegliato ora si nascondeva dietro grosse nubi nere. Dio, sì!…

Amo la pioggia.

Jim Morrison diceva che la pioggia è il dono più bello perché puoi andare in giro piangendo con la testa alta. Ma quanto è vero. E quante volte quell’estate avevo pianto nella pioggia per non sentirmi solo, ma almeno in quello compreso. E mi viene sempre spontaneo pensare all’acqua come pioggia e nient’altro.

Dio è nella pioggia. Non credo in Dio, ma questo ne sono sicuro è un dono prezioso. Ed io amo la pioggia. Ricordo che da sempre ho avuto un solo sogno proibito. Per me era importante tanto il chi quanto il come sarebbe accaduto. Fare l’amore sotto la pioggia. I corpi caldi, amati, cercati e trovati, passionali, ardenti di follia e rinfrescati dalla pioggia che gode nel vedere un simile spettacolo di corpi sudati e belli. Questo è l’acqua. Questo la pioggia.

Quella volta pioveva davvero forte, il rumore delle gocce sui tetti rimbombava sino a divenire frastuono tanto che fu quasi totalmente inutile accendere lo stereo e lasciarsi andare sulle prime note della canzone che passava per RTL 102.5: “Wish you were here” dei Pink Floyd.

Abbandonavo i movimenti del mio corpo al dolce suono della chitarra elettrica, inconsapevole di ogni mio gesto futuro, di ciò che mi sarei dovuto aspettare dal futuro, io che nel futuro non avevo mai creduto, non ci avevo mai sperato, e nonostante tutto esso non era mai riuscito a incutermi timore.

Mi sentivo strano quella mattina, forse la pioggia aveva risvegliato in me il desiderio di vivere, mi aveva fatto fiorire di nuovo, ma prima di tutto, dovevo andare a scuola, l’ultimo giorno prima delle vacanze di Natale.  Era stata programmata la simulazione di terza prova ed io ovviamente non avevo sprecato tempo nel prepararmi adeguatamente, ma mi ero limitato solamente a procurarmi degli ottimi bigini, per prendere più della sufficienza senza troppi sforzi.

Mercoledì 21 Dicembre. Colazione a base di caffè. Impugno le chiavi della mia macchina, una Honda Civic nera, con un rapido gesto. Apro la porta di casa, urlando un «ciao» troppo generale, e la richiudo alle mie spalle.

Infilai le chiavi nel cruscotto della mia auto appositamente lucidata, pronta per le serate che mi avrebbero atteso durante le vacanze. Piede sinistro, frizione. Piede destro, acceleratore. Mano, sul cambio. Parto. E’ la mia giornata, con il diluvio che impazza sul mio parabrezza, i tergicristalli a ritmo con la velocità superiore agli 80 km/h. Non volevo sapere cosa mi sarebbe accaduto. Ma qualcosa, sì, qualcosa sarebbe necessariamente accaduto perché dopo 7 mesi di agonia vissuti nel passato e nei ricordi di una ragazza, io finalmente mi sentivo vivo.

Le strade familiari correvano al mio fianco, gli alberi, le persone e tutto quello che mi circondava, come tutti i giorni da quando un anno prima avevo preso la patente era stato, ma quel giorno era diverso. Gli alberi si muovevano, le persone parlavano e le cose avevano un significato inspiegabile ma profondo.

Semaforo rosso. I motorini dei ragazzini sfrecciavano ai lati della mia Honda e si mettevano ai limiti dell’incrocio pronti a girare la manopola destra e far rombare gli ottanta CV illegali sotto le loro selle. Una vespa rosa, un cinquantino. La ragazza si sistema gli occhiali Carrera neri. Sembra non preoccuparsi di stare dietro alla mia macchina e sembra fissarmi così a fondo da sentire il suo sguardo aperto nei miei occhi. Insopportabile. Sono sempre stato una persona schiva, ho paura, tremo quando la gente mi guarda negli occhi, ed anche quella volta avevo girato il volto lungo la strada che mi aspettava.

Verde. Gli scooter a gara accelerano, uno dopo l’altro, ma la ragazza, la vespa rosa aspetta il mio turno, pronta a seguire il mio tracciato. Libero da pensiero percorro via Mazzini, mentre la radio trasmette “Cat and Mouse” dei Red Jumpsuit Apparatus. Svolta a destra. Anche la Vespa. Anche la ragazza. Corso Umberto. Anche la ragazza.

Ma chi era?… Non mi stava seguendo, sarebbe impossibile, nessuno in quella città mi conosceva. Impossibile, non mi aveva nemmeno guardato in faccia, riconosciuto e nient’altro. Ero un volto nuovo. Mi ero trasferito in quel nuovo paese da poco tempo, tre mesi, perché, dove avevo sempre abitato la scuola superiore aveva chiuso, ed allora avevo cercato un nuovo Istituto ed il più vicino era quello di Milano. Dovevo completare l’ultimo anno di Liceo Classico, ancora sei mesi, ed ero nuovo per chiunque. Quindi no. Quella ragazza non mi stava inseguendo e non sapeva nemmeno chi fossi, neanche fossi stato suo compagno di classe.

Piazzale 3 Agosto. Fermo la macchina. Spengo la radio. Mi accendo una Lucky Strike prima ancora di aver chiuso definitivamente la portiera. Non m’interessava che piovesse, io amo la pioggia, e così goccia dopo goccia mi avvicinai al chiostro della scuola che ospitava tutti gli studenti, chi studiava Seneca, chi copiava una versione, chi parlava o raccontava della serata precedente con il proprio ragazzo o con gli amici e chi come me invece, nell’ incognito, si fumava una sigaretta prima di incominciare la parte realmente dura della giornata.

8.20. Driiin. Inizia la scuola. Classe IIIB. Italiano.

LEI

No. Ancora quella dannata pioggia. Merda, piove sempre e stamattina ancora nessuno mi porterà a scuola. Colazione? Me la scordo, la dieta prima di tutto. Un sorso di succo, nemmeno un bicchiere ed è tempo di andare. Ipod nano rosa in tasca, auricolari bianchi, jeans stretti. Così sto davvero bene. Carrera neri, belli scuri come il colore naturale dei miei capelli.

Scendo in garage. Apro il portone e a cavalcioni monto sulla mia piccola Vespa rosa. Ero consapevole che non sarei mai arrivata salva o addirittura asciutta a scuola, ma ormai c’ero abituata. Erano diciassette anni che vivevo a Milano, sapevo benissimo come le cose funzionavano. Mia mamma mi diceva sempre ogni anno di comprare l’ abbonamento ATM, ed io comunque non l’avevo mai ascoltata. Come ogni santo giorno dunque, uscii dal cancello del mio appartamento che ero fradicia, e messa in moto la Vespa, accelerai per allontanarmi da quella prigione solitaria che amavo chiamare casa, giusto in tempo per prendere un semaforo rosso ed accendermi una delle mie Lucky Strike e buttare via il pacchetto da dieci consumato la sera prima insieme ad Alessandra.

Davanti a me c’era una Honda Civic nera. Alla guida, per quanto la vista attraverso lo specchietto retrovisore della macchina potesse concedermi, un ragazzo con una semplice cresta e un maglione nero. Carino, o forse no. Non lo so e non m’interessava comunque. Verde. L’Honda gira a destra, ed io la seguo. Un po’ seguendo l’istinto ma prima di tutto perché era la stessa strada che mi avrebbe portato a scuola. Sembrava in realtà che io stessi inseguendo quel ragazzo alla guida di quella bellissima macchina nera appena lucidata. Ma non era così.

Piazzale 3 Agosto. Fermo la Vespa rosa, ormai lontana dalla Civic ed entro nel chiostro al riparo dal diluvio che non mi aveva lasciato asciutto nemmeno il sedere. La sigaretta consumata dalla prima accelerata mi era rimasta stretta inutilizzata tra le mie dita snelle, così vidi quello stesso ragazzo di prima che veniva verso di me, o forse no. Ma veniva anche lui nel chiostro.

«Ciao. Non è che avresti una siga?» gli chiesi, quasi del tutto consapevole che non mi avrebbe detto mai di no.

«No. Le ho finite». Ero sicura che mi stesse mentendo. Bastardo. Aveva la faccia da bastardo tenebroso. Ma era enormemente carino in quel suo stato da stronzo inconcepibile e tutto sommato attraente.

«Uff. Va bè, fa niente grazie mille lo stesso» e me ne andai senza aspettare la sua risposta. Se mai me l’avesse data.

8.20. Driin. Inizia la scuola. Classe IIIA. Inglese.

LUI

Non avevo voglia di sentire l’ennesima lezione sul pessimismo leopardiano. Ci mancava solo quello ad aggiungersi alla mia situazione catastrofica. Ormai le mie giornate a scuola passavano come un supplizio eterno senza darmi la minima possibilità di respiro.

L’unica pausa salutare, se così si può dire, era data dalla campanella dell’intervallo alle 11.05. Sì, finalmente aria pura.

Esco dalla porta antincendio che dà sul cortile in cemento della scuola. Indosso il giubbotto di jeans, riparando i capelli ingellati sotto il cappuccio, perché almeno quello sì, non aveva ancora smesso di piovere. Voci femminili gridavano per le nuove scarpe bagnate, per i propri capelli rovinati da quella gelida pioggia d’inverno.

Sovrappensiero tiro fuori dalla tasca dei miei 55D blu il pacchetto nuovo di Lucky Strike morbide, le mie preferite. Strappo l’involucro di plastica con furore. Tolgo la carta argentata. Impugno con la mano destra il Bic mentre con l’altra infilo in bocca la sigaretta. Una boccata di fumo, una boccata di nicotina e libertà mentre mi vengono in mente le parole di “Nicotina Groove” dei Subsonica…segui il suo sentiero giallo tra le dita…

«Ehm ehm» due colpi forti di tosse richiamano la mia attenzione come se volesse dall’ inizio essere quello l’obiettivo di una tosse improvvisata «mi avevi detto di non averne di sigarette».

Era la Vespa rosa. Ancora quella ragazza. Pensai subito che fosse molto presuntuosa e d’altronde l’avevo pensato anche quella mattina sotto il chiostro prima della campanella. E poi, perché mai dovevo giustificarmi con lei solo per non averle offerto una sigaretta? Ecco. Non le dovevo alcuna spiegazione

«Non avevo voglia di dartene una» risposi seccato e con tono ancora più presuntuoso per farle capire che stava rovinando la Mia sigaretta e il mio momento di libertà. La ragazza di cui non sapevo nemmeno il nome era rimasta impietrita di fronte alla mia schiettezza, non se lo sarebbe mai aspettato. Piuttosto avrebbe preteso che io le dessi una delle mia Lucky Strike. Un suo gesto veloce e con la mano mi strappò dalle labbra la sigaretta prima ancora che io potessi fare o dire qualsiasi cosa, prima ancora che potessi reagire, bloccarla o urlare, e se ne andò trionfante sculettando in gesto di vittoria: aveva un bel culo, lei. Lei perché non sapevo come si chiamasse e comunque non m’interessava nemmeno saperlo. Stavo sorridendo, ero da solo, io, era circondata da amiche lei; presi un’altra sigaretta e la accesi, anche se non avrei mai fatto in tempo a finirla prima che iniziassero le lezioni. Ero rimasto guardarla tra un tiro e un altro. Lei si gira e a malapena intuisco il suo labiale “E’ buona questa Lucky Strike” e sorride generosamente.

Ti odio. Presuntuosa. Ti odio.

LEI

“Dr. Jekyll and Mr. Hyde”. Era coinvolgente. Era bello leggere come nell’ essere umano esistano e coesistano due entità, una buona ed una malvagia. Era, come dire, intrigante. Era l’ultimo giorno prima delle vacanze di Natale ed io e la mia migliore amica Alessandra stavamo progettando le serate per tutti quei venti giorni che avremmo avuto tutti per noi. Una festa di qua, una di là senza mai fermarsi. Perse in queste fantasie recondite le raccontai di quel ragazzo, quella mattina, che mi aveva infastidito e lei forse senza nemmeno ascoltarmi, si limitava ad annuire come per darmi la tara.

Dopo la doppia ora d’inglese che mi aveva appassionato e l’ora buca, causa assenza prof di religione, eccoci all’intervallo. Come quella mattina non avevo le sigarette e sapevo già a chi sarei andato a chiederne una. Passavo per il corridoio e già lo vedevo tenebroso e solo in mezzo al cortile sotto la pioggia gelata. Perché se ne stava sempre da solo? E perché mai era così attraente, nonostante sembrasse uno stronzo?…

Aprii la porta antincendio e leggera, coprendomi per non bagnarmi, mi avvicinai a lui così che non mi potesse sentire. Avevo una domanda che mi premeva da tutta la mattinata. Perché mi aveva detto di no? E adesso come faceva ad avere le sigarette? La sua risposta mi lasciò a bocca aperta. Mi disse che non aveva avuto voglia di darmene una. Io, presa dalla rabbia, mi lascia andare al primo gesto. Infuriata, gli tolsi la sua preziosa Lucky Strike da quella splendida carnosa bocca, e orgogliosa me ne andai sculettando vittoriosa. L’avevo in qualche modo umiliato o almeno ci avevo tentato.

Da lontano continuavo a guardarlo, perché in fondo non riuscivo a togliergli gli occhi di dosso nel suo giubbotto nero di jeans, nonostante il freddo e la pioggia, e il cappuccio nero della felpa che gli copriva la testa. Lo guardavo e cercavo di capire cosa lo muovesse, cosa provasse. Quando i nostri sguardi s’incrociarono, non sapevo più cosa fare, allora a bassa voce gli feci intuire che la sua Lucky Strike era molto buona. La sua espressione mutò improvvisamente.

Mi odia. Lui. Mi odia. Ed io sorridevo.

LUI

Ero rientrato in classe con cinque minuti di ritardo, ma non m’importava, come non mi toccavano nemmeno le parole urlate dalla prof Bianchetti, quella di arte. «Non siamo ai tuoi ordini e comodi, Asti». Mi ero seduto strafottente sulla mia sedia al mio banco, lo stesso di sempre da cinque anni ormai. Le gambe allungate sotto il tavolo, la biro che girava tra le mie dita e i miei pensieri che tornavano nuovamente a quella ragazza. Perché la stavo pensando, e pensandola sorridevo?

Mi tornava alla mente Carolina. Carolina. Karol. Bella. Era stata un’avventura, un incontro casuale e di lei, unica, mi ero innamorato, mi ero fidato, avevo imparato ad apprezzarla. Ma lei non aveva ricambiato, mi aveva tradito, colpito, ucciso ed illuso. Io avevo lottato per tenerla al mio fianco, inutilmente. Ormai non valevo più nulla, non ero più stato capace da quel momento di aprirmi, vivere, respirare e sorridere.  Non fino ad oggi. Un’altra ragazza, la sua presuntuosità forse mi aveva colpito come allora, mi aveva ridato il battito e il ritmo regolare del respiro. Almeno, pensai, avevo ricominciato a vivere, senza nemmeno sapere il suo nome.

La biro nera scivolava leggera sulle mie labbra mentre, prima dell’ultima boccata d’aria, la campanella suonava prepotente. La libertà. L’esodo da scuola. La speranza remota, e non so nemmeno perché ci sperassi, che mi chiedesse un’altra sigaretta. Uscii velocemente dalla classe senza darmi neanche il tempo di infilarmi il giubbotto di jeans. Fuori il temporale non era ancora cessato e quanto era bello ammirare le gocce rimbalzare sull’asfalto gelato! Quanto era placante quel lieve rumore. Fermo sotto il chiostro dell’edificio esitai un momento ancora, aspettando qualcosa d’inatteso, forse lei, prima di mettermi in testa il cappuccio nero e correre rapido fino alla macchina per poi gettarmici dentro il riparo dal diluvio che io volevo non si fermasse mai. Con la pioggia potevo piangere ridendo.

Poi la vidi. Era incazzata. Si sarebbe bagnata di nuovo. Una sigaretta in bocca. Da chi l’aveva scroccata questa volta? Dannata. Avevo il respiro corto non per la corsa, perché avevo percorso solo dieci metri. Perché? Perché mi ricordava così tanto Carolina? Perché mi ero fermato nel parcheggio senza andarmene rituale che avevo da quattro lunghi mesi? Ero fermo. Accesi il motore. Inserii la guida sportiva sulla mia Honda e feci rombare i 160 CV passando vicino a lei.

Ma come si chiama?

LEI

Sorridendo salii le scale per rientrare nei corridoi, senza alcune fretta perché sapevamo tutti che, come al solito, il prof di italiano sarebbe arrivato in ritardo. Colsi l’occasione per parlare con Ale, la mia amica, e ne ero sicura, stavolta mi avrebbe ascoltato attentamente. Le chiesi se conosceva quel ragazzo e la sua risposta fu altrettanto rapida quanto sbalorditiva:

«Non lo so, solo perché non lo sa nessuno. Mai visto in giro». Strano. Lei sapeva sempre tutto.

«Perché?» continuò lei. No, niente, così per sapere. Non è vero. Lo volevo sapere, perché quel ragazzo mi aveva acceso la giornata. Mi aveva fatto sorridere nonostante il freddo. Mi aveva colpito la sua arroganza e la sua solitudine. Era riuscito a stare al mio gioco, complice, e mi era piaciuto molto. Raccontai tutti questi momenti alla mia migliore amica che ascoltava attenta, senza lasciarsi sfuggire nemmeno un particolare, e pronta a ribattere sempre con domande più pungenti e pignole.

«NO! Non farei mai l’amore con lui, lo sai!» risposi così ad un certo punto quando ormai le richieste si erano fatte sempre più insistenti e quanto meno spudorate. In realtà non lo avrei mai fatto con nessuno. Io totalmente strana ma diversa dalle altre ragazze che conoscevo. Avevo avuto due ragazzi soltanto, io che avevo 18 anni ed a volte me ne vergognavo. Non mi ero mai fidata dei ragazzi e preferivo il mio stato di castità piuttosto che assomigliare a quelle bambine sedicenni troppo cresciute per la loro età che seminano la propria verginità al primo che passa. Senza offesa, ma questa è la realtà, pensavo ogni volta riguardo a quest’argomento. Potevo e avrei voluto donare ciò che di più prezioso ho solo quando mi fossi sentita libera, bella e unita all’altro e nell’altro. Questo Ale lo sapeva benissimo, così che subito dopo avermi fatto la domanda scoppiò fragorosamente a ridere mentre il prof d’ italiano, il Dona, raggiungeva la nostra classe con importantissimi 25 minuti di ritardo. Grazie prof.

Leopardi occupò le nostre menti per le quasi due ore successive eccetto gli sguardi che io e la mia compagna di banco ci scambiavamo riguardo all’argomento precedente.  Ogni volta arrossivo. Aveva capito che stavo pensando ancora a quel ragazzo tenebroso e ci giocava a suo piacimento per farmi ridere durante la spiegazione. Driiin. Il Dona terminò velocemente la lettura de “Il sabato del villaggio” salutandoci con un rapido gesto di cortesia «Buone vacanze a tutti». Il coro degli alunni gli rispose alcuni con un semplice grazie ed altri con insulti senza senso. Presi il casco rosa, misi gli auricolari del mio Ipod e avvicinandomi ad Ale la baciai sulla guancia sussurrando

«A stasera amore»

«Ok. A stasera e non pensare troppo a lui, è uno sfigato!». Ci salutammo così perché lei avrebbe dovuto aspettare la madre in via Marconi ed io invece mi sarei dovuta recare nel parcheggio della scuola. Quando uscii, l’aria gelata mi sferzò il volto e rimasi ferma intontita senza riuscire a scorgere nemmeno il mio cinquantino. Mi accesi la sigaretta rubata a Luca, un mio compagno di classe.

Eccolo. Rapida raggiunsi il motorino rosa mentre lo cercavo tra le macchine. Non c’era. Bè, fa niente. Girai le chiavi dando un colpo alla Vespa perché scendesse dal cavalletto. Un rumore fortissimo. Un rumore improvviso. Una macchia di colore nero. Non poteva essere che lui. Provai anche a chiamarlo tra un insulto e un altro.

«Fermati,… Sei uno stronzo!»

Ma come si chiama?

1

LUI

LUI

A

venged Sevenfold. ”Dear God”.Una canzone metal ma triste mentre le ruote da 20″ correvano a fianco dei marciapiedi. La scuola era finita, almeno fino a Gennaio. Cosa si fa stasera? Presi il BlackBerry dai jeans blu scuro. Rapidamente cercai il nome di Marco nella rubrica. Anche lui sarà uscito da scuola ormai.

«Ciao Piz» Era il mio soprannome.

«Ciao Marco» risposi impulsivamente «ascolta, stasera?»

«Ci troviamo in Piazza? poi boh, quel che succede succede» rapidamente anche lui mi disse il programma inesistente della serata.

«22.30 in Piazza Castello» e buttai giù il telefono.

Bene. Almeno qualcosa da fare c’era anche se incerto perché i ricordi di quella mattina mi avevano abbattuto e in più come se non bastasse, si era aggiunta quella ragazza odiosa. Con il tasto destro aprii il portone del garage. Scesi dalla macchina dopo averla parcheggiata ben attaccata al muro per lasciare eventuale spazio alla BMW di Francesca. Presi l’ascensore e salii rapidamente le scale affamato.

Ore 13.43. Aprii la porta di casa, e mi bastò una spinta. Era socchiusa. Dentro, con le persiane ancora chiuse, i fasci di luce fioca illuminavano qua e là la stanza. Le assi del parquet cigolavano e scricchiolavano sotto i miei passi. Cos’ era quell’atmosfera da incubo? L’appartamento sembrava quasi abbandonato.

«Sono di qua».

La voce di mio padre mozzata. Stava piangendo.

«Pà, cos’è successo?» incredulo.

«Francesca se n’è andata alla fine…» non riusciva più a proseguire perché le lacrime che gli rigavano il volto scendevano copiose e prepotenti fino alle labbra su cui si smarrivano.

«Tranquillo pà, ce la caveremo. Ora lavati che ci preparo qualcosa da mangiare». Lui. Claudio era mio padre. 67 anni ma ancora giovane. Muratore da una vita, una vita vissuta, eticamente sempre giusto ed imparziale e disponibile a tutti. Ormai da un anno però litigava giorno dopo giorno con la matrigna. Erano vere e proprie lotte, senza risparmi, senza pause. Francesca era stata l’unica donna dopo la morte di mia madre dieci anni fa. Claudio si era ripreso e aveva trovato nella mia matrigna, ex matrigna, una nuova “moglie”, donna d’amare. E oggi lei lo aveva abbandonato dicendo che non era più premuroso e attento alle sue cure come prima. Bene. Vattene. Che a mio padre ci penso io.

La rabbia mi pervadeva il corpo mentre nervoso prendere le pentole come mazze da baseball per riempirle d’acqua. Non riuscivo più a ragionare come se vedessi tutto annebbiato o sfuocato. Quella donna aveva vissuto con noi per otto anni, da quando si era trasferita a casa nostra, e ora invece se n’era andata adducendo una scusa alquanto squallida ed insignificante. Le davo ragione, certo, lei aveva trentasette anni. Troppo giovane per mio padre, ma io ho sempre odiato chi mente. Ero talmente furioso che, dopo aver fatto cadere 2 piatti di ceramica che si accumulavano su quelli già precedentemente rotti, presi il telefono di casa e chiamai.

«Salve, Pronto Pizza, buongiorno».

«Due margherite e due birre in via Castelfidardo 9. Grazie».

«Arrivano subito» e riattaccai ferocemente.

Ero ancora scosso quando passavo l’aspirapolvere nel salotto chiedendomi cosa ne sarebbe stato di me e mio padre, nonostante tutto consapevole che ce l’avremmo fatta. Il pulire la casa accompagnato della musica del mio Ipod mentre Claudio dormiva mi lasciava troppo tempo per riflettere. Andavo avanti e indietro ripetutamente pensando che avrei dovuto scoprire il nome quella ragazza.

Ora.

Io potevo sembrare a prima vista un ragazzo di quelli “duri”, di quelli “bulli”, ma in realtà ciò che i miei muscoli nascondono sono una fragilità costante, una paura pressante. Paura di scegliere, di volere, di chiedere, di amare. Paura di essere me stesso. Avevo poco di cui andare orgoglioso: i miei capelli neri, gli occhi azzurri, i muscoli delle braccia e delle spalle. Ma poi, oltre a quello, chi ero io?

E’ la domanda fondamentale della vita, tutti sono in cerca della risposta che giusta non esiste. Io almeno avevo il coraggio di ammettere che lì, in quel momento non ero nessuno. Finii velocemente di sistemare i cartoni della pizza d’asporto e andai nella mia stanza solo dopo essermi assicurato che mio padre stesse ancora dormendo. Chiudo la porta, attento a non fare rumore. Mi siedo alla scrivania. Apro la finestra, piove ancora, sembra ghiaccio. Accendo una sigaretta con la destra mentre con l’altra mano tengo la tazzina del caffè della moka appena fatto. Premo il pulsante d’accensione del computer ultratecnologico. Almeno di quello me ne intendevo.

Pensai “vediamo FaceBook cosa offre”. Curioso ed ansioso alla ricerca di un nome. Un volto. Qualcosa di lei. “www.facebook.com”. Inserii nello strumento di ricerca il nome della mia scuola: 318 possibili combinazioni. Merda, non conosco nessuno in quella dannatissima scuola. Chi potrebbe essere lei? Non potevo passare otto ore a guardare i nomi e cercare di associarli a delle foto. Elisa, Elisa, Elisabetta, Elle. Chi cazzo mai si chiamerà Elle? Erica, Francesca, Flavia. Ce n’erano troppi ed io ormai non ne avevo più voglia. In qualche modo però, se possibile, volevo ancora il sorriso che lei, sculettando vittoriosa, oggi mi aveva dato. Da quanto tempo non mi sentivo realmente felice, nemmeno per un istante? Per quanto tempo ancora avrei dovuto camminare, correre sotto la pioggia?

Vibra il cellulare. Uno squillo. Non è lei, lo so, anche se quella possibilità è l’unica che mi rimane in testa. Penso solo a quello altrimenti chi mai mi farebbe uno squillo, eccetto Marco. Ma cosa poteva volere?… Chi mi conosceva, io che sono l’ignoto?…Allora era lei? Mi trema la mano mentre prendo il BlackBerry 8110 e rapidamente sblocco la tastiera per vedere bene la scritta “Una chiamata persa” e il numero solo composto di cifre senza alcuna corrispondenza nella mia rubrica. “Invia SMS a +39…..”. “Chi sei?”. La mia domanda è semplice e diretta. Potrebbe essere chiunque, ho anche il numero su FaceBook. Vibra di nuovo per segnalarmi l’invio del mio messaggio. Ora non resta che attendere e intanto accendo Itunes per passare l’attesa.

“La canzone che scrivo per te” di Marlene Kuntz. La voce roca che gratta nelle casse del mio Dolby Sorround ed è perfetta così, in perfetta sintonia con la nuova ed attesa vibrazione del BB. SMS. Sblocco la tastiera. Visualizza SMS. “Ciao Piz, sono Karol. Già non ti ricordi più di me?  Scusami, avevo cambiato numero. Come stai, come va a Milano?”

Merda. Cazzo. Perchè?

Le emozioni che trapassavano le mie membra erano troppe e troppo distinte tra loro senza lasciare spazio al respiro affannoso che mi riempiva i polmoni. Un messaggio così però lasciava anche troppo spazio alle interpretazioni. Voleva tornare con me. Voleva sapere. Voleva che io avessi il suo numero. Voleva dirmi qualcosa. Che cazzo voleva?

Decido improvvisamente di non rispondere, non le dovevo niente più in fondo e non ne volevo sapere altro. Non oggi. Oggi era già tutto troppo caotico. Lancio il cellulare sul letto e accendo una sigaretta. Mancano cinque ore prima di uscire ed io sono qui con un messaggio di una mia ex ancora troppo importante e una droga tra le dita da aspirare e riempire lo spazio vuoto dentro di me con il suo fumo denso. Lei, troppo importante perché sia dimenticata, ed ero qui con mio padre distrutto per la sua perdita di Francesca, e la mia testa piena di un desiderio strano e sconosciuto per una ragazza sconosciuta. Sconsolato, mentre la canzone finiva, mi addormentai spegnendo la Lucky Strike nel posacenere e mi abbandonai ai ricordi di un passato ancora non tanto lontano. Al ricordo di Carolina, oggi tornata prepotente nei miei pensieri e nella mia vita. Stronza. Ricordo. Ricordi e pensieri vaghi. Una lettera che scrissi, ancora stampata in testa.

“Mi è sempre stato insegnato che la parte più difficile dello scrivere è l’ inizio.

Come cominciare una lettera che non sai dove porta?

Fortuna mia, so da dove è iniziata. Anzi il suo inizio è molto prima.

Era stata un’ estate lunga, forse dovuta all’ esperienza di lavoro senza pause, forse dovuta alla storia conclusasi tragicamente il Giugno passato con Arianna, quella storia che sulla mia persona aveva lasciato un segno inconfondibile di sfiducia, amarezza e disprezzo. Delusione. Sì, ero deluso, senza pensieri né iniziative. Passavo la giornata a lavorare vicino al caldo cocente del forno a legna, e le nottate a bere con le prime persone che incontravo, non perché non avessi più amici, ma forse perché erano loro quelli che volevo evitare, quelli che GIA’ mi conoscevano e fin troppo bene.

Era stata la stessa estate in cui avevo finito le lacrime da versare, in cui la mia voglia di scappare, fuggire, andarmene era l’unico pensiero che mi sosteneva a spegnere la sveglia ogni giorno. E ogni giorno combattevo contro me stesso, contro i miei genitori, i miei amici che vedevano in me un ragazzo appena diciottenne che finiva come tutti gli altri delusi della propria vita, senza idee, senza voglia, senza sentimento. Io non volevo che finisse così. Non volevo essere COME gli altri. Volevo distinguermi, desideravo che qualcuno mi notasse, che vedesse che io ero diverso, che non ero COME gli altri. Forse però, quella diversità che io andavo a sbandierare a chiunque, quella stessa diversità era solo nella mia testa, nel mio continuo cercare, nella mia continua bramosia di una via di fuga.

L’estate correva, come correvano i giorni le ore i minuti i secondi senza mai fermarsi, il tempo tiranno mi seguiva, m’ inseguiva senza sosta, convinto che prima o poi sarebbe arrivato il mio momento di scegliere perché “non può piovere per sempre”, e dal tempo, dalla propria vita non si può scappare. Non ci puoi riuscire. Non saresti umano. Io lo ero invece, ero un uomo, un ragazzo che in me aveva trovato la sua unica via di fuga in quella stessa Arianna che lo aveva abbandonato.

Ma sono testardo, lo sai, e lo ero anche allora. Contro quella fottuta vita di merda che mi era stata data dovevo lottare o che uomo sarei stato altrimenti? Che diciottenne, ventenne e trentenne sarei poi diventato fuggendo? Il passato e il futuro. Uno mi rincorreva da dietro, mentre l’altro mi aspettava di fronte, pronto a fermarmi, colpirmi e sotterrarmi. In preda a questi pensieri, a queste corse repentine Agosto era trascorso interamente. Fu lì, in un mese orribile per tante cose, in quello stesso mese di merda che trovai la mia via di fuga, la mia “salvezza”.

La serata nel ristorante era conclusa, Sabato 1 Settembre 2007, una serata come tante altre fino a quel momento. Sparecchio e apparecchio i tavoli, pulisco la sala da cima a fondo consapevole che di lì a poco avrei trascorso l’ennesima delle mie banali serate e inconsapevole che invece non sarebbe stato assolutamente così. Mi cambio, mi lavo, esco dallo spogliatoio del ristorante di Lodi Vecchio quando la campana del duomo suona le 23.30. Tranquillo ordino una Corona senza limone, grazie. Mi siedo fuori mentre parlo con il pizzaiolo Salvo e intanto fumiamo, io una Lucky Strike e lui Diana Blu. Nessuno sapeva che avrei dovuto scroccarne una a breve. Un’altra Diana Blu. Saluto, salgo sul motorino e prima di accendere la musica del mio Ipod chiamo mio cugino Tommaso:”Pronto” dice lui “sì, ciao Tom, ascoltami, dove sei?” chiedo io “sono alla Coldana, vieni che ti presento la mia ragazza Daniela”. Ok. Perfetto. Qualcosa di diverso. Divertito, metto gli auricolari scegliendo appositamente la canzone che mi potesse accompagnare negli otto chilometri di strada che avrei dovuto fare. “Awake” dei Finch. La musica potente scandiva i rombi del mio cinquantino. La musica, le urla del cantante riempivano l’eco della mia testa che mai, dal 2 Giungo, si era più riempita di altri pensieri che non fossero la fuga, inconsapevole che ora avrei dovuto incominciare a inseguire. Passano le canzoni, i minuti e le luci a lato della strada, mentre il mio punto di partenza si avvicinava. Ero vestito come il solito quando staccavo dal lavoro: camicia bianca, rigorosamente maniche lunghe, pantaloni neri, e scarpe della Puma rosse e nere. Sovrappensiero getto uno sguardo nello specchietto del motorino, sorpreso dell’azione e della reazione: mi sentivo bene. Leggero. Il casco sotto il braccio, la sigaretta, un’altra, accesa nella destra mentre attraversavo la Coldana scorgendo a malapena il gesto di Tommy sorpreso del mio arrivo così repentino.

“Piacere, Filippo.” “Ciao, piacere mio, Giulia”.

Ricordo che ti aveva scorto non appena ero entrato. Indossavi una maglietta bianca scollata, il tuo immancabile giubbotto nero di pelle che ti rendeva così accattivante, e i jeans grigio chiaro con le borchie che, permettimelo, ti facevano un culo splendido. Ormai Daniela non m’interessava più.

Io confuso dalla situazione mi sedetti a fianco a te, intimorito come se tu potessi essere la ragazza di uno dei miei amici, e consapevole che però non lo fossi. Non c’era stato bisogno di presentazione. Un nome a testa e via. Un sambuca per me, senza ghiaccio grazie. C’era il ghiaccio e per spaccarlo decisi che mi sarei dovuto lamentare un po’. Ti chiesi se lo volevi assaggiare, ma tu negasti, ma non volevo farti ubriacare, volevo che tu parlassi con me perché la mia testa in quel momento non era più solamente un peso sulle mie spalle, non la sentivo proprio, non ragionavo, così  assorbito dai tuoi sguardi da sentirmi compreso ed ascoltato, così unico da sentirmi diverso come da ormai tre mesi cercavo di essere. Sapevo benissimo cosa fare, dovevo interagire con me, e non bastò nemmeno l’attimo per formulare questo pensiero che già le parole fluivano calme dalla mia bocca. Era davvero una sensazione unica senza la quale, lo so, e lo sapevo già allora, non sarei più riuscito a vivere. I miei occhi giravano lenti, soffermandosi sulle parti sinuose del tuo corpo, così bello, seppur vestito, così amabile, dolce e provocante. Io sapevo di essere uno che sa cogliere i più piccoli particolari e renderli caratterizzazioni psicologiche, ma con te era impossibile, o forse semplicemente non volevo, non mi serviva, volevo iniziare e ne avevo avuto l’occasione. Tu non mi conoscevi come tutti in quella zona all’aperto sapevano. Tu dovevi giudicarmi per chi ero in quegli istanti infiniti in cui le nostre frasi si sovrapponevano eccitate, in cui i nostri sguardi si incrociavano ansiosi, in cui forse avremmo voluto avere di più. Sapere già cosa fare e farlo. “vuoi una sigaretta?” “no, grazie le ho”. Diana Blu. Merda. Fottuto destino che si prende gioco di me. Mezz’ora prima avevo detto al mio pizzaiolo che odio quelli che le fumano, ma ora come avrei potuto dirlo? Decisamente non potevo. Lasciai stare, anche perché che importanza potevano avere venti sigarette in un pacchetto bianco in cui l’unica cosa che cambiava erano le scritte? Nessuna, infatti. La nicotina entrava libera e serena nel mio corpo. Da quel momento ci furono tre momenti in cui una sigaretta è d’obbligo: dopo il sesso, dopo il pranzo e dopo averti conosciuta. Era un orgasmo di emozioni, credimi, senza freno, il cuore che batteva, i muscoli avidi di movimento e le corde vocali che vibravano nella gola, ansiose di poter liberare un grido di gioia e di felicità.

Carolina.

Qual era però il motivo che l’aveva spinto in quel di Lodi, ora che sapevo che era la cugina di Giulia, e come mai tutta sola dopo che mi aveva raccontato del suo diciottesimo, e del vestito verde corto che aveva indossato e della sbornia. Perchè era sola? Perché?

Lei era sola come me. Lo capii. Cercava ciò che io avevo trovato in lei: tranquillità, fiducia e comprensione. Né io né lei lo sapevamo ancora, ovvio. Né io né lei eravamo pronti a ripartire così senza sapere nulla. Ci sarebbe servita troppa fiducia, e quella a noi mancava, lei per il suo ragazzo ed io per la mia Arianna che in quel momento di fulgidi pensieri scorsi insieme al suo nuovo ragazzo in mezzo al cortile della Coldana. Avrei potuto alzarmi, incazzarmi, urlare, gridare, piangere. Risi.

Perché avrei dovuto volere ancora lei, quella che mi aveva tradito, che non mi aveva amato, compreso e tranquillizzato, quando di fronte a me, Carolina con un solo sguardo e qualche parola mi aveva dato più di quanto Arianna fosse riuscita a trasmettermi in due mesi. Rimane certamente una storia importante, che mi ha cambiato e fatto arrivare fin dove sono arrivato. Ma non era la storia che volevo, non quella che mi sarebbe servita in quel momento. No. La storia che cercavo era la possibilità che mi si era parata davanti, ma perché continuavo a farmi questi pensieri quando avrei dovuto parlare con lei? La mia testa si fermò improvvisamente. Non so quanti anni abbia. La mia età. Di Piacenza. Fa l’artistico. Ogni parola era dolce. Ed io imbambolato la fissavo quasi avidamente, quasi irrispettosamente, come se fossimo solo noi due. Complici. Eravamo complici di quegli sguardi perché evidentemente lei pensava le stesse cose che pensavo io, due giovani amanti innamorati, divisi da un legame ancora troppo forte con la realtà che li aveva formati, ma così vicini in quelle loro storie tristi e pieni di amarezza. Parlami di te, ti prego. Volevo sapere ogni cosa, volevo che la sua vita mi entrasse nella testa e che non smettesse mai di eccitarmi, saziarmi e volermi. Volevo che il suo profumo uscisse da quella maglietta bianca che le incorniciava il seno, attraversasse lo spessore del giubbotto nero e mi riempisse il naso. Volevo che quel profumo, quell’odore di donna e ragazza m’inebriasse, mi rendesse ancora più vivo di quanto già non fossi. Non ricordo il nome del profumo, ma che importanza avrebbe saperlo quanto già so che era perfetto? Non serve sempre un nome per identificare una cosa. Basta averne l’idea, il tatto, la vicinanza. Un’altra sigaretta, questa più lenta, più assaporata che rendesse il mio naso e la mia testa un mix di nicotina e profumo, un luogo dove trovare piacere e compiacimento.

Ce l’avevo fatta, ero riuscito a recarmi lì dove la sua mente era già arrivata da un pezzo, perché sì, lei era molto più svelta a capire di me. Entrambi volevamo qualche occasione per parlare per conoscersi, entrambi consapevoli dell’incertezza che stavamo sfidando, ma entrambi consci che avremmo dovuto provare, o l’uno o l’altro si sarebbe dovuto buttare. Avremmo dovuto decidere in fretta. Avere il tempo necessario per noi, per capirci ancora più a fondo.

“Andiamo?” chiesi.

Lei era già in piedi. Aveva fatto un cenno a Giulia, ed io a Tommy. Ce ne stavamo andando dalla Coldana, il luogo che ci aveva fatto incontrare, dove io personalmente non avrei mai cercato quella bella ragazza che mi aveva incantato in un attimo e che ora mi trascinava via con sé. Verso l’infinito? No. Io in motorino e loro tre in macchina ci stavamo dirigendo al Forno di Lodi. Arrivai prima io. Conoscevo le strade. Daniela arrivò in macchina nel momento in cui io mi stavo togliendo il casco dalla testa e davo risalto ai miei capelli ricci di cui ero sempre stato orgoglioso. Tolsi gli auricolari che ancora trasmettevano “Malinconica” di Marlene Kuntz, spensi l’Ipod, riponendolo in tasca. La domanda che ci percorreva le menti era semplicemente il motivo per cui ci trovavamo lì, quando tutti e quattro sapevamo l’uno le intenzioni dell’altro. Era una scusa. O almeno in quello si è trasformato. Carolina ed io, complici amanti, ridevano dei finti litigi di Giulia e Tommy, noi due, ignari, o forse volutamente menefreghisti di ciò che stava girando intorno a noi. Non serviva respirare per sentire a fondo i battiti del mio cuore, quando lei completamente disinteressata delle parole dei due, si era rivolta a me appoggiando una mano sullo scooter. Ecco quello che serviva. Domande, risposte, una conversazione. Io, come burattino nelle sue splendidi mani da artista, muovevo i miei arti, le mie labbra e i miei occhi seguendo i movimenti dei fili tesi ed eccitati. Avevo il mio copione da recitare, ma per quella volta, come quel burattino educato seguivo la storia che entrambi istante per istante stavamo scrivendo. Una storia triste e romantica. Dolce e rabbiosa. Eccitante e rilassata. Piena d’amore, d’odio, di passioni consumate e appena iniziate. Non ricordo di preciso di cosa avessimo parlato quella volta, perché la mia mente, il mio cervello, la parte razionale di me non era più in grado di calcolare le infinite possibilità di combinazioni per formulare un discorso, così rapito da quell’enfasi, da quelle estati che lei, Carolina, aveva infuso in me, da non saper più dire né come né perché io mi ritrovassi lì. Ma sapevo che ero felice. La felicità è un attimo fugace, ma io ero stato capace di tenerla. Di trattenerla. Lì con me, almeno per un mese. Forse perché la felicità era Carolina, forse perché io e lei eravamo felici, forse io e lei complici amanti, nell’uno avevamo trovato ricompensa dei nostri bisogni, desideri e affannose ricerche dopo tanto tempo, troppo tempo. Questa volta il casco lo indossai per tenere a freno e rinchiudere al sicuro i miei pensieri. Piazza Castello. Tutti erano lì, parlavano concitati, ma nessuno si era accorto, come avevo invece fatto io, che quel cazzo di piazza, così monotone e piatta, era ravvivata da questa infinita timida dolcezza che mi aveva fatto sorridere a tutti anche dopo una serata di lavoro come lo era stata quella sera, dopo una giornata come quella appena trascorso, dopo una scoperta così bella, drammatica e sconvolgente da sembrare quasi irreale. Dovevo andare a casa, era tardi, ero stanco e non avevo voglia di bere, non quella sera, non quella dannata stupenda notte. Salutai tutti, e mi soffermai un momento prima di decidere cosa fare. Non avevo il coraggio, lì di fronte a tutti di chiedere il numero a Carolina, non avevo il coraggio e la spensieratezza di rischiare così tanto, perché sì, capisco le persone, ma non sempre, e con lei non ci riuscivo (o non volevo?). Non potevo fare quasi più nulla. Ringraziai e me ne andai com’ero solito fare, nell’ombra, ignoto ai più, quasi insignificante anche se sempre presente. Corsi a casa, parcheggiai il motorino, salii le scale, aprii la porta mentre i miei battiti acceleravano per l’emozione più che per la fatica. Mollai giù tutto ciò che m’impediva un solo importantissimo movimento. Presi il cellulare. “Tom, dammi subito il numero di Carolina.”. Attimi di silenzio così profondo riempivano una stanza vuota e impersonale. Vibra? No, non vibra. Merda. Non mi vuole ed io lo sapevo, ma perché l’ho fatto? Lo so già, ora mi tocca andare ancora in depressione perché io sono un coglione. Ha vibrato? Si si si. Vibra vibra. Il numero che appariva sullo schermo non l’avevo in rubrica e quante possibilità c’erano che qualcuno all’una di notte mandasse un messaggio a me, considerata dopo tutta l’estate il bocciato lavoratore?. Ce n’erano veramente poche, ma come potevo non credere nel destino in quella notte dove quello stesso destino mi aveva guidato da lei, mi aveva fatto rincontrare quelle dolci sensazioni che io e il mio corpo non conoscevamo da tanto. “Potevi chiederlo direttamente a me il numero, comunque per me va bene uscire qualche volta con te”. Bacio.

Cosa? * non dire così altrimenti sembra che tu non lo voglia.*

No. Lo voglio. Lo volevo. Ero stanco, stressato, ambizioso, coraggioso, fiducioso.

Ero felice. Quella notte era dannatamente e fottutamente mia. E quella notte ero dannatamente e fottutamente felice.

Felice, cazzo.

E lei?…Lei non lo so. Ma io ero sicuro come non mai quella notte, ero sicuro di me stesso come non mi capitava da tanto tempo. Ero sicuro che sarei stato capace di renderla felice quanto me.

Buonanotte, Carol. Un bacio.”


2

THEY ALWAYS COME BACK

A

lettere cubitali ancora questa lettera, ogni parola, virgola, punto era impresso nella mia mente come un copione da recitare ed ora nel mio sogno, dormendo, la rileggevo ancora una volta. Improvvisamente un rumore interrompe quel dolce e fastidioso dormiveglia. Sta suonando MSN. Un messaggio. Due messaggi.

Chi mai voleva qualcosa a quest’ora? Erano già le otto di sera, tutti mangiavano. Karol. Il suo nome brillava forte sullo schermo. Il suo nome mi ronzava in testa insopportabile. Tanto dentro da far quasi male. “Come mai non rispondi al mio messaggio? Volevo comunicarti una notizia importante ma se non ci sei, niente.” Ancora? E poi quella notizia, qualunque essa fosse non volevo saperla, non la volevo conoscere. Per me era ininfluente. Un gesto violento, non voglio più ascoltarla, leggerla, vederla e lei lo avrebbe dovuto sapere benissimo. Spengo il PC. Accendo lo stereo. I Dufresne con “Oltre la pioggia”. Χαος.

L’acqua tiepida scendeva rapida e frizzante sulle mie spalle, la mia schiena e mi perdevo in quello stato così sublime da sembrare irreale. Era come lavarsi via ogni senso esteriore per concentrarsi invece sull’ io interiore, su quello che volevo e pensavo. Ero conteso, strappato in due. Il mio passato, Carolina, il mio presente, lei. Bè, pensare che fossi colpito da una ragazza di cui non conoscevo nemmeno il nome, mi faceva sempre sorridere. Era dolce. Ignoto. L’ignoto è dolce e soddisfacente è scoprirlo e svelarlo. Quanto ci vorrà però? Dove troverò il coraggio io che non ne ho mai avuto in queste cose? Chiusi il rubinetto quando mi accorsi dell’ora: 21.30. Avevo solamente un’ora per mangiare e vestirmi. Ok, non ero un’occasione importante perché dovevamo solamente andare dove non sapevamo ancora. Mi misi l’asciugamano intorno alla vita, passai davanti allo specchio rendendomi ancora una volta conto di quanto mi piacesse ciò che era diventato il mio fisico. In camera i Linea 77 e “Mi vida” rompevano la tranquillità del buio. Accesi la luce e incomincia a pensare al mio abbigliamento. La spia rossa del BlackBerry lampeggiava insistentemente per avvisarmi che mi era arrivato qualcosa. Sblocco la tastiera. Una chiamata persa. Karol. Basta. Ti odio, stronza. La rabbia che quel nome  mi provocava era incontenibile, troppo forte, troppo intensa e fastidiosa. Troppo odio e faceva ancora troppo male. Perchè piangevo? Perchè le lacrime scendevano senza che io lo volessi? Oddio, no! Mi stesi sul letto singhiozzando, cercando di non pensare ancora a Carolina. Passarono i minuti senza nessun movimento o rumore, poi mi alzai. Improvvisamente. Presi in pantaloni scuri appoggiati allo schienale della sedia. Indossai la solita camicia nera. Maglione nero. Vans “Old Skool”. Passai dalla cucina per salutare mio padre, senza fermarmi nemmeno per prendere un pezzo di pane. Presi le chiavi della macchina e fui fuori alle 22.20. Non ero in ritardo, ci avrei messo circa sette minuti, ormai lo sapevo. Subito fuori dalla porta mi bloccai così a lungo che la luce delle scale interne si spense. Devo smettere di pensarle. Di pensarla. Così senza riflettere giù fino al garage e mi gettai in macchina sperando che almeno la musica potesse distrarmi.

“Per te” di Jovanotti. No. Cambio canzone. “Immobile” di Alessandra Amoroso. Sì. Accendo la macchina. Il testo di quella canzone è troppo vero, troppo giusto. Andava da dio con la mia malinconia. Acceleravo sempre di più appena fuori dal portone. Non davo pause al motore che ruggiva finché non arrivai ai 212 Km/h e i giri sopra i 5000 RPM. Ero potente in quella notte nera e stronza. Ero forte e volevo esserlo, volevo dannatamente cambiare. Forse quella sera ce l’avrei fatta, ne ero certo. Ore 22.30. In orario spaccato. Nemmeno un secondo di ritardo e vedo Marco aspettarmi nel parcheggio in fondo a Piazza Castello.

«Sei in ritardo, Piz»

«Non è vero» risposi leggermente irritato, perché quella sera non mi andava. Quella cazzo di sera no.

«Ci facciamo una birra?» La proposta mi allettava, quello non era un cambiamento ma solo un modo per iniziarlo.

«4 Heineken» Chissà perché proprio quattro? «così ci portiamo avanti». Sembrava che il mio amico mi avesse letto nella mente. Così ci portavamo avanti. Una lunga sorsata di birra ghiacciata del baracchino che ormai conoscevamo da sei lunghi mesi, da quando avevo incontrato Marco per la prima volta; forse il mio unico amico da allora. Quella bevanda alcolica era ciò che mi serviva per iniziare a parlare. Gli raccontai tutto, anche se non i particolari dei miei pensieri perché, lo sapevo, si sarebbe annoiato subito. Quella notte la sua ragazza, Clara, Kler per gli amici, non c’era. Era libero, come me; libero di pensare e di pensare a me che stavo male ed avevo bisogno di lui.

«Carolina cosa c’entra?» chiese lui curioso, anche se ovviamente sapeva ogni cosa di Karol, ed era già furioso solo al nominarla.

«Non lo so e non l’ho ancora capito» ed effettivamente non lo sapevo.

«Devi dimenticarla, è parte del tuo passato, ora sei qui, pensa a Lei, come la chiami tu». Aveva ragione ma in qualche modo Karol tornava ripetutamente nella mia testa instancabile e infaticabile. Un’altra sorsata di birra. Andava giù lungo la gola divinamente, era acqua ormai, né più né meno.  La nottata vuota mi costringeva a pensare ed io non ne avevo voglia così proposi a Marco, dopo aver preso anche la terza Heineken a testa, di andare da qualche parte.

«Alcatraz?» Disse lui risoluto. Certo, ma guido io.

Marco non andava mai veloce, io invece non risparmiavo benzina, non pensavo al costo, schiacciavo, buttavo giù l’acceleratore senza rimorsi. Arrivammo in fretta al locale trovando parcheggio lì di fronte. In quel posto non c’ero mai stato se non una volta per una festa. Dentro sì, me lo ricordavo, era una discoteca, un piano bar e spogliarelliste ovunque. Il buttafuori che ci attendeva era alto, grosso e muscoloso: sembrava l’uomo adatto a incutere paura anche ai più temerari. Ci squadrò, ci controllò centimetro per centimetro prima di lasciarci entrare per pagare il biglietto di ingresso. Quando le porte si spalancarono sotto la spinta forzuta dell’ uomo della sicurezza la musica era assordante già da dove ci trovavamo noi. Le luci lampeggianti, stroboscopiche. Verde, viola, blu, suoni. Erano suoni privi di vero ritmo, ma con l’alcol che mi trovavo in corpo, non potevo far altro che muovermi e ballare. Non ero mai stato un grande ballerino, ma non mi accorgevo di nulla, mi sembrava di essere da solo in pista e questo mi rattristava alle volte, e altre mi rallegrava. Ero strano. Decisi che dovevo prendere un cocktail. Un altro. A stento riuscivo ad avanzare tra la folla, urtando qualcuno, toccando altri, chiedendo permesso sbiascicando parole indistinte e comunque che non si sarebbe mai sentite nel frastuono. Non sapevo più cosa stavo facendo. Marco non lo vedevo da quando aveva trovato una sua vecchia amica all’ Alcatraz ed erano quasi due ore che si trovavano sicuramente nel privè.

Arrivai al bancone: mi sembrò di aver corso o camminato per troppo tempo perché ero stanco. Un negroni, grazie. Buttai giù 1/4 del bicchiere senza respirare, ma non era la sete che mi spingeva, ma solamente la voglia di bere, di togliermi le inibizioni, dimenticare e non pensare più a ciò che mi circondava e che mi faceva schifo. Stavo male. Dentro e fuori. Andai nella sala fumatori, cosa che, sapevo già, non avrebbe fatto altro che peggiorare la situazione. Lì, fortunatamente, vidi Marco con la sua “amica”, entrambi eccitati e, si vedeva, vogliosi. Sdraiati l’uno sopra l’altra sul divanetto rosso. La lingua di lui nella bocca di lei e viceversa. Mi avvicinai di soppiatto, non avrei voluto disturbarli, non se fossi stato sobrio.

«Ehm ehm…» inizia mentre loro continuavano come se io non fossi stato lì e non avessi parlato a loro «io sto male. Vado fuori a prendere dell’aria fredda per riprendermi. Ti aspetto lì. Quando vuoi». Parlavo a monosillabi e intanto mi allontanavo da loro, per quanto il mio corpo me lo permettesse.

La testa girava forte. Sentivo le pulsazioni del sangue in ogni mia parte. Suonavano forte le mie vene sotto la pelle. La musicava rimbombava nella mia mente, un dolore assordante. Il sudore delle persone mi asfissiava, senza respiro raggiunsi solamente il centro della sala. Ero solo lì in mezzo. A fatica, arrancando, cercai di farmi spazio mentre ogni rumore, persino quello dei miei passi era caotico, pieno d’incertezze, ambiguità e dubbio. Vidi l’immagine verde sfuocata dell’uscita d’emergenza stagliarsi sulla porta nera con il maniglione antipanico rosso. Antipanico. Sei mio. Pensieri senza senso. Lo volevo, era la mia via di fuga, la mia piccola e remota occasione. “E’ più facile per un cammello passare per la cruna di un ago che per un uomo accedere alla porta del paradiso”. La Bibbia? Perchè sto pensando alla Bibbia? Bè, quella porta per me era come per quell’uomo quella del Paradiso. Sfiorai il maniglione e lasciandomi cadere su di esso lo aprii e mi accasciai di là da esso, sul marciapiede. Ce l’avevo fatta, ma allora non era poi così difficile entrare in Paradiso!

Fuori l’atmosfera era notevolmente cambiata, solo il rumore vago e monotono delle automobili rompeva il silenzio che in me però rimaneva immutabile. Sentivo il vociferare delle persone in fila per l’Alcatraz ma nulla mi turbava. Ero calmo. Ero a posto ora, anche se visibilmente ubriaco. Mi sedetti dall’altra parte della strada, sul marciapiede stavo con la testa appoggiato al ginocchio destro e con le braccia distese che toccavano l’asfalto. Tirai fuori dai pantaloni il pacchetto di Lucky Strike e accesi l’ennesima sigaretta. Le contai. Ne avevo ancora. Pensai che fossero abbastanza da passare il tempo prima che quell’arrapato di Marco uscisse a cercarmi. Ma a me andava bene così, senza fretta alcuna, perché l’aria gelida sferzava e colpiva il mio volto con tremendo vigore. L’ebbrezza diminuiva i miei sensi perché nonostante fossi rimasto solo con la camicia, non sentivo né brividi, né freddo. Era il mio momento, sentivo che stavo cambiando senza saperne il motivo. Sentivo che stavo migliorando ora l’unica cosa che mi serviva era avere Lei, perché in un modo o nell’altro ce l’avrei fatta, stavolta senza timore, perché lei mi avrebbe salvato da Carolina. Anche se non conoscevo il suo nome. Pensavo e sorridevo.

Due mani ghiacciate. Mi prendono. S’impadroniscono di me, del mio volto, del mio corpo. Mi girano, mi alzano, mi eccitano.

Le mani scivolano libere lungo le braccia, poi sui pettorali e giù sotto i jeans. Eccitato. Eccitato. Chi sei tu? Chi sei tu? La domanda struggente nella mia testa. Avrei voluto fermarla ma non ci riuscivo, troppo arrapato sebbene ubriaco. Il calore della sconosciuta è avvampante, mi riscalda e solo ora mi rendo conto di avere freddo. I peli delle mie braccia si rizzano, eccitato e infreddolito. Le labbra mi tremano, non riesco a bloccarle, serrarle, chiuderle. Reggo il gioco di lei, giochiamo benissimo come degli esperti come se conoscessimo tutto l’uno dell’altro senza timore od esitazioni. Ora sono in piedi di nuovo. Le mani sue nella mia schiena, le unghie rabbiose mi graffiano, mi segnano. E le sue labbra?

Come una frustata e le sue labbra mi divorano, mi catturano. E’ un bacio potente, caldo, eccitante. Sentivo il suo sguardo aperto nel mio chiuso. Lo sentivo pressante. Il bacio continua. Un gioco stupendo di lingue e complicità. Come descriverlo non saprei se non dicendo sublime. Lì era buio. Tutto buio. Ma il calore che il seno semi scoperto della donna emanava era forte, bruciava. Avevo voglia di scopare. Volevo farlo, avrei voluto farlo. Mi scottai, le mie mani vogliose sbottonarono la camicetta senza nessuna resistenza, né la mia, che non riuscivo a fermarmi, né la sua che forse desiderava proprio la mia perdizione nella sua carne. Le mie mani lungo la schiena, sul suo seno, lo prendono, lo toccano, sfiorano, baciano, sentono. Non eravamo più in piedi, non eravamo più lì. Sentivo il tessuto morbido di un sedile di pelle nera. Sentivo il suo profumo intenso e bello mischiato al mio e a quello della mia macchina, lo riconobbi subito. L’avevo scelto accuratamente. Le strappo con forza e con impeto l’ultimo bottone dei jeans. Avevo bisogno di tutto questo, forse il motivo per cui mi lasciavo andare alla passione sua e al desiderio mio.

Siamo due. Siamo nudi. Sono io dentro di lei, complici perfetti, complici ignoti e bellissimi. Stavo scopando. Finalmente. Era passato troppo tempo dall’ultima volta con Carolina. Il ritmo era perfetto, era giusto per me e per lei, due sconosciuti innamorati. Stavo venendo, stavo venendo. “Il tempo medio di un rapporto sessuale dalla penetrazione all’ orgasmo è di undici minuti.” Paulo Coelho. Bellissimo libro. “Io sono la madre e la vergine, io sono la santa e la peccatrice.” Come nei film sentivo l’appannamento dei finestrini e le sue mani che li picchiavano, sudati, ed io sempre più arrapato e ormai non più ubriaco. Stavo venendo e aprii gli occhi.

CAROLINA! Nel buio della mia Honda Civic la riconobbi. Avrei dovuto saperlo dal primo bacio, avrei dovuto. Eravamo in sintonia come un anno fa e me ne sarei dovuto accorgere. Perchè tu? Stronza! Più dell’odio non v’è nulla, più dell’odio solo l’umiliazione è peggiore. Sentiti troia, ho pregato l’istante dopo averla vista. Ero cattivo, ero crudele, egoista. Ma io lei non la volevo e non potevo sopportare ciò che era appena successo. Ti disprezzo, ti voglio vedere umiliata.

Rimisi i boxer bianchi, indossai i jeans e mi buttai fuori dalla mia stessa macchina. Mi sedetti lì di fianco con la schiena nuda appoggiata alla portiera appena chiusa. “και ηγαπεσαν οι ανθροποι το σκοτος η το ψως”. “E gli uomini preferirono le tenebre alla luce.” Giovanni, III, 19. Hai ragione Giovanni Evangelista. Ed io sono un coglione. Poi la vidi. Vidi lei. No, ti prego no no no! Cosa faceva qui? Perchè qui e ora? Se potessi incontrarti Dio, e se tu per me esistessi, giuro che avrei due paroline da dirti per poi fare un bel discorso. Guardavo il cielo mentre quei tacchi affilati si avvicinavano sempre più conficcandosi nell’ asfalto. Era dannoso, era un colpo pesante, cattivo e meglio non saprei dire. Tac tac tac. Cazzo. Tac tac tac. No, lei non veniva qui. Invece si stava proprio avvicinando. La mia testa ora era vuota da tutto, alcool e pensieri erano svaniti, ma non ero più in grado di fare nulla, reagire o anche solo agire. Carolina nuda in macchina, lei vestita in strada. Il buio attorno a noi. Lei non era sola. Due amiche dietro di lei, come delle spalle per sorreggerla.

Era favolosa, e non esagero nel dirlo, la guardavo dal basso all’ alto ma era stupenda comunque. I collant neri lunghi, una minigonna bianca che lasciava immaginare qualunque cosa. Il giubbotto bianco con il cappuccio ornato di pelo sembrava proprio appartenerle. Poi il suo viso. I capelli neri ricci acconciati al modo migliore che io avessi mai visto, sontuosa, gli occhi verdi brillanti, profondi mi bruciavano forte là dove il suo sguardo puntava. Questi erano ingabbiati da occhiali rossi, appariscenti è vero, ma fini e divini che le davano quell’aria arrapante da segretaria in carriera. Incredibile che nonostante avessi appena fatto sesso, solo a vederla io fossi ancora eccitato. Sognai la sua bocca, inebriato di lei che così all’improvviso mi aveva zittito come non era invece accaduto il giorno stesso a scuola. Forse era la situazione? Carolina era ancora in macchina e lasciai stare. Sognai la sua bocca perfetta, carnosa, rossa, bella e la lingua che umida la rendeva al suo passaggio. Perdizione. Paradiso o Inferno? Quel rapido fluire costante di pensieri era durato solo pochi passi, ma lei era di fronte a me. Mi vide nudo, o quasi, e rimase sbalordita, senza parole. Mi alzai veloce. In piedi il mio corpo nudo, i muscoli tirati, vibranti in tensione. Aspettavo qualcosa, una sua parola, un “perché?”.

«Dobbiamo parlare, caro…». Vaffanculo. La voce proveniva da dietro le mie spalle. Carolina avrebbe dovuto star zitta. Non era il momento giusto. Non riuscivo a dire nulla, ma avrei voluto farlo per scusarmi con Lei. Lei mi guardò, sbuffò e mi disprezzò allontanandosi seguita dalle due amiche che fecero il suo stesso gesto. Piansi. Piangevo. Piango e mi giro verso il finestrino accorgendomi solo in quell’istante che lei era ancora nuda, il seno appoggiato al vetro e all’interno nel buio della macchina s’intravedeva il suo culo. Stavo piangendo.

«Perchè sei una stronza approfittatrice ed io solo un misero bastardo ingenuo?» Ci impiegai due minuti a dire queste parole perché la rabbia e le lacrime mi spezzavano la voce.

«Perchè mi manchi e tu sei ancora innamorato di me.» lo disse in un modo così naturale e privo di espressione che sembrò ancora più vero di quanto apparentemente lei volesse dire.

«Vaffanculo!». Pausa.

«Ti porto a casa, dov’è?»

«A casa tua» ancora sempre troppo naturale.

«VAFFANCULO!» Questa volta lo urlai nel silenzio della notte senza rendermene conto. Eravamo ancora divisi dalle lamiere nere che componevano la mia macchina. Mi passò la camicia nera abbandonata sul sedile e prima ancora di averla abbottonata mi misi al posto di guida, accesi l’Honda e affondai il mio piede sull’acceleratore. Libero di viaggiare!

La velocità mi rendeva libero ed io “vivo la vita a 1/4 di miglio alla volta”. Fast and Furious. Volevo sentire il freddo penetrarmi in gola, soffocarmi, uccidermi e liberarmi da tutto. La radio pareva prendersi gioco di me mentre la voce di Gianluca Grignani urlava le parole di “Con la mia storia fra le dita”. Lei se n’era andata ed era tornata, lei era Carolina. Lei, l’altra lei era arrivata e se n’era andata, forse per sempre, forse no. Non lo so. Che cosa potevo fare allora? Per riaverla, per dimostrarle che in realtà quello non ero io, non avrei voluto esserlo. Ora però dovevo pensare a dove portare quella donna che non avrei voluto conoscere seduta al mio fianco. Io ero muto. Lei sorrideva. Stronza. Io ero preoccupato. Lei sorrideva. Stronza. Io ero triste. Lei sorrideva. Stronza. Potevo prenotarle una stanza in un Motel. Oppure avrei potuto chiedere a Marco che probabilmente ora si stava chiedendo dove fossi sparito con la macchina. Avrei potuto ma non lo feci perché inconsapevolmente imboccai la  tangenziale che ci avrebbe portato entrambi a casa mia. Sempre veloce. Le luci al nostro fianco. Perchè parlavo al plurale? Significa che siamo uniti! Le luci al suo e al mio fianco correvano in fasci risplendenti fastidiosi alla vista. Ci accompagnavano sempre, senza abbandonarci, veloci come noi. Uscita “Centro”. Sterzo lentamente premendo a fondo il pedale del freno così che lei, ormai addormentata si svegliasse di colpo. Sorrisi soddisfatto. Destra, sinistra, sinistra. Inchiodo. Apro il garage e parcheggio l’auto bruscamente.

«Mi porti in braccio?»

«Scherzi?»

«No…»

«Scordatelo. Toglitelo proprio dalla mente»

Questa ragazza non aveva proprio il minimo senso del pudore. Lo accompagnai di sopra aprendole la porta e mostrandole dove avrebbe potuto trovare le coperte e dove avrebbe dovuto dormire: sul divano. Io dovevo andare a prendere Marco, abbandonato probabilmente di fronte all’uscita dell’ Alcatraz, al freddo perché il suo giubbotto l’avevo io in macchina. Guidai veloce, come se fossi inseguito, come in una pista da rally e arrivai alla discoteca ancora prima che la canzone fosse terminata: “Morning calls” dei Dashboard Confessional. Il mio amico mi riconobbe subito e saltò in macchina ancora in preda ai brividi e mi ordinò di accendere il riscaldamento.

«Dove diavolo eri finito, Piz?» Avevo tempo di raccontargli tutto mentre sul suo volto l’espressione che si dipingeva era sempre più attonita ed incredula. A tratti boccheggiava, forse contento perché avevo scopato, forse preoccupato perché sapeva già quale sarebbe stata la mia reazione dei prossimi giorni, mesi. Mesi era più adatto perché ancora il pomeriggio appena trascorso avevo sognato di Carolina ed ero stato male.

Piazza Castello. Ore 03.15. Salutai Marco sbadigliando.

«Stai tranquillo Piz, non ti devi prendere male solo per lei»

«Ok ok». Avevo fretta di andare a dormire, a riflettere su questa giornata troppo lunga

«Ciao Marco» mentre la mia Honda scattava in avanti e sentivo il saluto remoto del mio migliore amico «We!».

Dio sì, è finita! Ore 03.23.

Butto via i vestiti sulla sedia nella mia stanza ancora buia, rimango in boxer, controllo il cellulare sicuramente ancora vuoto, né chiamate, né SMS. Nulla. Solo io. Mi lascio scivolare sotto le coperte. Avevo solamente voglia di abbandonarmi a Hypnos. Al sonno. Chiusi gli occhi azzurri che risplendevano nella stanza. Dormire. Dimenticare.

«Ciao…» non sapevo se fossero passate ore, minuti o secondi, ma lei era in perizoma di fronte a me. Non riuscii a dire nulla, incapace di capire e di comprendere anche solamente il motivo. Si stende di fianco a me. E’ calda. Come prima. E’ terribilmente sexy come me la ricordavo. Mi bacia. La sua lingua furiosa. Le sue mani nel mio corpo sfilano veloci i boxer. Sopra di me ed io immobile ma arrapato. E piansi.

Ricordo che un mio vecchio amico mi disse «La cosa più brutta che ti può capitare è piangere mentre scopi». Aveva ragione, ero triste, piangevo e stavo facendo sesso. In lei mi abbandonai complice trovando riparo, calore, affetto. Passione. Tutta la notte. 06.47.

In quest’orgasmo di corpi e sudore però, pensavo solamente a Lei.

Ma come ti chiami, dolce ragazza perduta?

3

LEI

LEI

I

l rombo della Honda Civic appena passata mi faceva eco in testa. Lo sguardo del ragazzo attraverso i suoi rimaneva ancora fissato nei miei occhi.

«Ciao Michi, cosa facciamo stasera? Usciamo a bere qualcosa oppure andiamo a ballare nel locale vicino a casa tua?» mi chiesero assalendomi da dietro Alessandra, che stava aspettando la madre imbottigliata nel traffico e Laura, l’altra mia migliore amica e compagna di classe.

«Mi avete spaventate, ragazze. Ero un po’ tra i miei pensieri…Comunque a me andrebbe una bella discoteca. Quella vicino a casa mia va benissimo»

«Allora ci troviamo in Piazza Omegna alle 21.00, va bene?»

«Ok. Laury, prendi tu la macchina?» lo dissi già sapendo la risposta anche perché per adesso lei era l’unica con la macchina: io li avrei compiuti il 26 Dicembre, mentre ad Ale, appena diciottenne non ero ancora arrivato nemmeno il foglio rosa.

«Dai, stavolta va bene» rispose sorridendo e consapevole della situazione. Ci salutammo con i baci sulla guancia, come era usanza tra noi piccole Pin-up, Infilai nuovamente le chiavi nella Vespa rosa e gli auricolari dell’ Ipod nelle orecchie al massimo volume mentre con il dito scorrevo la lista delle canzoni. “In Any World” di Mika. Di quella canzone amavo il violino, così armonioso ed eccitato. Suonava a scatti, a piccole riprese e nelle prime di queste girai la manopola destra del motorino per allontanarmi dal parcheggio della scuola. Nella via c’era davvero molto traffico.

Le macchine ferme ma tutte pronte a mollare la frizione, inserendo la marcia, e schiacciare il pedale di destra. Vidi sul marciapiede Alessandra ancora lì ad aspettare sorridente con indosso i Carrera neri come i mie; inutile visto che stava ancora diluviando. Io avevo deciso di lasciarli in borsa: si sarebbero solo rovinati. Arrivai a zig-zag fino al semaforo. La macchina nera. Mi accostai di lato, volevo prenderlo ancora in giro, ma lui stava giocando con i tasti della radio e non poteva sentirmi, né vedermi. Verde. Lui senza staccare lo sguardo dal tasto del volume accelerò senza dare nessuna precedenza a quelli che venivo di fronte a lui, voltò a destra e scomparve. Io invece, sbigottita perché non avevo fatto in tempo a bussare al finestrino oscurato, mi mossi piano seguendo la stessa direzione, ma lui se n’era già andato, molto più velocemente di me. Guidavo e piegavo il mio motorino sovrappensiero. Pensavo a Lui. in realtà non ne avevo motivo, io avevo un ragazzo, Jacopo. Stavamo insieme da due anni, sempre felici, senza mai litigare, innamorati follemente, eppure oggi il cuore aveva vibrato, una sincope, mentre scherzavo con quel ragazzo che sembrava duro e solo. Sembrava triste, ma non potevo saperlo, nessuno poteva, perché nessuno sapeva chi fosse.

Forse era l’ignoto, ciò che non si conosce a spingermi verso di lui tralasciando l’amore, ciò che già si ha e si conosce. L’uomo infatti è, per istinto, naturalmente attratto dall’ignoto, dal buio. Io ero come l’uomo. Ascoltavo l’ Ipod ma non sentivo, guardavo la strada ma non vedevo, pensavo alle strade ma pensavo a Lui. Basta! Dovevo evitare in tutti i modi di pensarci, non lo volevo. Arrivai sotto casa solo dopo aver finito la sigaretta che durante il tragitto mi ero accesa. Aprii il cancello e dopo aver aspettato che mia mamma venisse alla porta, entrai in casa gettando casco e giubbotto per terra salendo le scale per camera mia mentre urlando mi lamentavo per il fatto che continuasse a piovere. Che palle!

«Quando sei pronta vieni giù che si mangia» urlò Silvia, mia madre, dal piano di sotto «ci sono le lasagne»

«Lasagne? Ma mamma lo sai che sono a dieta, cavolo! Mangerò un’ arancia e un bicchiere di latte» ero infuriata. Perchè se ne dimenticava sempre? Per me lo faceva apposta. Quasi mi veniva voglia di starmene nella mia cameretta e chiamare il mio amore. Amore. Come posso definirlo amore se il mio cuore pulsa improvvisamente, anche un solo secondo, per un altro più che per Jack? Ma basta! Sempre a Lui penso. Cosa mi sia successo non lo so, comunque mi piacerebbe starmene in camera mia e chiamare il mio amore.

Punto.

Amore.

Nonostante tutti i miei propositi scesi le scale lentamente e, arrivata in cucina, cercai di fare l’espressione più incazzata che possibile e, dopo aver preso il coltello seghettato, acciuffai due arance, ben due, e mi sedetti accanto a mio fratello, Federico.

«Ti ha mollato il ragazzo?» e cominciò a ridere. Proprio simpatico lui, si divertiva sempre a farmi star male, o farmi sentire in colpa. Con lui invece questo processo non funzionava assolutamente.

«Smettila di tormentare tua sorella, Fede. Dai…». Grazie mamma. Lei almeno era sempre pronta a difendermi, forse solo perché entrambe eravamo donne ed anche lei subiva ormai da anni lo stesso trattamento da parte di mio padre. Finimmo di mangiare in fretta tra gli scherzi continui di mio fratello, le mie urla di protesta e quelle di Silvia. Lei mise su la moka del caffè anche se sapeva che sarebbe stata l’unica a berlo, io per la dieta e Federico poiché era troppo piccolo. Solo 16 anni. Due meno di me. Il 26 Dicembre sarebbe stato il mio diciottesimo compleanno. Che bello, ma dovevo ancora organizzare tutto e non sapevo nemmeno chi invitare ma forse FaceBook mi sarebbe stato enormemente d’aiuto. Avevo voglia di fumare, ero un po’ tesa effettivamente ma con la mamma in giro non si poteva, mi avrebbe tagliato la testa di netto, e poi mio padre? Stefano? Non ci volevo pensare, troppo dolore.

Come sempre su trovava all’estero, questa volta a Parigi e se quello stesso giorno non fossi stata a scuola sarei andata con lui molto volentieri. Me lo chiedeva ogni volta perché gli avrebbe fatto piacere, ma io prima di tutto avevo sempre messo la scuola, la scuola, la scuola! Sempre la scuola che in un modo o nell’altro mi aveva sempre costretto e impedito in alcune cose, dalle vacanze alle amicizie, ai ragazzi, perché ad essa non sapevo rinunciare.

Salii le scale, dopo aver aspettato che mia mamma finisse il caffè prima di tornare in farmacia al lavoro, e mi chiusi nella mia cameretta le cui pareti erano ormai tappezzate di poster e fotografie. Il più grande, che la dominava tutta, era “La Pietà” di David Lachapelle”. Era una fotografia maestosa le cui origini andavano ricercate nella “Pietà” michelangiolesca in Vaticano a Roma. L’avevo vista più volte ma quella del fotografo americano era enormemente superiore in qualità e significato: i due protagonisti, Courtney Love e Court Cobain, erano in posa come la scultura, i colori forti e troppo vivaci. Troppo vivaci per l’occhio umano ma perfetti per il fascio di luce che accoglieva la scena intera ambientata in una soffitta che la prospettiva costringe a rinchiudersi in se stessa. In risalto in primo piano dei dadi, come quelli con cui si gioca da bambini, con le lettere che componevano la scritta “Heaven Not Hell”. Mi aveva sempre attratto qualsiasi cosa come l’ambiguo, lo sconosciuto, come il ragazzo. L’essere ignoto di una cosa mi spingeva a scoprirla ed anche in Lachapelle era così: il significato criptico in un misto di blasfemia, oltraggio e purezza, fede e pietà. Era una visione così giusta da sembrare cattiva, troppo cruda, troppo schietta o reale e troppo difficile da accettare, come spesso la vita. Io amo David Lachapelle.

Ero un’appassionata di fotografia e sulla scrivania attaccata al muro era sempre preparata la mia Olympus E-5. Non la usavo per farmi gli autoscatti da tredicenne, fotografavo la realtà delle cose. Cercavo i sentimenti e le emozioni nei gesti quotidiani. Le incomprensioni, le delusioni, un sorriso o una lacrima. Spesso mi chiedevo “Posso fotografare un’emozione?”. Sì, potevo. Io potevo farlo ma poi era compito dello spettatore scoprirla, o capirla. Sentii all’improvviso la porta di casa sbattere e poi la doppia mandata: mia madre era uscita per andare al lavoro. Erano le 15.15. In orario preciso.

Mi ritrovai per la prima volta con le mani in mano. Avrei fatto i compiti se mai ce li avessero dati, sarei uscita per fare foto se non si fosse messo a piovere quella mattina. Avrei, avrei, avrei, se. Velocemente accesi una sigaretta che prima avevo rubato a Silvia e fumai aspirando ferocemente come se desiderassi quel momento da troppo tempo. Sentivo il filo di fumo scendere lungo la gola, denso. Il sapore aspro della nicotina rimaneva incastrato lì, in fondo alla bocca, quando aspiravo il fumo grigio. Poi lo buttava fuori, insieme alla condensa che il freddo creava sul mio balconcino. Pensai che sarebbe stato un bellissimo scatto ma non avevo decisamente voglia di entrare in camere per prendere la macchina fotografica e rimasi appoggiata alla ringhiera in stile liberty a finire la “mia” Muratti. Vedevo la cenere cadere fino al piano di sotto, e l’orlo arancione sulla cartina bianca scendere lentamente mentre un filo grigio scuro si alzava verso il cielo in piccoli cerchi che a mano a mano si rompevano e si dileguavano. Poi di nuovo avvicinai le dita alla mia bocca che aspettava prontamente e inspirai. Ogni tiro era un attimo di perdizione, mi dicevo sempre. Un’estasi momentanea, un senso di soddisfazione che forse all’uomo troppo spesso mancava. Strinsi la sigaretta tra pollice e medio e con un gesto secco la lanciai lontano così che cadesse tra le foglie del sempreverde al centro del giardino. Ore 15.20. Ma questo tempo non passa più? Avevo fregato solo due sigarette a mia madre ed avrei voluto tenere l’ultima che mi restava per dopo, quindi mi alzai dal balcone e mi buttai sul letto con la faccia che sprofondava nel cuscino di Snoopy. Il mio pupazzo preferito. Cosa faccio? Cosa faccio?

Chiamo Jack. Prendo il cellulare N95, premo a lungo il tasto 1 e subita parte la chiamata ad “Amore Mio”.

«Pronto?» rispose dopo nemmeno tre squilli e sembrava un po’ scocciato.

«Ciao amore, come va? Come stai? Che fai di bello? Disturbo?» le mie domande sembravano coglierlo impreparato, come la mia chiamata.

«Eh, niente, però adesso non posso ti richiamo io, bacio». Non feci in tempo a ribattere per raccontargli qualcosa della mia giornata non troppo entusiasmante che già mi aveva sbattuto il telefono in faccia. Io a Milano, lui a Pavia. Io ragazzina liceali, lui studente universitario di relazioni pubbliche. Era quasi un anno che la situazione era diventata più matura, sia per la distanza, sia per la nostra crescita personale. Ma ora, cosa aveva? Di solito il tono della sua voce era squillante, ora invece la chiamata era durata forse 20 secondi, senza notizie se non quella di aspettare che mi avrebbe richiamato lui. Va bene, amore, va bene. Ti aspetto. Ed ero preoccupata, perché in realtà non andava per niente bene. Mossi il mouse del computer, che non lasciavo mai spento, ed intanto con la gamba destra agganciai la sedia e la misi lì dove mi sarei seduta per ore aspettando una chiamata che non sarebbe mai arrivata, ne ero certa.

Apro la finestra di Firefox dove c’erano due schede, FaceBook e Linee di Confine. Un social network ed il mio sito fotografico. Controllo prima www.lineediconfine.com. Nessun commento, niente pingback. Niente. Uffa. Chissà perché le persona non hanno o fingono di non avere mai tempo? Quella è una stronzata. Gli uomini hanno troppo tempo e troppo per se stessi: sono egoisti, si disinteressano spesso del mondo e non hanno voglia di cambiare o forse semplicemente non ne hanno il coraggio. Io il coraggio l’avevo avuto nell’usare questo dominio per esporre e mostrare al mondo le mie fotografie, le mie opere d’arte. Non erano certamente ad alto livello, questo lo sapevo anch’io, ma era sempre un’esperienza, una prova, un tentativo.

Il significato di “Linee di Confine” può nascere facilmente da Leopardi e l’ “Infinito”: “Sempre caro mi fu quest’ermo colle e questa siepe”…che blocca la vista ma libera la fantasia. Queste sono le linee nere che interrompono la vista completa delle foto. In esse avevo trovato lo spunto per ricercarvi all’interno delle emozioni, la solitudine, il viaggio, la paura, la sfida per scaturire poi in me e negli spettatori riflessioni interiori intense ed importanti. Spesso mi era accaduto durante la mostra che avevo inaugurato il mese precedente di sentire persone dirmi queste cose e le avevo fatte mie, mi avevano riempito l’animo perché queste erano le emozioni che cercavo per lo spettatore stesso, non per me, io già le sapevo, lo avevo ricreate nelle foto e volevo che da queste si estendessero fino ai ragazzi, bambini e adulti venuti fin lì per provarle. “Il coraggio non è totale assenza di paura ma, con la sua presenza, l’andarci oltre ugualmente”. Questa frase di Filippo Sarzana era impressionante perché ritraeva oggettivamente me e le mie creazioni così che l’avevo presa in prestito per scriverla sotto la foto che ritraeva un mio amico saltare.

Ormai persa tra i miei pensieri non pensavo più a quel bastardo di Jack, pensavo solamente a me. Giustamente egoista. Dovevo ancora controllare la mia pagina di FaceBook. “Una richiesta di Amicizia”. Filippo Asti. E chi è? Non lo conosco e non sono come tutti quelli che in un social network come questo o come Myspace aggiungo le persone a caso senza sapere chi siano. Invia messaggio a Filippo Asti:”Ciao scusa, ci conosciamo? Michi.” Non so perché ma mi aspettavo una risposta repentina. Nella foto non si vedeva granché: un cappuccio rosso in penombra con la luce di lato e la mano con il dito medio alzato e la scritta LOVE dipinta sulla mano. Ci sapeva fare. Non lo conoscevo, ovvio, ma quella foto era davvero stupenda. I colori scuri e caldi, la passione e l’oscurità, l’amore e l’odio.  Lo invidiavo. Chiunque egli fosse lo invidiavo enormemente. Era molto bravo. Passano 5 minuti. Poi 10. 15. Metto la musica. “Manhattan from the sky” di Kate Voegele, lei ha una voce perfetta e armoniosa e la sua bocca, dio, se fossi uomo l’amerei. Quando finisce la rimando indietro una volta. Due volte. tre volte. Ansiosa riapro FaceBook, volevo sapere chi fosse quel fotografo e poi decisi che anche se non lo conoscevo, uno così bravo meritava la mia amicizia. Accetto. Ora Filippo Asti, il bravo fotografo, è mio amico.

Precisamente non sapevo cosa mi rendesse così felice ed entusiasta, in fondo avere molti amici in rete non significa e non comportava necessariamente averne molti anche nella realtà, non comportava poi nemmeno che tutti fossero sinceri ed onesti, veri e puliti come sembravano apparire nascosti dietro una foto od un nickname. Eppure, Filippo Asti aka Ego, era intrigante, ero ammaliata semplicemente da una cazzo di immagine senza saperne il motivo. Bene. Ora stavo pensando a tre ragazzi. Ah, a proposito erano 3 ore che stavo aspettando una chiamata dal mio amore. In sequenza premo la combinazione di numeri giusti corrispondente al suo numero.

«Pronto amore, che c’è? Ah, sì, scusa mi ero dimenticato è che stavo finen…» accennò lui una scusa

«Fottiti, Jack, fottiti. Ogni volta è sempre così». Ero infuriata; infuriata e triste. Mi trattava sempre così, come un’ingenua che invece non ero. Ero però stufa e stanca di chiamare “amore” uno che più volte aveva tradito il significato di questa parola, ma tutte le volte che lo rivedevo, quando tornava da Pavia dove faceva relazioni pubbliche, cadevo senza fine nei suoi occhi neri che quasi l’iride si confondeva e si fondeva nella pupilla. Non ero mai riuscita a reggere il suo sguardo profondo e penetrante.

Questa volta aveva esagerato. Perchè aveva promesso qualcosa che sapeva non sarebbe stato in grado di mantenere? Era fatto così. Era un po’ stronzetto, un “Jackass” ed io che sempre sopportavo questo suo atteggiamento da superiore. Ora no.

«Ciao Ale, amica mia. Hai del tempo per una piccola sofferente?» la prima persona che mi era venuta in mente era stata lei: Alessandra, quella che mi capiva sempre, che mi ascoltava sempre. «Certo che ne ho, tesoro, salito Andrea su MSN e sono da te» disse con voce cordiale nonostante per colpa mia avrebbe dovuto terminare la conversazione con il suo ragazzo. Sentii il rumore di tasti schiacciati velocemente sulla tastiera e poi uno schiocco. Rimasi stupefatta. Cos’era successo? Poi pensai alle animoticon di Messenger. Andrea le avrà mandato un bacio. Sorrisi tra me e me per i miei pensieri pessimisti ed attesi che la voce della mia amica tornasse a squillare nella cornetta del mio telefono bianco.

«Eccomi». Eccola.

«E’ successa una cosa un po’ brutta. Alex mi ha detto che mi avrebbe richiamato e poi si è inventato una scusa solo quando sono stata io a farlo» attaccai io senza scendere troppo nei dettagli. Non ne aveva bisogno.

«Ma…ma…» sembrava balbettasse, quasi incredula «ma tu cosa gli hai detto quando ti ha sparato quella stronzata?». Una qualità che mancava ad Alessandra era la finezza.

«Eh, insomma, non ce l’ho più fatta e gli ho riattaccato il telefono in faccia». Mi piaceva tantissimo parlare con le, ci starei per ore, ed effettivamente poi era sempre così.

«Hai fatto bene, ragazza mia. Se lo merita, non può trattarti sempre così, è da più di due mesi che va avanti ed ogni volta tu ci stai male. Non è che solo perché lui ha 26 anni e si sente grande che può fare quello che vuole lì a Pavia». Ale sembrava quasi più incazzata di me e questo mi faceva sorridere nonostante la situazione.

«Già. Ehi, per conosci un tale Filippo Asti?» ecco l’argomento che più mi premeva trattare.

«No. Mi spiace, mi è completamente sconosciuto. Non l’ho nemmeno mai sentito…» era dispiaciuta. Uffa. Mi sa che avrei dovuto aspettare la sua risposta su FaceBook che ancora tardava ad arrivare. «Ma va, figurati. Solo che mi ha aggiunto su FB ed io l’ho accettato perché mi intrigava parecchio»

le spiegai rapidamente.

«Bene. Stasera Filippo Asti sarà tuo, panterona. A dopo» disse spavalda.

«Odio quel soprannome! Lo odio, devi smetterla. Sei tu la mangia uomini. A dopo. Smack!»

ribattei fingendomi infuriata, anche se Ale lo sapeva che mi divertiva essere chiamata Panterona, così le mandai un bacio che sembrasse come un rumore sordo nelle orecchie della mia amica che sentii urlare vanamente qualche insulto mente io in camera mia riagganciavo. Mi ero sfogata un po’. Era sentirsi liberi pensando a Filippo Asti e a quel ragazzo sconosciuto e scontroso. Non so perché! Perché?! Bé, ci pensavo e sorridevo, e questo ora mi bastava. Ridevo e sorridevo.

ORE 18.49.

Era tardissimo! Avevo solo due ore di tempo per non mangiare, lavarmi e prepararmi, perché per andare in discoteca bisognava vestirsi come Dio comanda. C’era abito ed abito. Ogni singolo particolare poteva importare. Anche una semplice forcina per capelli. In bagno c’era ancora il profumo di mia mamma, era il mio preferito. Lei usava Davidoff blu da uomo che incredibilmente sul suo corpo di donna aveva un effetto micidiale, diabolico, stupendo. La invidiavo da sempre.

Soddisfatta di quei pensieri mi tolsi la maglietta bianca appoggiandola sul piano di marmo bianco tra i due lavandini. Slacciai i jeans stretti facendo quasi fatica a toglierli e rimasi poi improvvisamente in mutande e reggiseno di fronte allo specchio. Mi guardai. Mi osservai a lungo. Vedevo in me, sempre di più, una figura di donna, il seno, che era una seconda abbondante, intrappolato in quel fastidioso push-up, il ventre piatto ottenuto con anni di diete e sforzi, il sedere sodo. Ero una ragazzina un po’ cresciuta innamorata follemente di ciò che era diventata, del proprio corpo e della fatica che aveva fatto per raggiungerlo. Mi guardavo e sorridevo. Sapevo bene di essere bella, di essere sexy anche non truccata, sapevo di avere fascino sugli altri, ma oggi quel ragazzo a me aveva resistito. Aveva detto no. Forse questo mi faceva avvicinare a lui. Forse era questa la mia debolezza contro la sua tenacia, la sua sicurezza. Bè, ora però mi rimaneva realmente poco tempo per lui. Apri l’anta della doccia e m’infilai dentro mentre i piccoli getti d’acqua si schiantavano forti sul mio corpo nudo, ed erano dolci lungo i miei capelli neri che si scioglievano lungo le spalle e per tutta la schiena. Mentre mi trovavo in doccia lo specchio grande a parete rimaneva sempre in fronte a me ed in esso mi rivedevo ancora matura e bella. Sfiorai il mio seno con la mano destra sentendo una breve scossa tra dito ed acqua che mi percorse tutta fino alla punta dei piedi. Brividi. Presi lo shampoo della Klorane, quello al cocco, e mi insaponai tutta, inconsapevolmente eccitata, mentre mi ritrovavo di nuovo a pensare a Lui. Io e Lui in quella doccia.

Lo volevo ora! Non sapevo perché ma lo desideravo insistentemente e non volevo Jack. Jack è conosciuto. Lui è ignoto. Quando chiusi con un colpo secco porta di cristallo della doccia ero estasiata, il sorriso sulle mie labbra si dipingeva candido mentre saltellavo sul tappeto del bagno nuda per scrollarmi le ultime gocce d’acqua ancora incastonate sulla mia pelle. La smetti? Questo la mia mente pensava e non era mai successo prima. Mi strinsi nelle spalle, quasi sconsolata, ma felice e poi mi infilai nell’accappatoio rosso. Tutta ingoffata corsi in camera perché avevo sentito il cellulare suonare. Un SMS. Jack. “Ti va di uscire con me stasera, per scusarmi?”. Rispondo. “No. Stasera ci sono le mie amiche, mi spiace. Ciao, divertiti”. Crudele. Maligna ma non me ne preoccupavo, sapevo di avere fatto la cosa giusta e di aver risposto come si meritava quello stronzo. E poi, avevo altro in testa. Non delle scuse. Non delle chiacchiere. Non qualche bacio, ma un’occasione. Lui e l’occasione.

Incominciai allora a scegliere cosa avrei indossato. Vestito da sera nero? No, troppo chic. Jeans attillati chiari? No, già messi oggi, troppo simili. Gonna? Si, ma quale? Bianca, nera, rossa, lunga o corta? C’erano troppo variabili ed io non sapevo mai quale fosse la migliore. Avrebbero dovuto creare uno stilista personale per ragazza che scelga per lei. Che pensieri idioti! Allora, vediamo un po’, minigonna bianca. Poi? Toccava decidere l’abbinamento, ancora più importante perché la scelta verteva su più criteri: colore, tipo, stile, luogo serata. Tantissimi, troppi criteri. Questa volta però andai sul sicuro con una camicia nera molto scollata che avrebbe lasciato intravedere il minuzioso reggiseno in pizzo bianco. Push-up perché ovviamente non si sa mai.

Sorridevo ancora perché se quella sera avessi incontrato Lui lo avrei certamente steso. Quella sera non mi avrebbe detto di no. Collant neri e decolté rosse con tacco 7 cm. Ero una diva, mi sentivo ancora più bella del solito, ma forse ero solo felice per ignoti motivi, ignote cause, ignoto ragazzo. L’acconciatura dei capelli l’avevo già decisa quella mattina a scuola insieme ad Ale, altrimenti ora avrei sicuramente perso tempo: raccolti dietro con la coda alta bloccati da una forcina larga tempestata da finti diamanti e placcata d’argento. Non ci impiegai molto come previsto e fui pronta. Misi due piccoli ciondoli preziosi attaccati ai capelli in modo che scendessero come orecchini. Feci uno squillo ad Alessandra così che sapesse che stavo per scendere. Mi fermai un attimo sulla soglia per salutare mia mamma

«Ciao Ma’, buone vacanze, ci vediamo tra due giorni. Dai un bacio a papà»

«Stai benissimo, cara» tipica frase dei genitori

«Grazie» e chiusi la porta dietro le mie spalle.

Mentre scendevo le scale lentamente per evitare di rompere i tacchi, indossai il giubbotto bianco con il pelo che mi ero comperata l’anno scorso grazie a mesi di sacrifici. Che bella serata! Quando arrivai sulla strada, Alessandra e Laura mi stavano aspettando come tutte le volte ed anche quella sarebbe stato l’occasione per rimproverarmi

«Quest’anno niente regalo se arrivi in ritardo ancora una volta…»

«Ma dai, ragazze, ero sovrappensiero e ci ho messo più del previsto. Tutto qua» le interruppi prima che potessero continuare con altre minacce simili.

«Ah si? E a chi sovrappensavi, eh?» dissero in coro malignamente

«Nessuno» risposta secca mentre le due infami, non lasciandosi ingannare, continuavano insistentemente a chiedere chi fosse mentre sbattevano le loro sopracciglia ornate di eye-liner e facendo gli occhi dolci.

«Il ragazzo che c’era oggi all’intervallo con il giubbotto di jeans nero..» incominciai

«Filippo Asti? Quello con gli occhi azzurri?» Laura disse le parole magiche.

«Come cazzo lo conosci? Tu piccola ma fondamentale amica. Conosci sempre tutti.» Ovviamente lo dicevo scherzando, le volevo bene e per questa notizia che mi aveva dato, ancora di più.

«Ci sono uscita un paio di volte, è uno stronzo. Ti conviene lasciarlo stare».

La mia bocca era rimasta completamente aperta. Sbalordita. Stupita. Attonita. Triste. In un solo istante mi lasciai trasportare da quelle piccole emozioni. Sapere che una mia amica l’aveva conosciuto e non le era piaciuto non turbava i miei pensieri, non cambiava nulla, non demordevo ed era strano. Solitamente mi lasciavo abbattere spesso, debolmente, e di fronte a qualche difficoltà o scappavo o cercavo in tutti i modi di evitarle. Ma ora ero ancora lì, ferma, sotto la pioggia perché l’ombrello l’avevo dimenticato a casa e pensavo senza riflettere. Come fossi una goccia d’acqua attratta naturalmente verso terra, così anche io ero naturalmente attratta verso Lui. Inconsciamente. I miei pensieri ritornavano, in cerchio, senza sosta, le immagini di lui, la sigaretta, la scuola, i Ray-Ban, la macchina, in coda al semaforo. Ed ero ancora ferma lì quando mi sentii spostare di lato: le miei amiche mi stavano facendo entrare nella macchina di Laura.

«Ma la smetti di pensarlo, scusa? Ci siamo anche noi qui! Non sai dove andava stasera che andiamo a conoscerlo, te lo presento io. Almeno per una volta Jack impara a fare il misterioso!» era una voce indistinta, non facevo caso a loro, neanche quando meccanicamente rispondevo

«Eh sì, ci sto ancora pensando. No, non so dove sia. Va bene. Si, hai ragione». Le frasi sconnesse che passavano in testa venivano automaticamente espulse tramite la bocca così che tocco ad Ale interpretare i miei monosillabi e riferirli a Laura. Sentivo la macchina muoversi sdraiata sul sedile posteriore della Clio di Laury.

«Dove stiamo andando?» chiesi senza che m’importasse realmente. «Alcatraz».

4

IN PRIGIONE

L

a strada era breve, circa un chilometro, qualche curva ma poi sarebbe stato difficile trovare parcheggio ed io avevo ancora qualche minuto tutto per me. Filippo. Lui. Ora ne conoscevo il nome, era un bel passo, ma non conoscevo tutto il resto ed il desiderio era profondo, era immenso, lo volevo ancora, volevo sapere chi fosse, la sua vita, le sue manie, i suoi difetti, i pregi. Volevo conoscere l’ignoto. Lo volevo e basta. E Jack? Lui non c’era quella sera, non ci dovevo essere, e comunque non lo avrei voluto. Non l’avevo mai desiderato in due anni quanto desideravo Filippo in due giorni. Mi aveva abbandonata? Io ora stavo lasciando lui. Vendicativa e non più innamorata pensai che forse non lo ero mai stata veramente. Il sentimento era sempre stato forte, ma quanto forte era l’amore? O meglio, aveva una dimensione, una quantità, aveva dei limiti? Sono convinta che l’amore non sia quello in cui noi tutti crediamo. Amore non è stare insieme a lungo. Amore è essere due in uno solo. La complicità, comprensione, la passione. Amore è strano, è assurdo, impossibile. Amore è profondo. Amore è senza fiato.

Bum. Mi ritrovo incastrata tra i sedili posteriori e quelli anteriori. Quella stronzetta di Laura aveva frenato di colpo per svegliarmi mentre sentivo il suono fragoroso delle loro risata

«Buongiorno» l’ironia regnava sovrana nella macchina.

«Ciao stronze. Me la pagherete a meno che non troviate all’istante Filippo» anche io sorridevo se mai ma non avrei potuto fare altro con le loro facce così buffe e dolci. Con una scatto tutte e tre apriamo le portiere, finalmente ha smesso di piovere. Tirai fuori dal mio pacchetto tre Lucky Strike, non facevamo così. Un pacchetto per tre. Ci avviammo verso la discoteca. I nostri tacchi, che battevano il tempo, colpivano feroci l’asfalto. Toc toc toc.

«Chi ha le prevendite?» chiesi.

Attraversammo la strada verso l’ingresso dopo esserci sincerate che le prevendite le avesse Laura. Entrammo subito, perché qui a Milano le ragazze vengono fatte passare per prime, come se fossimo più deboli, per attrarre qualche ragazzino arrapato che le vede sulla strada. Ci credono deboli? Bé se anche fosse vero, noi possediamo l’arma più terribile: la vendetta. Siamo dolci e siamo stronze. La pista era già piena, la gente che ballava frenetica. Uno attaccato all’altro. Alcuni si baciavano, altri ci provavano con e senza successo, e noi, io, Ale e Laury, ci infilammo fra di loro mentre con lo sguardo scrutavo intensamente il locale per cercarlo, ma non lo vedevo. Ma era lì anche lui? Chi lo sapeva?

Mi sentii toccare il culo. Poteva essere lui, così sfacciato senza conoscermi. Sì, poteva essere lui. Mi girai con già sulla lingua la battuta pronta ed incrociai poi degli occhi neri, quasi invisibili al buio. «Ciao bella, come stai?» gli tirai uno schiaffo prima ancora di sentire ciò che aveva detto. Odiavo chi faceva il pervertito in discoteca, non ne aveva il diritto.

«Ehi, ti offro da bere?» irriducibile, nonostante la sberla, era ancora lì e ci rimase finché non arrivarono le mie amiche e loro mi avrebbero offerto da bere senza chiedere il mio culo in cambio. Bastardo. Due Martini Dry e una Coca-Cola. Colai il mio bicchiere in un solo speso e ne pedinai un altro. Attesi il barista e poi andammo insieme in sala fumatori che, lo sapevamo già, sarebbe stata piena, senza spazio per nessuno, tanto che sarebbe bastato entrare per fumarsi una sigaretta. La serata finì sulla pista da balle con in DJ che si affiancavano uno all’altro finché non fu il momento di tornare a casa. Passammo prima dal guardaroba a ritirare i tre giubbotti e le borse che avevamo depositato all’ingresso e poi il bodyguard alto e grosso ci scortò fino all’uscita che era situata sulla traversa della strada principale e dell’entrata. Dopo aver sentito sbattere la porta blindata svoltammo l’angolo e attraversammo nuovamente la via e mi fermai sul marciapiedi.

«Da che parte è la macchina? Di qua o di là?» dissi accompagnando le parole ai gesti delle mani e poi.

Poi fece freddo. Immobile.

Lui.

In jeans e boxer appoggiato alla sua macchina.

Sembrava stesse piangendo.

Sembrava sconvolto ma non capivo il perché, non capivo tutta la situazione che stava accadendo di fronte all’ Alcatraz. Ero davanti a lui seminudo. Si alza. Faccia a faccia. Lui nudo. Io vestita con la
mia minigonna bianca ed il giubbotto con il pelo. Oddio. Troppo strano. Lui è sexy. E’ stupendo. Vorrei appoggiarmi a lui, e nuda sentire il freddo entrare in me, fare parte di lui. Nonostante non
capissi tutto questo fissai i miei occhi verdi nei suoi così chiari da sembrare bianchi. Avevo paura del suo sguardo. Era troppo potente. Eravamo fermi o veloci gli altri? Perchè non lo bacio ora? E’ così
irresistibile e poi i suoi muscolo sono così arrapanti! Lo voglio.

«Caro, dobbiamo parlare…» la voce proveniva da dietro la sua schiena. Chi era? Scostai lo sguardo da lui e ammirai la bella figura di una ragazza nuda appoggiata con il seno al finestrino che sorrideva. Aveva i capelli castani, lisci con la frangia sul lato destro del viso che copriva l’occhio verde con un contorno giallo che lo rendeva ancora più prezioso. Era bella ma era completamente nuda. Non rimasi a chiedermene il motivo. Poi ammirai lui. Il viso duro, i lineamenti rigidamente connessi tra di loro. Le spalle forti. La barba poco curata ma sensuale. Le braccia muscolose. Le labbra piene e rosse nonostante il freddo glaciale. Gli addominali obliqui che si chiudevano prima dell’ ‘inguine con quelle fossette che io adoravo. Lo ammirai, lo desiderai. Vidi lei. Il mio disprezzo. Mi allontanai
togliendo dal mio mondo quell’ultima brezza di sorriso che il desiderio di Lui aveva portato in mezzo alla tempesta gelata.

Non piansi, no, quello no. Era delusa, amareggiata. Avrei dovuto credere alla mia amica, Laura, ma nemmeno ora ci riuscivo. In quei secondi, in quegli istanti mi dannai l’anima per capirne il
vero motivo. Per avere una spiegazione. Eppure quello sguardo mi eccitava, con la sua mascella serrata e le lacrime a contornargli il volto. Non potevo sopportarlo. Solo a pensarlo era bellissimo. Ma
c’era lei. Un’altra. Chi era? La sua ragazza? Chi? Troppo domande e troppe incognite. Mi girai all’improvviso e lui era fermo, ancora immobile come anche 2 minuti prima, stava tremando non per il freddo, ma sul viso risplendevano, a causa della luce dei lampioni, le lacrime luccicanti e le labbra incurvate. Sentii il suo dolore battergli più volte il petto come un forte ansimare. Vidi la tristezza e l’amarezza contorcergli l’addome. Gli dispiaceva? Ti sta bene, bellissimo stronzo. Ero, ero…

Ero “Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. Nescio, sed fieri sentio et excrucior”. Grazie Catullo. Ero questo. Una ragazza timida, speranzosa, ma ero squarciata dalla passione. Passione invitante o da temere? Passione dolce o aspra? Passione, desiderio o odio, disprezzo? Ero sconvolta mentre a faticava mettevo un piede dopo l’altro e guardavo imbarazzata la sua schiena e ancora sentivo il suo profumo. Ave a il profumo della tentazione. Sarei voluta corrergli incontro,
prenderlo a pungi su pettorali durissimi, consapevole che non gli avrei mai fatto del male. Me ne andai trascinata da Laura ed Alessandra. Mi sottrassero alla sua vista,non al suo profumo rimasto
ancora incastonato nelle mie mani, nel mio naso, sulla mia bocca, tra i miei capelli. La tentazione non era ancora scomparsa quando entrammo nella Renault Clio per andare verso casa, prima quella di Ale e poi la mia.

«Michela, mi spiace davvero…» accennò un tentativo Laura prima che la bloccassi con un gesto della mano. Volevo il silenzio e l’avevo ottenuto. Ale provò ad accendere l’autoradio ma quando dalle casse si diffusero le prime note di “Il mio posto peggiore” degli Odio su Tela mugugnai qualche parola  indistinta affinché fosse spenta nuovamente. Volevo il silenzio. La notte correva veloce al fianco della nostra macchina, ogni secondo un lampione ed io lo seguivo con lo sguardo perso in un secondo di luce intensa. E poi buio. Luce. Buio. Le voci delle persone fuori dai locali rimanevano indistinguibili,  solo suoni che non raggiungevano la mia testa, il mio orecchio. I miei cinque, sei, sette sensi (quanti sensi si hanno poi?) erano occupati a interrogare il mio cervello sul perché l’averlo visto nudo in quella notte gelata me lo aveva fatto desiderare ancora di più, invece che provare disgusto per lui che aveva avuto il coraggio di scopare in quella macchina lì fuori, con quella bella ragazza ed io che  passavo.
I pensieri erano sconnessi, senza senso, le immagini violente come vividi ricordi continuavano a ritornare come l’eterno ritorno di Nietzsche. Non riuscivo a ragionare razionalmente. Ma lui stava piangendo?  Perchè piangeva se aveva appena scopato? Ma l’aveva fatto? No. Stava piangendo e l’altra in macchina sorrideva e forse guardando le sue spalle forti non poteva aver visto che stava
piangendo. Che si stava disperando. Non poteva.

Mi si parò davanti la faccia di Laura. Eravamo davanti a casa mia e li mi stava invitando a scendere perché era un po’ tardi anche per noi piccole ragazze libere dai genitori. «Michi, davvero, ascoltami, lascialo stare, non vedi che ci sei rimasta male e ancora non ti eri nemmeno presentata? Ti capiterà sempre. Non fidarti di lui» annuii con due gesti della testa dando ascolto solo alle ultime parole della mia amica. Fiducia.

«Ok, Laury, non preoccuparti. Notte e grazie del passaggio. Bacio.» Scesi dalla macchina cercando di sorridere con tutta la fatica che feci, ma era per la mia amica. Perchè lei mi capiva, mi aveva sopportato e se lo meritava un piccolo tentativo di sorriso. La ringraziai di nuovo al di là del finestrino mentre si allontanava e mi lasciò sola sotto la luce della tettoia del cancellino. I pochi lampioni di Via Sforza illuminavano a malapena attorno a me. Sembravo una figura sfuocata e non ben definita, senza limiti o mancante come l’essere umano di Schopenhauer. “L’uomo è un pendolo tra il dolore e
la noi.” Troppo drastico. No. Piuttosto un uomo è sempre teso vero il dolore più che verso la felicità. E’ più facile soffrire. Questo sì.

Aprii il portoncino di casa mia e mi avviai verso la porta di vetro lasciando che i miei passi costeggiassero i fiori ed i cespugli incolti a lato del vialetto. Seduta nell’angolo una figura in ombra. Il neon acceso delle scale non lasciava intravedere nulla della persona, solo un corpo nero e i capelli ricci. Chi poteva essere? Provai un senso profondo di paura, di angoscia. Ero terrorizzata quando all’improvviso la figura si rizzò in piedi. Ed io. Mi bloccai. Tremavo tutta, le mani vibravano nelle tasche della minigonna alla ricerca del cellulare. Dovevo chiamare qualcuno. Non riuscivo a premere i tasti con le mani sudate in uno spazio troppo ristretto. Ero in trappola. Poi.

«Ciao amore…» la voce tenebrosa del mio ragazzo, nonostante fossi ancora incazzata con lui, mi tranquillizzò. Smisi di sudare ed il respiro non lasciava più fuori uscire la condensa che mi stava
circondando come nebbia. La bocca si aprii di nuovo, questa volta più calma ed ancora più dolce

«ti stavo aspettando da un po’. Sei bellissima » ma prima che potesse continuare a parlare,  probabilmente con delle scuse, lo interruppi.

«Sei un deficiente. Mi hai spaventato, cretino. Avresti potuto avvisarmi…»

«…non sarebbe stata la stessa cosa. Non ti avrei sorpresa»

«Rimani un deficiente lo stesso. Cosa vuoi adesso?» ribattei violentemente.

«Sei bellissima stasera, amore»

«Non incominciare a chiamarmi amore. Se vuoi qualcosa, scusati e vattene».

«Ok. Scusami. Non volevo in realtà farti stare male. Di nuovo. – eppure ci era riuscito benissimo – Ti prego, fidati e basta – mentre si avvicinava a me passo dopo passo – lo sai che sono un coglione e che devo per forza fare il duro, ma oggi davvero ero occupato e non ho idea del perché ti abbia detto che ti avrei chiamato io dopo – un altro passo – quando già sapevo che non avrei potuto farlo. Scusami davvero».

Eravamo faccia a faccia, come prima con Filippo, due sensazioni diverse.

Ora confusa. Prima arrapata.

Lui poggiò le sue mani sui miei fianchi morbidi mentre con le dita giocava con l’intreccio del mio giubbotto. Il suo profumo D&G Masculine mi inebriava, mi confondeva, mi eccitava in un modo strano anche se già provato prima.

«Ma fai sempre così ed io non ne posso…» mi baciò furioso. Non avrebbe permesso un mio allontanamento. Mi volevo e lo sentivo, lo capiva mentre le sue mani scendevano sul culo per poi aprirsi un varco tra la maglietta e la schiena nuda. Piccoli brividi di lunghi istanti infiniti. Vogliosa anche io smisi di pensare e lo baciai. Ed era un gioco di lingue immenso, perfetto.

«Vuoi salire? I miei non ci sono» dissi pacata ma lui non colsi nulla, un accenno, un gesto. Mi prese tra le braccia, stretta a lui aprendo la porta a vetri appoggiandosi con la schiena ad essa.

Eravamo distesi sul letto. Mi toccava e mi lasciavo toccare perché inconsapevolmente lo desideravo. Forse ero pronta? Perché cambiavo idea così in fretta lasciandomi trasportare dalle emozioni che in quel momento mi colpivano intense?

Lo volevo dentro di me. Non dissi nulla. Lo fermai con il suo ciao tra le mani, lo fissai. Mi slaccia i bottoni della minigonna lasciandomi questa volta solo in tanga. Sorride, sono bella e lo so ma lo sa anche lui. Felici. Incominciò ad abbassarmi la lingerie nera mentre accompagnava questo gesto baciandomi sempre più in basso. I capezzoli, il seno, in mezzo, più sotto, l’ombelico e la sua lingua, poi più giù ancora, il bacino, l’inguine.

Poi all’improvviso il buio nella stanza immersa nelle tenebre. Desiderai che a prendermi fossero gli occhi azzurri che mi avevano incantato. Desiderai che lei lacrime scorressero sul mio seno e non più sul suo viso. Desiderava il dolore di Lui. Volevo la luce azzurra e non le tenebre nere. Volevo che fosse Lui a vedermi nuda. Le sue mani a toccarmi, la sua lingua a perforarmi. Mi alzai dal letto sfilando il piumone con cui mi coprii.

«Vattene». Un imperativo categorico con cui lo fulminai incredulo. E se ne andò. Sentii la porta chiudersi. Accesi il monitor del PC ancora fermo sulla foto di Filippo. Tutta la notte. Ore 06.47.

E in quest’orgasmo di pensieri ora pensavo solo a lui.

Ora so come ti chiami, dolce bastardo ragazzo perduto.

5

INTERLUDE

LUI

U

n bacio mi svegliò dall’assopimento, perché nonostante fossero le 14 passate, avevo dormito poco più di 7 ore. Sognai che fosse Lei. Era Carolina e lo sapevo, conoscevo l’odio che provavo per lei ma ero anche consapevole di essermi lasciato andare in lei quella notte e questa mattina. Ricambiai il bacio con affetto come se niente fosse successo. Mi tornarono alla mentre i ricordi di quella notte. Le mie labbra, le sue. Il suo culo. I capelli. Il seno. Io e lei e mi fermai a riflettere inconsapevolmente sui motivi. Lei aveva detto che le mancavo, probabile. Ma aveva aggiunto anche che io fossi ancora innamorato di lei, impossibile. Mi aveva fatto male, mi aveva fatto soffrire ed ora, in quel primo giorno di vacanza, io stavo ancora male, ero in pena, quasi tormentato da quella irriverente ragazza che ancora ad ogni sguardo però mi toglieva il fiato. Mi ero domandato più volte “e se non fosse finita con le? Come saremmo ora?” Ma non avevo mai trovato una risposta valida o che soddisfacesse le mie curiosità. Forse saremmo rimasti come prima oppure saremmo cambiati totalmente. Ma a lei avevo pensato spesso, il mio amico lo sapeva, ed ora che ce l’avevo però non riuscivo ad essere liberamente felice. Stavolta però ne conoscevo il motivo: Lei, l’altra ragazza, aveva visto ciò che io non avrei mai voluto mostrarle, perché la mattina precedente per la prima volta mi aveva notato dopo 4 mesi e aveva parlato, scherzato con me come nessuno, eccetto Marco e pochi intimi, aveva mai fatto. Io in realtà ogni giorno la guardavo, la vedevo fuggire da scuola sulla sua vespa rosa, colore che odio, ma che in lei ammiravo ugualmente come ogni altra cosa che le appartenesse.

Mi piaceva il suo culo e il suo modo di fare che, per cantare vittoria quando mi aveva tolto la sigaretta di bocca, strafottente me lo mostrava sculettando. E ieri sera, quando l’avevo vista prima di sprofondare terribilmente in un vortice di paranoie mentali, era glaciale, spaventosamente bella, terrificante e splendida. Non toglieva il fiato, ti bloccava il respiro. Semplicemente.

«Si chiama Michela, idiota». Primo. Come aveva fatto a capire a chi stavo pensando? Secondo. Come sapeva il suo nome?

«Ieri sera, quando tu stavi frignando come un bambino le amiche l’hanno chiamata così, idiota» ancora una volta, con un tono sempre più alto, aveva letto la mia mente mentre lentamente si avvicinava a me e mi prendeva da dietro, con le mani sui fianchi appoggiando il suo seno morbido alla mia schiena nuda. Mi lascia accarezzare ed eccitare, ma poi secco me la tolsi di dosso e mi precipitai sul computer, attesi 3 minuti per l’accensione completa fissando intensamente il vuoto di fronte a me e poi andai alla mia pagina di FaceBook. 4 Notifiche: gruppo, gruppo, gruppo. “Michela Corsi ha accettato la tua richiesta di amicizia”. Era Lei, Era Lei, Era Lei.

Perché così finalmente felice per un’amicizia su FB? Bè, non m’importava, decisi che già fosse un buon inizio. Felicemente. C’era anche un messaggio che lei mi aveva inviato il giorno precedente. Mi chiedeva se ci conoscevamo. Teoricamente avrebbe dovuto, ma poi in realtà non era così. “Ciao, piacere, Filippo. Ti ho aggiunta un po’ a caso, so chi sei ma non ci siamo mai presentati. Sono quello a cui hai fottuto una Lucky Strike. Ah, hai un bel culo…Ego”. Inviato.

Ora anche io so il tuo nome, bella ragazza sensuale.

LEI

Ore 7.30. Un rumore fastidioso interrompeva il mio dormiveglia di nemmeno un’ora. Maledetta sveglia, mi ero dimenticata di togliere l’allarme; quella era l’ora a cui di solito mi svegliavo per andare a scuola. Ma stavolta non c’erano le lezioni e per di più i miei genitori erano andati un paio di giorni in montagna a Campitello per tornare il giorno di Natale e poi ripartire di nuovo. Cercai di addormentarmi di nuovo ma a quanto sembrava, nonostante la stanchezza pressante che mi assaliva, non riuscii a prendere sonno: troppi pensieri e ricordi mi affollavano densi la mente. Prima di scendere per fare colazione accesi al massimo lo stereo e andai a farmi la doccia gelida per rinfrescarmi e rinfrancare il mio corpo spossato. “Strade” dei Subsonica. I suoni elettronici colpivano forti i vetri del bagno su cui rimbalzavano prima di entrarmi nelle orecchie e percuotere il timpano in un misto di acqua e sapone. Ero felicissima di essere sola in casa, anche mio fratello infatti aveva deciso di andare in montagna, per poter fare tutto quello che volevo, la musica ad alto volume, girare per le stanze svestita, quasi completamente e sentirsi libera. Feci una breve colazione, come al solito: qualche cereale, mezzo bicchiere di succo, una pesca fuori stagione e poi ero prontissima per iniziare la giornata alla grande e, nonostante la brevissima dormita, c’era qualcosa che mi spingeva, mi esaltava.

Dovevo organizzare la mia festa di diciottesimo, vedere se Fillippo mi aveva risposto e poi eventualmente discutere con Jack che, ne ero totalmente sicura, mi avrebbe chiamata a breve. Forse lui però stava dormendo ancora. Itunes. “Laying Perfectly” degli Your Hero. Che grande gruppo: li avevo visti un anno fa a Roma ed erano riusciti ad emozionarmi grandemente. I due cantanti urlavano dalle casse del mio computer riempiendo la stanza di rumori mentre controllavo la posta elettronica e FaceBook notando ancora una volta che non c’era né una mail né una nuova notifica. Filippo non aveva ancora risposto e questo mi straziava tantissimo , fin quasi ad essere in pena per un suo solo messaggio. Bene, anche se bene non era: ora dovevo organizzare la festa a casa mia. Decisi di usare il social network anche per questo obiettivo. “Inizia evento”: Martedì 26 Dicembre. Ore 21.00. Festa di diciottesimo a casa mia in Via Sforza 19. Fatto. Invitai veramente tutti quelli che avevo come amici su FaceBook, una settantina credo, non di più. Stavo per essere diciottenne, avevo la casa tutta libera, erano le vacanze di Natale, ed ero sola.

Solo in quel momento infatti mi ero resa conto che probabilmente spesso essere liberi significasse solitudine. Viaggiare per paesi è libertà, ma sei solo quando arrivi e quando torni. C’era sempre l’amarezza nella libertà che non sarà mai completamente libera a quanto pare. Ed io come il viaggiatore, in quell’istante mi sentivo sola, unica e stanca. Senza ragazzo da quando ieri l’avevo cacciato dal mio letto, senza Filippo che ora desideravo incontrare più che mai, senza le mie amiche che beate sicuramente stavano ancora nel mondo dei sogni ed ero stanca. Talmente stanca che al pensare si sostituì un respiro leggero, vuoto ma sereno ed in esso mi addormentai sognando al suo bacio e le sue carezze.

“Chick Habit” mi risvegliò bruscamente. Chi mi chiamava alle nove del mattino? Jack? Che palle! Non solo non avevo voglia di sentirlo, ma inoltre mi aveva spazzato via dal mio torpore mattutino. Il nome di Ale compariva luccicante sullo schermo del mio Nokia mentre la suoneria impertinente suonava, sempre più forte.

«Pronto?» la mia voce era rauca, rotta da uno sbadiglio, prima di riprendere a parlare al cellulare «che c’è?». Qualche istante di silenzio «Ciao scema! Ero sicura che te ne saresti dimenticata…dovevo venire a casa tua per organizzare il party del millennio. Ma c’è qualcosa che non va?» aveva avvertito che non c’era risposta da parte mia ed era visibilmente, udibilmente preoccupata o così almeno sembrava dal suo tono. «Ti racconto dopo. Ti va di venire da me?»

«Ma è l’ora di pranzo! Ma che hai? Mi sembri strana…»

«Cosa? Le 13.45?! Dai corri da me che mangiamo qualcosa e poi organizziamo, se vuoi senti Laury» come cazzo era possibile che fosse quasi le due di pomeriggio? Bè, significava che almeno avevo dormito e sorrisi allegramente anche perché di lì a breve non sarei stata più sola e nemmeno stanca.

«Dammi 10 minuti e sono da te. Sì, però si mangia, eh! Non voglio un’arancia e 4 grissini integrali. Ti amo!» disse in parte ironica ed in parte no.

Andai velocemente a sciacquarmi la faccia ed a vestirmi perché avevo ancora un cera orrenda ed indossavo la vestaglia che mi aveva regalato Jack. Un po’ troppo osè, ma i miei tanto non l’avevano mai vista. Controllai il computer ma ormai non mi aspettavo nulla mentre me lo immaginavo dormire tra le coperte, magari solo, magari in boxer. Attraente. 1 nuovo messaggio. Era Lui, era Lui, era Lui. Leggo. Ti conosco anche io, mio caro, non pensare. Con gli occhi ancora asperti e sbalorditi premetti due volte il tasto sinistro del mouse e risposi. “Io e te dobbiamo parlare. Uno perché perché non puoi dirmi di no. Due perché non mi hai dato una sigaretta l’altro giorno e tre perché sei invitato alla mia festa. Guarda l’evento di FB. Michi. PS: Quattro non mi sta bene che tu esca con altre ragazze =)”.

Inviato. Lo volevo ed ora. Solo ora l’avevo.

Mio.

LUI

Mentre i minuti passavano, io ancora sorridevo per quel momento felice, per quel messaggio arguto che ero riuscito a mandarle. Carolina era ancora lì dietro di me che a tratti, come presa da istanti di passione, mi assilava da dietro. Sempre nuda. Sempre sexy. Mai più nella mia testa, nel mio cuore. «Vattene» ripetei più volte sapendo che quell’ordine non avrebbe certamente sortito l’effetto sperato. Accendo Itunes. Voglio del rap. “La calda notte” dei Noyz Narcos incomincia a suonare insieme al messaggio di Facebook da cui non avevo mai tolto lo sguardo. Era proprio stronza e pesuntuosa. Ancora ce l’aveva su con quella storia infantile però…però… Cosa significa che dobbiamo parlare? Perché dobbiamo parlare se poi mi invita anche alla sua festa. Mi dice di guardare su FB per saperne i dettagli. 26 Dicembre ore 21.00 a casa sua. A casa sua? Io…a casa sua? Mi prese la paura, l’insicurezza, io che ero sconosciuto e che non mi ero dato la pena di conoscere nessuno, eccetto pochi amici intimi, ora sarei dovuto entrare in casa di una ragazza stupenda con cui avrei dovuto parlare, ad una festa piena di ragazzi, da solo. Solo. No, sapevo che avrei dovuto dire di no ma istintivamente mossi il mouse su “accetta” e lo premetti forte, con irruenza senza risparmi, desideroso realmente di parteciparvi, perché c’era Lei. Michela. Mancavano tre giorni eppure ero eccitato già da quel momento, ero ansioso. Decisi di rispondere a quel messaggio non in maniera pertinente: “Ehi, ah allora mi conosci anche tu? Starai tutto il tempo a spiarmi, immagino. No, ‘scolta, volevo scusarmi per ieri sera… diciamo che il nostro incontro non era proprio come me lo ero immaginato. Scusami e basta, non avrei voluto che mi vedessi così, quasi nudo al gelo con quella in macchina – una sberla mi colpì la testa perché a Carolina non piaceva essere chiamata “quella” mentre stava appoggiata con le braccia incrociate sulle mie spalle, ancora nuda – che per di più era rimasta solo in perizoma. Quella – un’altra sberla ed io che ridevo felice giocando su quel punto debole – era la mia ex che si è approfittata di me… quindi ti prego, scusami. Alla tua festa ci sono, presuntuosa.”

Inviato, perché mi sarei dovuto scusare? Che bisogno c’era di farlo con lei che forse invece non ne voleva sapere. Magari il suo era solo un invito, niente di più. Stavo facendo un errore, me lo sentivo, ma ormai non potevo più tocrnare indietro. Rimaneva solo da aspettare una sua risposta o eventualmente anche una sua non risposta perché irritata. Battevo furioso le dita sulla scrivania. Mangiavo le unghie, ogni tanto facevo scrocchiare le dita nervosamente. Per ingannare il tempo andai a cercare mio padre nella sua camera: non c’era. In cucina nemmeno. Cosa stava facendo? Pensai per un attimo di chiamarlo poi lasciai perdere, gli dovevo dare i suoi spazi, quelli per la crisi, la delusione o quelli per svagarsi, per il gioco con gli amici. Inoltre aveva più di 60 anni, era sicuramente in grado a sé. Così, trovato il cellulare, composi il numero del ristorante sotto casa e ordinai un kebab e delle patatine fritte mentre rovistavo nel cassetto del mobile vicino alla porta per cercare 10 euro dato che lì ce n’erano sempre. Salii veloce le scale. Magari aveva già risposto o magari no. Quando arrivai non seppi più contenermi: Karol, quella fottuta stronza, batteva le dita sulla tastiera in modo frenetico fin quasi a sembrare una scrittura casuale. Stava scrivendo qualcosa che da lì dov’ero, incastrato sulla soglia della porta di camera mia, non potevo vedere. Credo che passarono solo pochi secondi. Violento mi scaraventai sulla poltrona nera. La buttai giù, lei e la sedia. Non mi fermai a guardare se stesse tremando, sorridendo, piangendo o sanguinando. La vidi a terra accucciata, nuda, bella. Chiusi gli occhi, io ancora furioso, malvagio.

«Vattene, Carolina. Vattene e non stare ancora qui perché la prossima volta non saprò contenermi. Vattene ora e basta. Non tornare più perché sappilo: non sono più innamorato»

«Non mi ringrazi per il nome della ragazza e per ieri sera?»

Senza togliere il buoi dai miei occhi, per tenerli chiusi e per non guardarla, con le mani in tasca toccai i 10 euro, li presi e li lanciai a lei: puttana.

«Ora per piacere, vattene a fanculo».

Non seppi quanto a lungo rimase lì sdraiata sul pavimento ma i miei sensi erano occultati, solo misti all’odio per quella che c’era scritto nel messaggio di risposta a Michela. Carolina le aveva descritto nei dettagli la nostra serata. Merda. Controllai che non fosse già stato inviato.

“The Grim Goodbye” dei Red Jumpsuit Apparatus. Addio.

Mi fermai lì per sempre. Lessi il messaggio di Lei:”Non mi interessa quello che facevi con quella. M’interessa quella che farai a me e con me. Puoi sognare o agire. In fondo «il sogno è l’infinita ombra del Vero». Misteriosa. Dannatamente misteriosa. E mi piaceva, mi concedetti un piccolo sorriso seppur con sforzo e poi mi lasciai andare sulla poltrona nera cullato dal freddo che entrava dalla finestra aperta mentre mi accendevo una sigaretta su “Vendetta” di Ensi.

Aspettavo il kebab mentre aspettavo Lei.

-   3

LEI

In pochi minuti Lui mi rispose. Era un messaggio lungo. Mi stava chiedendo scusa. Ma non volevo le sue scuse. Non m’interessavano, non mi servivano. Volevo che fosse mio e lui, che ancora non lo sapeva, però lo era già. Risposi semplicemente mettendo per iscritto ciò che mi passava nella mente e poi conclusi con una frase di Giovanni Pascoli che da pochi giorni avevo studiato e letto a scuola:”I sogni son l’infinito ombra del Vero”. Aveva ragione, spesso i sogni allora sono lo specchio del modno, della realtà che speriamo che ci accada, che ci percuota ma che non ci svegli mai. Non mi rispose nei 5 minuti che seguirono mentre fissavo intensamente la luce che proveniva dal monitor.

Suona il citofono. Eccola, è arrivata. Alessandra. Vado alla porta mentre che il sorriso che avevo da 20 minuti ancora non era svanito. Apro con due giri di chiave.

«Perché?»

«Perché cosa?»

«Quel sorriso» e sorride.

«Capirai»

«Cosa?»

«Perché questo sorriso» e sorrido. «Vieni con me di sopra» e mi seguì.

Alessandra era dietro di me quando entrando in camera socchiusi la porta – nonostante in casa non ci fosse nessuno – e accesi lo stereo a palla sentendo la voce di Alicia Keys e di “If Ain’t Got You” investirci in pieno, e cominciai a saltare sul letto urlando le parole della canzone lasciando quasi che le lacrime irrompenssero dai miei occhi pieni di felicità traboccante e poi l’abbracciai. Sorridente.

«Perché?»

«Ancora? Perché cosa?» non capivo.

«Perché tutto questo…?» lei capiva ancora meno di me. Mi bloccai un attimo mentre la musica scemava e mi accesi una sigaretta prima di realizzare a cosa si riferisse realmente la mia amica. Lei mi rubò il pacchetto di mano e imitò il mio gesto.

«Ah, già. Eheh. Hai ragione me ne ero completamente dimenticata, che deficiente che sono. Guarda qui» indicando lo schermo del mio computer portatile su cui era ancora impressa tuttala conversazione tra me e Filippo. All’inizio, quando lesse il nome, il suo volto, il suo sguardo mi trafissero increduli come se mi chiedessero perché ci parlavo ancora dopo l’altra sera. Non avrei saputo risponderle se non dicendo che semplicemente non riuscivo a non pensarlo. Sembrò che mi capisse perché tornò a leggere i messaggi inviati e ricevuti a volta mugugnando qualcosa, a volte gesticolando con le mani, altre sbuffando o sorridendo. Io ero dietro di lei, martellavo il pavimento con il piede destro, come a scandire il tempo o far capire ad Ale che io la stavo aspettando. Ma lei non ascoltava, era chiusa nei suoi pensieri, nei suoi commenti da fare e non avrebbe sentito nulla di tutto quello che la circondava.

Quando si alzò dalla sedia mi prese le mani sudate e tremanti e piano mi sussurrò «Attenta però».

Aveva letto anche il mio sorriso allora? Sì, dolce amica, starò molto attenta. Mi rispose con un bacio, grosso e forte sul naso facendomelo pizzicare e poi mi abbracciò. Grazie. Prego.

Mi sosteneva e lo sentivo nel suo sostenermi le mani ghiacciate e impaurite. Paura che non fosse d’accordo con me. Ora mancavano tre giorni prima di vederlo, di sentirlo, di imbarazzarmi di fronte al suo viso, ad i suoi bei muscoli definiti.

«Ehi, ora mangiamo però» s’intromise Alessandra nella mia testa e la sua voce suonava come protesta. Velata protesta.

«Si si, adesso mangiamo…» risposi sorridendo e cominciammo a scendere le scale verso la cucina. Avevo già in mente cosa avrei preparato: un bacio caldo, morbido, dolce. No. Sbagliato. Un risotto alle verdure. Sano e saziante.

E tu? Tu mi sazierai? Sazierai la mia fame di te o continuerai a fuggire?

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6

FIRST BREATH AFTER COMA

U

LUI

n mal di testa terribile, fortissimo che non mi permetteva ancora di aprire gli occhi per vedere l’ora a cui mi ero svegliato quel giorno. Sentivo un peso enorme sulla mia testa, quasi opprimente e quella forza che mi attanagliava la mente non era possibile sopraffarla. Un occhio, poi un altro. La sveglia di fronte al letto diceva che ormai le 14 del pomeriggio erano abbondantemente passate. 14.53. Era tardissimo. Sarei dovuto andare a pranzo con mio padre, ma allora perché non mi aveva svegliato quella mattina? La sera prima avevo fatto serata con alcuni miei amici in Piazza Castello: Monti, Gialdo, Zuc. Ognuno di loro aveva espresso la propria opinione sulla ragazza di cui io mi ero fottutamente perso. Monti, Marco Monticelli, pensava che dovevo lasciarla stare a meno che non me la volessi portare a letto; Gialdo, Andrea Gialdini e Zuc, Michele Zuccala invece sostenevano l’apposto: provare a fare qualcosa di serio perché sarebbe stata l’unica occasione per dimenticare Carolina. Senza pensare al quando ed al come, ma pensando solo al provare seriamente a rendere speciale questa storia che ancora non era iniziata. Avevamo continuato a bere tutta la sera, come le altre sere, finchè alle 4 del mattino avevo deciso di riprendere la macchina, nonostante fossi ancora leggermente brillo, e di avviarmi verso casa senza un motivo apparente anche se l’ultimo ricordo della scorsa nottata mi ghiacciava ogni pensiero: io con in mano il BlackBerry a guardare le foto di Michela su FaceBook! Perché?

Non avevo tempo di rispondere a queste domande forse perché le mie conclusioni già le avevo tratte anche se avevo paura di esprimerle o forse perché prima avrei dovuto raggiungere mio padre. Cercai di vestirmi nel minor tempo possibile ed in 5 minuti infatti ero già pronto ad uscire. Mentre avviavo il motore della macchina provai a chiamare Claudio al telefono.

Non risponde. Ci riprovo. 4 squilli. 5 squilli.

«Pronto? Che c’è? Chi sei?» le parole sbiascicate al limite della comprensibilità. Era ubriaco?

«Pà, dove cazzo sei?» non volevo perdere nemmeno un minuto perché al di là di tutto in quasi 20 anni non avevo mai visto e sentito mio padre brillo, né tantomeno completamente ubriaco come invece quel giorno appariva. Cercai di interpretare le frasi che lui dall’altra parte del telefono pronunciava. Non capivo, non capivo. Al Bar 18? No. No, la sua macchina era in garage, non poteva essere arrivato così lontano.

Al Margot? «Pà, non sento! Sei al Margot?» Sì. Volo.

In una frazione di secondo spinsi il bottone della guida sportiva, scalai due marce ed accelerai per superare le macchine di fronte a me a costo di passare con il rosso. In 2 minuti ero lì dove mio padre aveva cercato di indirizzarmi. Lo vidi oltre le vetrine a tutta parete del bar. Era appoggiato al bancone quasi sdraiato, accasciato come se fosse inerme. A lato del suo braccio sinistro, per quanto riuscissi a vedere da 20 metri di distanza, vi erano circa 4 bicchieri d’amaro vuoti. Completamente svuotati al cui interno erano rimasti ancora solo alcuni cubetti di ghiaccio ormai sciolti dalla temperatura del locale climatizzato. Mio padre era il solo insieme al barista che pareva non preoccuparsi della situazione di Claudio, ma invece puliva svogliatamente piatti e tazzine bianche che ad una ad una tirava fuori dalla lava stoviglie.

Non attesi che le macchine rallentassero per attraversare la strada che separava me e mio padre. Quasi correndo arrivai di fronte all’entrata e spalancai la porta con una leggera spallata per poi portarmi al suo fianco e prendendolo sotto al torace gli chiesi cosa ci facesse lì.

Non rispondeva, forse non sentiva.

«Pà! Pà!» urlai forte avvicinandomi sempre più al suo orecchio.

«Pà, rispondimi. Ti prego!» niente.

Lo stavo implorando, non capivo, o meglio, sapevo perchè, ma non comprendevo la scelta di mio padre da cui questo mai mi sarei aspettato.

«Ma lascialo lì, non vedi che è svenuto ‘sto vecchio e non mi ha ancora pagato!» la voce cupa del barista insofferente spezzava la tensione del locale nel centro cittadino. Ma lo faceva in un modo egoista, strafottente, odioso. Non so cosa mi prese in quel momento. Era la paura per mio padre o l’insensibilità di Giacomo come diceva chiaramente il suo badge?

Lasciai che Claudio si appoggiasse nuovamente al bancone sporco del Glen Grant che lui stesso aveva rovesciato a causa dell’ebbrezza. In un lampo cieco di luce e furia, con la mascella serrata fino a stridere ed i muscoli contratti, scaraventai i 4 bicchieri vuoti addosso al barista che fu colpito e tagliato dai vetri. Sanguinava copiosamente dal viso ma me ne fottevo, aveva esagerato ed erano cazzi suoi. Presi il portafoglio, gettai 50 euro al di là del bancone e me ne andai.

«Chiama il 118, stronzo!»

Chiusi con forza la porta a vetri rischiando di farla implodere su se stessa, misi mio padre sui sedili posteriori e mi volatilizzai sgasando più veloce di prima fino al pronto soccorso di Milano.

L’ atmosfera bianca sembrava trasmettere armonia, pace, salvezza. In realtà l’aria era fetida, puzza di medicinali, disinfettanti, fetore, morbo.

Era tutto il contrario di ciò che appariva. Mi sentivo mancare. Ero triste ed era Natale. Solitamente il 25 Dicembre li passavo in famiglia al ristorante “La Quinta”, per poi ritornare a casa e scambiarsi i regali. Io, Francesca e Claudio. Oggi. In questo giorno, Francesca non c’era e Claudio mancava. Era in coma etilico nella stanza affianco alla sala d’aspetto colmata di poltroncine rosse sulle quali decine di persone tristi erano sedute. Mi guardavo intorno quasi inorridito, quasi appesantito da quella situazione e decisi di prendere sottobraccio il giubbotto di jeans ed andare fuori a fumare una sigaretta, una Lucky Strike. Non ero solo, ma nella dose di nicotina mi accompagnavano altre persone, alcune comuni, nei loro vestiti di marca, preoccupate altre e più strane, fuori luogo ma comunque tutti noi eravamo lì con lo stesso scopo. Non pregare. Ma aspettare una sorte triste in un giorno apparentemente felice. Molte confabulavano tra loro concitate a bassa voce sulle teorie di una qualsiasi guarigione o per un consiglio medico da chi medico non era. Altre, sole come me, in disparte silenziosamente parlavano con il proprio “io” quasi a sembrare una dolce soffocata preghiera. Le macchine oltre le cancellate correvano una dietro l’altra non preoccupandosi per chi, diversamente da loro, non poteva schiacciare l’acceleratore senza pensieri ma doveva semplicemente sostare in straziante attesa. E gettai la sigaretta dopo un ultimo tiro. Entrai, nuovamente investito da quella luce bianca così malinconica. Camici bianchi che corrono, frenetici.

Avanti ed indietro. Non si fermano. Ma corrono. Veloci. Una flebo. Stimolatore cardiaco. Una luce rossa che lampeggia. Un suono forte, acuto, infinito e straziante.

Poi camici bianchi camici camici volti indistinti in fila entrano escono urlano. Cosa urlano? Urlano qualcosa.

«Emergenza! Emergenza!»

Stanza 368. Mio padre. Cazzo. Cosa stava succedendo? Che cazzo di emergenza era? Avevano detto che ormai era stabile. Perché mentono? Perché mentono sempre quei camici bianchi? Sentivo i piedi e le gambe cedere il mio peso. Buttai per terra una borsa abbandonata o forse appartenente alla signora che ora mi squadrava. Mi siedo.

E dormo, stanco. Sopraffatto.

Ti prego, pà. Svegliati che mi sveglio anche io.

Lo sforzo per mantenere gli occhi chiusi era immane. L’angoscia sosteneva il mio risveglio costantemente mentre io obbligavo il mio corpo a resistere al desiderio di destarsi e sapere cosa stesse succedendo, come stesse mio padre. Non avevo più il senso del tempo, del luogo come sospeso in un limbo isolato, da solo in cui avevo tutto lo spazio che desideravo per pensare quanto più a lungo possibile.

Cercai Michela nel buio di quel sonno opprimente ma non la trovavo, provai a ricordarla non ci riuscii.

Mi sentivo nuovamente abbandonato, di nuovo. Di nuovo perso e triste.

Sentii -una mano calda toccarmi la spalla. Aprii gli occhi stanchi e rossi con fatica e piano piano cercai di mettere a fuoco la figura bianca di fronte al mio viso. Era una graziosa infermiera che mi parlava con voce soffice che io, ancora intorpidito, non riuscivo a sentire.

«Mi scusi, non ho capito» ero dispiaciuto di doverle far ripetere ciò che già mi aveva detto.

«Si figuri. È lei il parente della stanza 368?»

«Sì. Perché?» mentre afferravo con le mani i braccioli della sedia sulla quale ero ancora afflosciato.

«Suo padre è fuori pericolo. Lei tutto a posto? Desidera qualcosa?»

Ma come potevo desiderare altro se non quello che la graziosa ragazza mi aveva già detto che in quel camice molto corto era molto sexy.

«Quanti anni ha?» potevo chiedere quello che volevo, giusto? Non mi dovevo preoccupare di ciò che questo avrebbe comportato, perché mio padre era vivo, era ancora vivo, era Natale e la ragazza mi aveva chiesto se desideravo qualcosa. Volevo sapere la sua età. Mentre le gote si pitturavano di rosso acceso, mostrò uno splendido sorriso e se ne andò lasciandomi di nuovo solo. Cosa stavo facendo? Ci stavo provando? Anche con lei?

Mi concessi un momento di risata sapendo che tutti i volti dei parenti lì con me mi avrebbero fissato ma me ne fregai e continuai a ridere.

Il cellulare che da tempo non controllavo vibrò. Lo cercai nella tasca dei jeans neri e vidi il messaggio che mi era appena arrivato. Numero che non conoscevo.

“23”. Che cazzo di SMS è? Alzai lo sguardo all’improvviso. L’infermierina ventitreenne sorrideva ancora al di là del banco. Troppo forte! Aveva preso il numero di cellulare che avevo dovuto lasciare per il ricovero di mio padre.

“Esci con me stasera?”

Vidi subito l’espressione del suo volto cambiare quando ricevette stupita il messaggio. Vibra.

“Ma non sai nemmeno il mio nome”

Non mi fregava. “Elena, esci con me? Stasera.”

Non mi accorsi che mentre io ero intento a digitare l’ennesimo messaggio lei si era avvicinata fino a trovarsi al mio fianco. Sentii la vibrazione anche del suo cellulare nella tasca del camice e le sue parole sussurrate al mio orecchio «sei troppo piccolo» mentre percepivo qualcosa nella tascona della mia felpa.

«Va bè, almeno ci ho provato. Ciao…» mi salutò anche lei con una carezza sulla guancia che sembrava tanto compatimento per la mia ingenuità. Se ne andava di nuovo, per sempre. Ero troppo piccolo.

Il biglietto che stringevo tra le dita però recitava il contrario. “Alle 24.00 nel parcheggio dell’Ospedale Maggiore. Puntuale. Ele”.

Lo sapevo, ovvio che lo sapevo. Va bene, sarò puntuale. In fondo mio padre sta bene, è vivo ed è Natale. Ed anche io mi sento vivo. Finalmente.

Quando la luce rossa si spense sopra il numero 368 capii che potevo andare a parlare con mio papà. Vidi 3 dottori uscire dalla sua stanza e nessuno di questi aveva il volto preoccupato o corrucciato ma al contrario si complimentavano l’uno con l’altro. Avevano avuto successo?

Bè, io di più! Due in un colpo solo. Ore 19.30.

Rivedevo Claudio respirare e mi sveglia come lui si svegliò al mio tocco e sorrise affaticato in un tentativo di gettarmi le braccia al collo come segno di affetto paterno che sapevo di non possedere ma che provava ogni volta a dimostrarmi ed io lo apprezzavo e gli volevo bene.

«Come stai, vecchietto? Come ti senti?» Vecchietto.

«Vorrei fumare. Non l’ho mai fatto ed ho capito che mi piacerebbe provare»

Perché quando era in vena sparava sempre un sacco di cazzate? Era appena uscito da un coma etilico in cui aveva rischiato la morte e riusciva solo a pensare che aveva voglia di fumare una sigaretta? Pazzo. Ma anche lui era riuscito a farmi sorridere.

«Dai, Filippo, stavo scherzando. Ora mi sento bene, i medici hanno detto che sono completamente fuori pericolo» la voce roca, difficile da capire quanto difficile per lui da pronunciare, colpiva i miei timpani forte perché non coglievo in quelle parole un accenno a ciò che era accaduto quel pomeriggio.

«Anche a me l’hanno detto, per fortuna, ma papà, perché eri al Margot? Eri in coma quando sono arrivato…» non riuscii a proseguire.

Incominciai a singhiozzare qualche tentativo per andare avanti, senza successi.

«Scusami» era l’unica parola che riusciva a pronunciare, forse più intensa di qualunque altra, ma a me comunque non bastava.

«Perché?!» ancora…

«Per Francesca, mi sentivo vuoto e non mi sono controllato. Scusami»

Ancora. «non sapevo cosa fare, cosa dire a te, come farlo. Mi sono chiuso e tu non c’eri e non potevi né vederlo, né capirlo. Mi spiace, davvero, figliolo.»

Lo abbracciai. Sapevo già ogni cosa di quello che aveva detto, ma lo volevo sentir dire da lui in persona. Lo abbracciai a lungo lasciando che le piccole lacrime di quell’amore puro bagnassero il suo camice bianco orrendo. Sentivo la sua mano sulla mia schiena per ricambiare il mio gesto di affetto sincero.

«Pà, sai che stasera esco con un’infermiera che ti ha curato?» dissi con la faccia sprofondata nei suoi muscoli, simbolo di anni di duro lavoro.

«Quale? Quella con i capelli castani o rossi?» nonostante il lieve coma era ancora lucido perché riconosceva chi si era occupato di lui ed in fondo mio padre aveva sempre avuto ottimi gusti in fatto di donne.

«La rossa. Carina, no? Bel fisico e poi mi pare simpatica»

«Sì, anche a me. Bè, io tengo la castana allora. Un vecchietto qua tutto solo non fa un po’ pena? Io mi sento ancora molto vivo.»

«Sei un cretino!» sorrise di nuovo. Felice, forse un po’ confuso e sconsolato, ma comunque ora felice. Continuammo a parlare, ridere e scherzare per un paio d’ore dopo che le infermiere, anche Elena, aveva portato la cena a Claudio e a me che ero ospite desiderato dalla mia sexy infermierina che ogni volta, entrando nella stanza, esibiva il suo magnifico sorriso

Parlammo di tutto, di mia madre, di Francesca, di Carolina ed io consigliavo lui come lui dava consigli a me. Non c’era mai stato un contatto così stretto, una libertà così forte ed aperta tra noi 2 eppure quella situazione al limite del tragico ci aveva avvicinato, finalmente uniti, padre e figlio.

Ore 23.30.

Saluto di nuovo Claudio promettendo che l’indomani sarei nuovamente andato a trovarlo per accompagnarlo a casa e, dopo aver dato uno sguardo al culo di Elena che non se n’era minimamente accorta, presi la via per il parcheggio e veloce proseguii con la mia Honda Civic verso casa.

Avevo poco tempo e dovevo essere davvero puntuale. Mi lavai la faccia spruzzandomi poi il deodorante AXE African su tutto il corpo. Presi la camicia nera di Burbery e i pantaloni beige. Le mie solite Vans e controllai il cellulare per vedere quanto tempo ancora avevo. Poco più di 8 minuti. 8 era il mio numero preferito. Ce l’avrei fatta anche perché il parcheggio dell’ Ospedale Maggiore distava poco più di qualche chilometro.

“Savin’ Me” dei Nickelback correva con me lungo la strada prima della svolta finale facendo lo slalom tra i separatori gialli dei parcheggi. La scritta HOSPITAL illuminava gran parte dello spiazzo di fronte all’entrata e lì sotto fermai la macchina ed ancora in camicia scesi per fumarmi una sigaretta. Avevo ancora un minuto perciò potevo benissimo concedermi una pausa in quella giornata caotica, pazza e strana. E poi, era Natale.

Nell’istante in cui accesi la mia Lucky Strike mi arrivano tre messaggi. Forse prima non prendeva, strano… Marco che mi faceva gli auguri. Michela “Ma dove cazzo sei finito, bastardo? =) comunque tanti auguri, eh! Buon Natale. Non vedo l’ora che sia domani…”

Terzo messaggio: il solito numero sconosciuto.

“Tanti auguri di Buon Natale…” «…e sei in ritardo» mentre mi saltava addosso da dietro facendomi sobbalzare per la sorpresa.

«Assolutamente no. Ho controllato. Sono le 23.59»

«Ma io ero qui alle meno cinque e tu sei arrivato quando mancava un minuto alla mezzanotte, quindi tu sei in ritardo di 4 minuti» decisa.

«Ma non vuol dire niente. Non si misura il ritardo in base a chi arriva prima»

«Stai solo peggiorando la tua situazione, sei sempre più in ritardo» questa volta sorrise e mi fece cenno che era pronta per andare. A quanto pare era lei che comandava. Mi sembrava di essere impotente. Più simile a Carolina che a Michela.

«Dove andiamo? Conosci qualche posto che ti piace?»

Accesi il motore della macchina per incominciare ad uscire dal parcheggio ed immettermi nella strada che ci avrebbe portato in Corso Como.

7

TACI. PIOVE.

LUI

«

Cioè, tu mi vuoi dire che mi hai chiesto di uscire e non sai nemmeno dove portarmi? Sei proprio un bambino» e scoppiò in una fragorosa risata. Si divertiva in maniera incredibile. Ed io glielo lasciavo fare.

«Va bene, lo so dove andare, non sono un bambino. Stavo facendo scegliere a te, cara. Ora decido io. Tu lasciami fare, ok?»

«Ok» e si allungò per baciarmi sulla guancia destra. Era calda e per un attimo persi il controllo della mano sul cambio che poi ripresi velocemente.

«Hai fame?»

«Sì! Ma cosa fai? Mi porti in un ristorante a mezzanotte passata?»

«Lasciami fare» risposi seccato, facendo il mio gioco e divenendo nuovamente padrone.

Per la maggior parte del tempo rimanemmo in silenzio, non per l’imbarazzo, quello non penso ci fosse, ma per l’attesa di ciò che sarebbe accaduto a me ed ad Elena che ogni tanto si voltava verso di me e poi ritornava a fissare le luci della strada mentre la sua espressione sembrava chiedermi dove fossimo diretti.

«Sembri preoccupata ma non devi esserlo, bambina. Siamo quasi arrivati. Anzi, sono. Tu scenderai dopo» non rispose, forse offesa ma non credo o forse ancora comunque preoccupata.

Fermai la macchina a lato della rotonda di Piazzale Fiume. Scesi e chiusi la Honda portandomi dietro le chiavi e andai a prendere un pacchetto di Lucky Strike al distributore prima di entrare da “Mirko” dove sapevo avrei incontrato i miei amici.

Erano tutti lì, l’unico che mancava era il Gialdo che quella sera, come aveva anticipatamente detto qualche giorno prima, avrebbe avuto la finale del torneo di Basket.

«Ciao Piz. Tutto a posto dopo la serata di ieri? Non stavi troppo bene…»

«Sì, grazie ragazzi. Ho ancora un po’ di mal di testa perché sono stato tutto il giorno in ospedale per mio padre ma ora si è ripreso. Sono qui a prendere un paio di tranci per…» e indicai con la mano lo spazio dietro di me dove era parcheggiata la mia macchina con Elena.

«Grande! Sei il solito, eh? Divertiti stasera. Che pizze vuoi?» Mirko era il migliore. faceva il suo lavoro con passione e ci metteva sempre l’anima per qualsiasi richiesta.

«Dammi due margherite e due con la pancetta» e tirai fuori il portafoglio per pagare.

«Lascia stare, dai, offro io. Con quella bella ragazza devi essere in forma!»

«Grazie Mich, ma la prossima tocca a me e questo vino – mentre aprivo il frigorifero nell’angolo del locale – lo pago io. Hai per caso due bicchieri di plastica?» Lasciando 10 euro sul bancone di vetro.

«Fai le cose in grande…» disse Zuc scoppiando in una risata accompagnato da Nao e Monti.

«Vedremo…» e prendendo i due bicchieri, dopo averli salutati con grosse pacche sulle spalle ed un occhiolino a Mirko, uscii di nuovo sulla strada a sentire la brezza invernale attraversarmi la pelle.

Con uno scatto le portiere si sbloccano e mi blocco.

Elena non c’è più. Non vedevo il vestito nero lungo che indossava, non vedevo i suoi rossi capelli né nell’ombra i suoi bellissimi occhi grandi e azzurri. Ero in qualche modo sconvolto anche se indifferente. Forse avendole dato le spalle tutto il tempo aveva avuto il tempo di andarsene. Mi sedetti sul sedile appoggiando vino e pizze sul lato guidatore e mi accorsi di quel calore che anche prima in ospedale, sentendomi toccare dalla sua mano che mi svegliava, mi aveva accolto.

Mi guardai alle spalle; nei sedili posteriori la sua figura sembrava addormentata e dolce. Le scarpe con i tacchi poggiate per terra ed il braccio sotto la testa per reggerla nel sonno. Non era scappata, ed era meglio così. Mi sentivo più leggero.

Era lì addormentata realmente perché vedevo il suo seno alzarsi ed abbassarsi in maniera fragile e regolare, ed era meglio così perché non avrebbe mai saputo dove l’avrei portata.

Guidai dolcemente la mia macchina nella notte, ora più calmo, ora con meno pensieri, ora con meno Michela e meno Carolina. La musica di “You Know You’re Right” dei Nirvana accompagnava ogni mia svolta, a destra o a sinistra, sapendo che ovunque sarebbe andato bene, sarebbe stato giusto.

Viale Enrico Fermi. Via Populonia. Destra in Via Murat. Sinistra in Viale Marche. Viale Lunigiana.

“In Joy And Sorrow” degli HIM. Sinistra in via Gioia. Via de Marchi. Sinistra in Via Comune Antico.

Stop.

Eravamo arrivati sulla fine della canzone quando lei, appena sveglia, mi toccò i capelli e mi baciò soffice sul collo.

«Guidi da schifo, lo sai?»

«Ma se hai dormito come una bambina!» dissi prendendola in giro per quell’aggettivo con cui lei stessa mi aveva idealizzato il pomeriggio e che a me non stava bene.

«Ma dove mi hai portato che è tutto buio? Mi vuoi stuprare?»

«Dipende»

«Come dipende? Ma tu sei un maniaco, altro che bambino. Fammi uscire, fammi uscire”»

Eravamo entrambi bambini quella sera. O entrambi adulti. Ma ci stavamo divertendo. Stavamo giocando come dei ragazzini che scoprono per la prima volta il desiderio di avere un bacio dalla ragazza di cui si è follemente e allusivamente innamorati. Noi eravamo così. Credo felici. Credo illusi innamorati per fingere di perdersi l’uno nell’altro.

«Vieni qui, dai!» indicando il sedile anteriore.

«No, fammi uscire che voglio fumare una sigaretta»

Presi la bottiglia di Ortrugo frizzante, i quattro tranci ed uscii insieme a lei per sedermi sul cofano della Honda a fumare una passionale, folle Lucky Strike che ovviamente le avrei dovuto offrire.

«Grazie»

Prego. Tra fumo, alcol e cibo ci deliziavamo nei peggiori peccati, consapevoli di questo ma sinceramente strafottenti e ci godevamo ciò che il momento ci stava donando.

«Sono buonissime ‘ste pizze. Devo ricordarmelo quel posto. Come si chiama, né?»

«Scordatelo, non te lo dico. Quel locale è mio.»

«Eddai, ti do un bacio se smetti di brontolare e piagnucolare e mi dici che via è»

«Quello se voglio me lo prendo da solo»

«Provaci»

Con un balzo salta giù dal cofano e incomincia a correre con il trancio di pizza in mano e la sigaretta nell’altra.

«Dai, sono qua…»

Il posto era completamente avvolto nell’oscurità che l’assorbiva intera. Era difficile cercarla, difficile ancora di più trovarla e prenderla. Provai a sentire nell’aria il profumo della sigaretta ma era quasi impossibile. Sentivo ogni tanto i colpi dei tacchi provenire da una parte e poi scomparire in un istante. Udivo la sua risata divertita prima lontana e poi vicina. Ero confuso e disorientato ma sempre più eccitato nel muovermi in quella ricerca in cui il tesoro si faceva sempre più appagante ed arrapante. Ormai mi trovavo lontano da dove eravamo partiti e decisi di ritornare sui miei passi. Mi sedetti nuovamente sul cofano facendo una lunga sorsata di vino così da lasciarne ancora solo un goccio per lei, qualora fosse tornata. Iniziai a fumare un’altra sigaretta mentre prendevo il cellulare che aveva appena iniziato a vibrare. SMS di Michela.

“Hai voglia di venire sotto casa mia verso le 3?” Avevo voglia? Non lo so. Non ci avevo ancora pensato quel giorno, né tantomeno quella sera. C’era Elena.

“Lillian” dei +44. La musica proveniva dal mio impianto BOSE. Come cazzo si era acceso? Mi girai verso l’interno dell’auto: la mia infermiera era seduta al centro dei sedili posteriori, ancora in camice. Questa volta però era tirato fin sopra le ginocchia, lasciando intravedere le sue cosce intrappolate nelle autoreggenti nere e tre bottoni erano aperti fino al suo seno. Ora avevo voglia di Michela?

L’istinto avrebbe impedito di andarmene da lì. Il desiderio era opprimente, devastante ed immenso. Desiderio che mi spinse verso la portiera. La apro, mi getto dentro nel turbine di erotismo che avvolgeva Elena nella fantasia che da sempre accomunava tutti i ragazzi. Getto uno sguardo all’ora. Sono le 02.15. La assalgo, la prendo, lei si volta, mi bacia.

Mi prende, mi sveste. Mi vuole. La voglia. Mi ha. La ho. Ci siamo. Ci abbiamo. E ci siamo.

Sapevo che in quel posto non ci sarebbe mia stato nessuno ma avevo paura, un lieve terrore che bloccava i miei movimenti come paralizzato.

«Domani parto. Vado a Londra»

Si libera dalla mia morsa passionale, mi allontana e pronuncia queste due frasi. Legate e slegate. Terribili. Infima.

Perché? Perché te ne vai? Sussurra la mia mente che nella macchina suona come un urlo agghiacciante. Stai con me, cazzo! Non mi spaventi più, infermierina. Non mi spaventi. Mi ossessioni e ti voglio.

Con più rabbia smetto di ascoltare, smetto di credere e di pensare a tutti meno che ad Elena, quella che è lì con me nel buio lucente della Honda.

Sento e non sento. “Show Me What I’m Looking For” dei Carolina Liar.

Vedo e non vedo i fari delle macchine lontane e dei lampioni spenti sopra di noi.

Penso e non penso a Michela, al suo messaggio e alla luce rossa del BlackBerry che lampeggia vicino al cruscotto.

Mi vuoi? E la voglio e non la voglio. Non perché insicuro ma perché l’ardore che ho non è per altri se non per Elena, qui ed ora.

Hic et nunc.

Con ferocia le mie mani la prendono, la stringono, la stritolano, le sue cosce, il suo culo. La mordo, la mangio, la cerco, la perdo, la trovo, la voglio, la stupro, l’amo, l’adoro, l’odio.

Fare l’amore è confusione di corpo e mente.

Fare l’amore è tristezza e felicità.

Fare l’amore è cattivo e dolce, sfrenato e lento, vivace e fermo.

Fare l’amore è amore.

Strappo gli ultimi bottoni mentre la mia lingua ardente cerca il suo sesso, si diverte. La vedo ansimare, sento il suo corpo contorcersi nel ventre, il mio naso sente il suo sudore, dolce ed inebriante. Le sue mani afferrano le mie spalle come ancora di salvezza, ad esse lei si aggrappa come stesse per affogare nel piacere mio ed io nel suo.

«Non andartene…» sono le uniche parole che riesco a dire in quell’orgasmo invidiato da tutti. Sono affranto, tagliato, svenato.

Nel piacere più immenso la voglio con me non solo ora, ma anche dopo. Non andartene, ripeto.

«Non pensarci, ti prego. Ma devo» Dovere? Doveva! E io cosa devo fare? E’ troppo facile usare i propri doveri come una scusa. Troppo.

Sono incazzato. Mi sento assassino, mi sento ladro e peccatore. Difficile di perdono, troppo spinto al peccato, alla sfrenatezza.

Ora senza testa vedevo da fuori le mie mani, la mia testa, le mia gambe scalciare, la testa muoversi, le mani stringere. Stringerla.

Strangolala!

Infine la prendo fra le braccia. Mi siedo sul sedile e lei sopra di me. Io in lei che mi racchiude e mi rinchiude, che mi comprende.

Ora dolce, ora troia… «…un po’ mamma un po’ troia com’è…»

Senza più amore, solo sesso sfrenato e sconosciuto. Bello e bastardo vedo il suo seno danzare davanti ai miei occhi ubriachi di Elena, increduli. Vedo il suo culo alzarsi ritmicamente sulle mie gambe e la sua bocca aperta che respira, vuole cerca e trova aria, i capelli rossi sciolti sulle spalle, sudati, bagnati, grondano acqua che mi rinfresca e mi riscalda. Gli occhi chiusi, soffocati, sigillati per la nostra forza. Sembra piovere.

«Taci. Su le soglie

del bosco non odo

parole che dici

umane; ma odo

parole più nuove

che parlano gocciole e foglie

lontane.

Ascolta. Piove

dalle nuvole sparse.

Piove su le tamerici

salmastre ed arse,

piove sui pini

scagliosi ed irti,

piove su i mirti

divini,

su le ginestre fulgenti

di fiori accolti,

su i ginepri folti

di coccole aulenti,

piove su i nostri volti

silvani,

piove su le nostre mani

ignude,

su i nostri vestimenti

leggeri,

su i freschi pensieri

che l’anima schiude

novella,

su la favola bella

che ieri

t’illuse, che oggi m’illude,

o Ermione.

Piove su le tue ciglia nere

sì che par tu pianga

ma di piacere; non bianca

ma quasi fatta virente,

par da scorza tu esca.

E tutta la vita è in noi fresca

aulente,

il cuor nel petto è come pesca

intatta,

tra le palpebre gli occhi

son come polle tra l’erbe,

i denti negli alveoli

son come mandorle acerbe.

E andiam di fratta in fratta,

or congiunti or disciolti

( e il verde vigor rude

ci allaccia i melleoli

c’intrica i ginocchi)

chi sa dove, chi sa dove!

E piove su i nostri volti

silvani,

piove su le nostre mani

ignude,

su i nostri vestimenti

leggeri,

su i freschi pensieri

che l’anima schiude

novella,

su la favola bella

che ieri

m’illuse, che oggi t’illude,

o Ermione.»

D’annunzio. “La Pioggia Nel Pineto”

Flash. Orgasmo. Godo. Gode. Fine. Lei se ne andrà alla fine di questo orgasm che durerà per sempre per me, che non reggerà alla notte per lei. Si appoggia a me, sfinita, sorride ed ansima, io ansimo nel suo sospiro di sollievo.

Mi bacia sulla bocca umida, mi mette le mani tra i capelli e ancora si muove lentamente su di me.

«Perfetto» sussurra alle mie labbra e sembra crederci davvero. Almeno io ci credo. almeno io sono felice e così lei. Si scosta da me, prende una delle mie sigarette appoggiate al cruscotto e, accasciandosi soddisfatta sul sedile, l’accende e dopo un paio di tiri me la passa.

Condivisione. Ma lei domani parte anche se avevo avuto in quel cazzo di Natale una piacevole sorpresa, una bella scommessa da fare. E l’avevo persa. Mi prende la mano, mi solleva il braccio e si sdraia con la testa sul mio viso.

«Mi piace il sapore della tua pelle insieme alla nicotina…» e leggeri i suoi baci zoppicano sul mio corpo, interamente.

«Il tuo profumo è perfetto anche senza nicotina» Da quando sono diventato romantico e passionale? Va bene anche così. E sorrido. Guardo l’ora sullo schermo della Honda Civic: 02.53. Forse ce la faccio.

«Andiamo?» Non risponde ma annuisce. Aprendo la portiera sento il freddo avvolgermi e mi rendo conto che siamo a Natale, ancora inverno. Svelto mi rivesto perché non ho tempo da perdere e attraverso il finestrino nero nel buio la vedo ancora nuda, ancora bella, ancora da farci l’amore se in Via Sforza, sotto casa, non ci fosse Michela. Mi ricordo di non averle risposto così, preso il BlackBerry, digito velocemente “arrivo” sperando che non fosse già andata a letto. Accesi la macchina così che i fari illuminassero ampiamente il vicolo in cui ci trovavamo io e lei nuda.

“The New Beginnings” dei Finch. Il rumore intenso degli accordi a ritmo con le accelerate della macchina ruggente. Sinistra in Via Giuseppe Bottelli. Viale Brianza. Sinistra in Piazzale Loreto.

02.59.

Corso Buenos Aires. Ma dove dovevo portare Elena? Non potevo ancora presentarmi con una ragazza nuda in macchina.

«Io abito in Piazza Guglielmo Oberdan»

«Ok, siamo arrivati»

Ormai si era rivestita, di nuovo nel suo vestito bellissimo nero. Si allunga da dietro, mi prende il viso e mi bacia a lungo. Sento le canzoni scorrere, in ritardo senza saperla allontanare ma voglioso solo di essere capace di tenerla lì con me. Ritardo.

Resta.

«Non posso» una lacrima le rigava il viso. Una lacrima nera di rimmel le tagliava il volto. Una favolosa maschera di amore e tristezza. Ancora un addio, stavolta più sentito ma inaspettato, quasi doloroso.

«Ciao…» la voce rotta dallo sbattere forte della portiera nera.

Uno schiaffo, un colpo. Forte. Fa male. Sanguino.

No, non sanguino ma avevo fatto l’amore con Elena ed ora non avrei più potuto. Se ne andava. Domani.

Tolsi le quattro frecce e sovrappensiero accelerai, lento ma veloce, avevo fretta ma non volevo sentirmi costretto a fare nulla. Mi domandai perché se desideravo così tanto Michela finivo sempre per addormentarmi con altre ragazze, con altre donne.

Non perché in fondo non la volessi davvero, altrimenti in quel momento non avrei potuto sentire le mani tremare sul volante e la gola secca, ma forse avevo solamente una fottuta paura che mi bloccava, mi frenava.

Avevo terrore di non saper essere me stesso, di essere troppo accondiscendente. A volte con una ragazza che così tanto mi intrigava non sapevo più fare quello che avevo sempre fatto con tutte, come se l’essere suo perfetto fosse un ostacolo e non un aiuto. Ma ora la volevo come prima che avessi Elena mentre io ero ancora poco distante dalla casa della mia infermiera in partenza fermo ad un semaforo rosso nella notte scura.

Verde.

Riprendo il respiro come sospeso inerme tra i miei offuscati pensieri. Frizione. Seconda.

Frizione. Terza. Sinistra in Piazza del Tricolore. Frizione. Quarta. Viale Bianca Maria.

Sinistra in Via Barnaba. Frizione. Quinta e proseguo in Via Francesco Sforza.

I miei occhi cercarono avido quei due numeri che avrebbe indicato il luogo in cui avrei dovuto recarmi. 1 e 9. Ero solamente al 101. Accelerai a fondo attentamente tra le due file di macchine parcheggiate. 79.

Ansioso cambio la canzone troppo rock per quel momento. “Da Domani” di Nesli. ancora un centinaio di metri mentre la testa pulsava forte, satura di ogni ricordo che quella notte aveva portato a galla e di ogni pensiero sul futuro incerto che mi aspettava.

Michela era il futuro?

Non avrei saputo rispondere, non ancora per lo meno. 21. Ancora un passo.

19. via Francesco Sforza 19. Appoggiai il piede sull’asfalto.

Piove.

Piove.

Nevica.

La vidi all’istante, seduta sui gradini di fronte alla porta a vetri.

Sorride e nevica.

8

WORK IN PROGRESS

LEI

«

Svegliati, Michi. Abbiamo un sacco di cose da fare» la voce della mia amica s’intrometteva prepotente nella mia testa invitandomi ad alzarmi dal mio letto per incominciare a preparare la festa e per prepararmi ora che mancava solamente un giorno.

Solo uno ed avrei incontrato Filippo.

«Si, adesso mi alzo. Con calma però, hai interrotto un sogno bellissimo»

«E qual era?»

«Non te lo dico, tiè» le dissi facendole la linguaccia.

«Arrangiati!» e con il sorriso sulla faccia tolse in un colpo solo le lenzuola dal mio corpo così che in preda al freddo finalmente mi sarei decisa ad alzarmi. Sbuffando arrivai fino al bagno dove mi concedetti una bella doccia calda ricascando improvvisamente – questa volta sveglia – nel sogno che quella mattina mi aveva rapita ferocemente.

Stavo viaggiando di notte con Lui, da soli.

Non sapevo dove quel viaggio ci stava portando, non c’erano cartelli stradali, niente indicazioni, forse nemmeno la strada esisteva realmente.

Quello di cui ero certa era che la nostra macchina e noi, noi esistevamo realmente.

Nel sogno nessuno parlava, nessuno si muoveva, bastava il semplice essere lì, in quel momento in un luogo immaginario per poter rendersi conto di cosa significasse veramente essere felici.

Mentre l’acqua bagnava i miei occhi come se stessi piangendo, di felicità, ripensai per la prima volta a Jacopo. Mi stupii profondamente perché mi accorgevo solo in quel momento che avevo chiamato amore una persona di cui mi ero dimenticata rapidamente, perdutamente ammaliata da un ragazzo sconosciuto, di cui non sapevo nemmeno il nome, e quanto mai differente dal mio ex.

Che bello! Mai così mi ero sentita in due anni e ancora Filippo non mi aveva dato nulla come io non avevo dato nulla a lui.

Toc toc.

Il rumore sordo delle nocche sulla porta nera del bagno attraversava lo spazio e l’acqua del doccino fino a giungere alle mie orecchie riportandomi ai miei sentimenti di dovere che mi aspettavano insieme ad Alessandra che ormai stava attendendo da 25 minuti.

Ore 09.48.

Uscii nel corridoio ancora in accappatoio accorgendomi dello sguardo infuriato della mia amica che stava appoggiata al muro con le mani sui fianchi e non disse nulla al mio passaggio. Dovevo affrettarmi così nel tempo di 10 minuti fui finalmente pronta per la spesa e per il parrucchiere. Sapevo già il taglio che desideravo infatti erano già un paio di mesi che portavo sempre con me un foglio nella borsa in cui compariva una ragazza con l’acconciatura che mi sarei fatta fare per il mio compleanno.

Il vestito invece l’avevo comprato la settimana precedente e per tutto il giorno avevo sempre preteso di avere l’ultima parola. Avevamo girato almeno sei boutique diverse perché come diceva lei «per mia figlia voglio il meglio».

Quest’affermazione mi faceva sempre sorridere, ma c’era una cosa che mi preoccupava. Il vestito nero senza spalle piaceva a Jack. Ma a Filippo sarebbe piaciuto?

Oddio no! Adesso ricomincio con le mie paranoie. Dove smetterla, non capivo perché a pensarlo mi sentissi così poco sicura, così incerta cosa che non mi era mai successa.

Decisi di non pensarci ancora, di sentirmi libera e viva come mi ero sempre sentita.

Spensierata.

E spensierata uscii dalla mia camera mentre finalmente Alessandra aveva cambiato espressione. Mi passò le mani tra i capelli e dandomi un bacio sulla guancia mi accompagnò fino alla porta per non farmi perdere altro tempo inutile, almeno secondo lei.

Trascorsi l’intera giornata insieme ad Ale e fu una splendida compagnia la sua. Parlammo per ore, mentre facevamo la spesa sorridendo su quello che avremmo fatto alla festa o su quello che non avremmo fatto. A volte m’immergevo nei miei pensieri ma lei era bravissima a tirarmi fuori ogni singolo istante di riflessione così che potesse ridere insieme a me oppure consigliarmi.

«Ti voglio bene, Ale. Grazie»

La frase mi era uscita spontaneamente proprio mentre avevamo varcato la soglia del supermercato piene di sacchetti lasciando che il gelo ci pietrificasse istantaneamente.

La frase era banale.

Non era però scontata.

Alessandra infatti aveva appoggiato le borse con quello che aveva comprato e mi aveva abbracciato forte. Per una decina di secondi senza parlare fin quasi a sentire i miei polmoni espandersi e poi ritirarsi ritmicamente. Le volevo bene, era vero ma non mi sarei mai permessa di dire “ti amo” ad una mia amica perché non sarebbe stato reale.

Non l’avrei mai amata, mai un dono così grande le avrei potuto fare. Non come tutte quelle ragazzine truccate che sembrano indossare costantemente maschere di ingenuità e passione senza poi essere nessuno sotto tutto quel mascara o dentro quei vestitini troppo corti per essere indossati.

Le volevo bene e ne ero certa.

A questo sentimento io almeno sapevo dare un significato: un legame forte di condivisione ed una predisposizione all’aiuto ed al sacrifico per lei. Solo per lei. Non tutti.

«Anche io ti voglio bene, amore»

Grazie. Ci chiamavamo “amore” da una vita, da quando ancora nessuna delle due aveva mai provato quell’emozione unica, da quando eravamo piccole innocenti e pure.

Amore. Cosa strana. Avevo sorriso ancora a quel pensiero e poi entrambe avevamo ripreso a camminare verso casa. Spensierata proprio come ne ero uscita.

Poi, dopo aver lasciato la spesa sistemandola nel frigorifero o nella dispensa della cucina, eravamo andate dal parrucchiere, finalmente.

La seduta era durata più di 4 ore senza soste se non quelle fatte dall’acconciatrice per cambiare CD ogni volta che quello prima terminava. Cercavo, guardando lo specchio, di capire come sarei stata una volta finito il tutto. Più ci provavo e più non ci riuscivo.

M’immaginavo sempre un volto come quello della ragazza della pubblicità e lei sì che stava bene. Ogni tanto avevo cercato l’intesa con Alessandra che mi sorridesse o che approvasse ma lei aveva messo gli auricolari e si era immersa nei suoi pensieri mentre leggeva la solita rivista stupida.

Ore 19.01.

La mia era stata la giornata ideale di ogni ragazza ma per me era stata troppo pesante, troppo stressante, sempre in giro, sempre seduta senza poter pensare quello a cui io avrei voluto pensare.

Filippo era opprimente, costante quasi tedioso e noioso ormai da quanto ce l’avevo in testa. Stavo continuando a camminare con il mio nuovo taglio di capelli senza accorgermi che Ale si era fermata qualche metro indietro di fronte alla pensilina dell’ autobus.

«No, tranquilla, vai pure. Non salutarmi nemmeno» parlava sempre così quando era ironica. Diceva il contrario di quello che avrei dovuto fare. Rido.

«E’ vero, scusami, non ci avevo proprio fatto caso. Vai di già?»

«Sei sempre la solita! Quasi maggiorenne ma non cambi mai»

«Non è vero…»

«Invece sì! Comunque sto andando via ora perché stasera mi vedo con Matteo e mi devo preparare e mettere in ordino prima delle nove. Tu cosa farai?»

«Non lo so ancora, ma penso che starò a casa a guardarmi qualche puntata di One Three Hill. Sono rimasta un po’  indietro e poi me ne vado a letto perché domani sai chi c’è, vero?»

«Si, lo so. Filippo. Me l’avrai detto almeno 15 volte solo oggi. Non è che mi stanchi, eh, però…»

«…Stronza!» e la bacia lesta sulla guancia per farmi perdonare immediatamente.

«Ciao Michi, ci vediamo domattina per sistemare la casa, ok?»

«Va benissimo, vieni per le 11, con calma. Ciao Ale!»

Il gesto della mano fu accompagnato da un bacio simulato insieme allo schiocco delle labbra.

Piano piano mi allontanai dalla mia amica diretta finalmente verso casa in quel giorno che per tutti era Natale, per me era solo un giorno inutile che mi separava da quello veramente importante. Un giorno di ansia. Un giorno in cui non desideravo nessun regalo se non che quello stesso giorno potesse passare in fretta anche se così non pareva accadere.

Che palle! La casa era ancora vuota, disperatamente vuota ed io sola in quella stanza m’immaginavo altro che per ora non sarebbe successo ma che io certamente avrei fatto avvenire ora che Lui aveva insinuato in me un desiderio sfiancante, ardente, insopportabile ma tenace. Ed accorgermi che non potevo fare a meno di Lui anche senza averlo mai avuto mi faceva sentire debole, mancante, senza spinta, senza linfa vitale. Banale a dirsi quando non puoi vivere senza qualcuno o qualcosa, forse drastico, ma mai avevo provato questa sensazione terribilmente oscura e attraente.

Mi accorgevo secondo dopo secondo quanto non potessi più rinunciare a quello di cui ero in continua ricerca da quando la sua saliva aveva bagnato la mia con la Lucky Strike che gli avevo rubato, da quando i suoi occhi glaciali mi avevano trafitto lo sguardo quella sera, da quando il suo pensiero ricorrente scolpiva immagini forti e vive nella mia memoria.

Mi concedetti un ultimo istante prima di andare sul terrazzo a fumare una sigaretta che ormai aveva il suo profumo. La grandiosa vista che si stagliava verso l’orizzonte annebbiato e scuro era emozionante. Da lì potevo vedere tutte quelle luci zampillanti che si accendevano e si spegnevano improvvisamente come se scomparissero in un solo istante e poi rinascessero di nuovo. Da lì sembra una città di lucciole, piccole lucciole che viaggiavano veloci da una parte all’altra, a volte senza mai fermarsi come prese da una fretta obbligata senza la quale si sarebbero spente definitivamente.

Indossai le cuffie dell’ iPod, il mio strumento isolante, nonostante già trovandomi sul terrazzo mi ero isolata da tutto ciò che nel buio mi circondava.

Non più una luce, non più un rumore percuoteva i miei occhi, il mio corpo o le mie orecchie.

Non più nessuno emozione forava i miei organi e muscoli per giungere al cuore e farlo vibrare.

Rimanevano solo le note di “Lithium” degli Evanescence a rimbalzare nella mia testa. Solo quelle note ed il suo volto. Lui.

Di scatto presi il cellulare e digitai rapidamente un messaggio di auguri di buon Natale anche se per quella volta io non lo vedevo così. Chissà cosa sta facendo? Mi sta pensando?

No, impossibile. Non è così sensibile. Sicuramente si starà divertendo con i suoi amici. Oppure starà mangiando il cenone di Natale con la sua famiglia.

Avrà un fratello? Un animale domestico? Che musica ascolta?

Le domande frequenti bombardavano dolorosamente la mia mente senza darmi il tempo reale di formulare risposte accettabili. Almeno provarci. Mi sentii sopraffare da quelle incognite, quelle incertezze che non avevano mai fatto parte della mia vita.

E sopraffatta, coccolata dalle luci sonore di musica e colori mi addormentai, al freddo e in quel freddo confortata. Lo stesso freddo che aveva attanagliato il suo corpo qualche sera prima in cui mi era sembrato di vederlo piangere nudo e solo.

Come me ora.

Insicurezza oggettiva che mi accompagnava, ma finalmente vera, reale, nuda. Spogliata di tutto ciò che poi a Lui avrei voluto donare.

Dormo.

Il tremore mi colse sulla sdraio di plastica bianca su cui mi ero gettata qualche minuti prima. Faceva troppo freddo ed io non avevo indossato nemmeno il giubbotto. Un auricolare mi si era staccato mentre l’altro trasmetteva ancora un’altra canzone.

“Once” dei Pearl Jam.

Rimasi stupefatta quando guardando il cellulare che tenevo stretto nelle mani vidi che erano le 2 passate di notte.

E avevo ancora terribilmente fame di Lui. Ancora di più.

Sempre di più.

Irresistibile.

Però Lui non mi aveva risposto ed erano ormai passate più di 5 ore. Cazzo.

Provai in quel preciso secondo un senso di smarrimento profondo senza saper più cosa fare. Cosa provavo a fare. Ma non potevo e non volevo demordere.

Non potevo perché il desiderio ossessionante di Lui non lo permetteva come fosse un’anima viva a spingermi e sospingermi verso di Lui senza tener conto del mio volere.

Ma io, dal canto mio, volevo soddisfare questo desiderio insaziabile, convinta che sarebbe stato appagante, eccitante, arrapante senza sapere il vero significato o la vera natura di questo.

Presi nuovamente in mano il NOKIA N95 e gli mandai un nuovo messaggio. Stavolta più secca, più decisa.

Più sicura.

Più me stessa, ancora una volta e finalmente. Perché?

Perché lo volevo. Lo dovevo avere. Senza aspettare un giorno, come se lo volessi avere come regalo di compleanno, ma lo volevo possedere adesso. Ora.

“Ti va di venire da me verso le 3?” Inviato. Ora rispondimi però, cazzo!

Cosa stai facendo per Dio? Rispondimi. Rispondimi senza punti esclamativi, senza punti di domanda, senza punti. Rispondimi solo con virgole che lascino sospeso questo discorso, che non lo scrivano ancora perché desidero che lo scriva con me da ora.

Lascialo in sospeso.

E vieni da me, Filippo. Vieni qui.

La mia testa frullava pensieri costantemente, cercava tutte le combinazioni possibili, cercava in quel gomitolo incasino Lui, il suo volto, la sua realtà e quando lo trovavo poi rimescolava tutto per impedirmi di cadere nel suo ricordo e per riportarmi alla realtà del terrazzo che da troppo tempo non vivevo. Alla realtà delle luci e dei rumori che spegnendo l’iPod mi avevano investito nuovamente.

Questa volta inconsciamente pensavo che mi avrebbe risposto, che avrebbe accettato il mio il mio invito e così scesi le scale verso camera mia per prepararmi a questo inatteso e insperato, insolito ed ignoto incontro. Erano le 02.40 di notte ed io mi stavo vestendo come se dovessi uscire con le mie amiche. Una cosa stranissima. Scelsi il vestito da sera blu elettrico, così lucido da riflettere quasi le immagini come uno specchio.

Le spalline erano sottili e delicate con due piccoli fiocchetti che si appoggiavano sulle spalle. Sotto il seno una fascia nera, come una cintura, con la fibbia grande per chiudere il vestito sopra l’ombelico. Al di sotto di questa il blu intenso continuava sfavillante a campana fin sopra le ginocchia. Abbinai le scarpe mentre già sapevo che i miei capelli sarebbero stati perfetti: corti dietro a scalare, con un frangia molto lunga che velava e svelava metà del mio viso. Di lato li tenevo dietro le piccole orecchie sulle quali avevo messo due orecchini che mi erano stati regalati dalla nonna Graziella per la cresima. Erano semplici, lunghi e d’argento e terminavano l’uno con un cerchio e l’altro con una stella. Quasi i pendenti si legavano con i fiocchi sulle spalle a creare un legame unico tra corpo e mente.

Poi vidi quello che da anni mi avevo sempre attirato: mia madre aveva lasciato a casa il suo profumo Davidoff blu da uomo. Come una ladra mi avvicinai a quella boccetta appoggiata al pianale di marmo bianco e prendendola mi cosparsi di quell’aroma così appassionante, amaro ma eroticamente attraente da essere sublime.

Rimasi qualche minuti ad annusare ogni singola goccia di vapore che ancora aleggiava nel bagno.

Non seppi più se volermi risvegliare oppure se restare ancora in quella dimensione ultraterrena in cui esistevamo solo io, Lui, e quel dannato perfetto profumo.

Davidoff. Il suo nome sembrava seguirmi insieme all’odore impigliato tra i miei capelli e le maglie del vestito. Sembrava sussurrato ad ogni mio passo ed ogni volta sempre più dolce, sempre più intenso.

Davidoff, Davidoff. Presi il giubbotto nello stanzino all’entrata, controllai il cellulare, ore 02.58, e mi chiusi la porta alle spalle. Mancava 1 minuto ormai, non più un giorno, e nemmeno un’ora.

Solo 1 inutile, breve minuto. Ma Lui non mi aveva ancora risposto. Non preoccuparti, Michi, arriverà.

Ok, non mi preoccupo. Un gradino alla volta percorrevo la strada che mi separava dall’attesa estenuante di una delusione o di una vittoria.

Uno, due, tre, quattro. Ancora una rampa di scale. Poggiai la mano destra sulla porta a vetri e la spinsi leggermente.

Ora il vento m’investe, come se fossi nuda e ancora sola senza che il giubbotto possa contrastare la sua furia. Ma ancora il vento non porta al mio naso il suo profumo. ancora nessun suono o semplice rumore turbava la quiete della notte o il silenzio del cielo nero.

Io ancora però sola, lì, seduta su un gradino e volto lo sguardo a destra, poi a sinistra, poi ancora a destra. Non c’è un faro. Nessuna luce che mi acceca. Niente.

Sento, quasi, nel vento il mio cuore battere forte e virtuoso.

Ma mi fa paura il suo tambureggiare nel mio petto. Timorosa.

Stendo la mano oltre la tettoia. Piove. Per una volta sorrido.

Piove. Nevica.

Un attimo di vuoto. Ed il suo piede poggia terra.

9

KILL ME NOW

LORO

D

a lontano appariva come la scena di un omicidio. Nella notte, sotto la neve che aveva appena incominciato a fioccare, due ragazzi distanti, separati da una decina di metri si fissavano con gli sguardi persi nel vento.

La condensa che fuoriusciva dalle labbra copriva i loro volti. Quasi irriconoscibili l’uno all’altro.

Sembrava che nessuno dei due fosse capace di sollevare il piede da terra e muoversi: lui con le mani nelle tasche dei pantaloni. Lei con le braccia distese lungo il corpo. Erano istanti ricchi di vita seppur immobili. Istanti che non sarebbero più tornati e che i due ragazzi si stavano godendo un attimo dopo l’altro in cui le parole sarebbero state senz’altro superflue, inutili e fuorvianti.

Bisognava fare anche un solo gesto perché i due si saltassero addosso, ciascuno infatti lo desiderava nel profondo. Lo si vedeva nei loro sguardi vuoti e lo si sentiva nei loro silenzi immensi.

Lui tira fuori una sigaretta, l’accende, aspira quanto più fumo può e poi accenna un passo.

Poi si ferma. Di nuovo immobili.

«Posso entrare?»

Una domanda stupida, ricca di vergogna, ma era stata lei ad invitarlo quindi certamente sarebbe potuto entrare. I suoi pensieri risplendevano chiari nel buio.

Lui la voleva e sorrideva quasi vincitore di quel premio incredibile ed inaspettato.

Lei uguale a lui.

Michela fa un cenno con la testa: ovvio che sia un “sì”.

Filippo avanza. Il rumore del cancellino è assordante, un suono bastardo, acuto, inquietante che quasi spezza l’armonia del silenzio nero. Lui ancora non smette di sorridere, si toglie dai capelli la neve incastrata nella cresta.

E’ sempre più scuro in viso quando la luce non batte frontalmente.

Lei scende dai gradini, lascia che la neve la investa dall’alto, che la inondi, così che sembri quasi un’immagine divina dipinta da un grande artista. Sembra un Caravaggio, un nero denso, una luce immensa che taglia il quadro ed un soggetto stupendo. La tensione lega i due ragazzi e li separa ancora lontani, ancora distanti e gli occhi fissi.

Il desiderio irrompe nel quadro, la passione lo squarcia, lo strappa, lo distrugge. Il quadro si muove, cambio ed evolve.

Lui alza la sua Vans e la riappoggia. Lei scosta da terra la sua Gucci e le lascia ritoccare il terreno. Poi ancora. Un altro passo.

La mano destra di Filippo riporta la sigaretta alle sua bocca congelata.

Un altro tiro. Un’altra dose. La sua mano sinistra tocca nella tasca dei pantaloni il regalo che le aveva comperato su suggerimento di Elena.

Ricordi. Ricordi svaniti.

Lei si tocca i capelli e li sposta dal viso, socchiude gli occhi che sembra quasi addormentata, incantata e bellissima. Un respiro profondo, le si alza il seno sensuale, la pancia piatta s’intravede dal giubbotto e lascia immaginare tutto ciò che indossa sotto e un dolce eccitante pizzo nero.

Un altro passo.

Entrambi si muovono e cambiano nuovamente le immagini.

Ma le emozioni immutate. Il tempo passa leggero attimo dopo attimo, guarda i due ragazzi, si ferma anche lui perché la passione tra i due è indescrivibile, non c’è contatto, non c’è sfioramento di corpi. Solo la distanza.

La distanza del desiderio. Sembra un Canova. Immagini come scolpite nella memoria in cui gli occhi azzurri lucenti di Lui illuminano quelli neri e bui di Lei ugualmente incantevoli.

Li legava ormai la condensa ed il fumo della sigaretta.

Un altro passo.

Le Vans e le Gucci si sollevano, si riappoggiano. Si alza e si ricalma.

Uno di fronte all’altro. Le scarpe si toccano sulle punte.

Desiderio.

LUI

Lei.

LEI

Lui.

LORO

Si vogliono. Si desiderano. Si attendono. Si respirano. Si odorano.

Gli istinti primari animali sconvolgono le maniere umane.

Sono belve, sono improvvisi, sono inaspettati. Forse si amano, forse no.

Sono due in uno solo ora, così vicini da respirare l’uno nei polmoni dell’altro, sentono il fiato uscire dalla bocca e gelido pervaderli, inondarli e circondarli. Sono 1.

1.

Il numero più semplice. L’unico. Il numero primario che in amore vale così tanto.

Ma quello che sembrava, quello che appariva da quegli sguardi, da quelle mani che non si sfiorano, da quei piedi così ansiosi di poggiarsi gli uni sugli altri, quello che sembrava, quello che era, era il non esserlo affatto. Non era nulla. Perfetto.

LUI

Fuori dal cancello lasciavo ogni cosa alle mie spalle, tutto ciò che Carolina ed Elena erano state, ma ora mi trovavo lì, mentre nevicava e le mie sensazioni avvampavano nel mio corpo sconosciute e irrecondite ma così appaganti.

Avevo scopato un’ora prima e ancora al di là delle sbarre c’era l’oggetto del mio desiderio così forte. Così grande da non poter essere nemmeno contemplato.

Così bella Lei.

Accesi una sigaretta così che la nicotina placasse quel tremore che invadeva le membra del mio corpo, cos’ che ad ogni tiro trovassi il coraggio di muovere le mie Vans verso di lei, oltre il cancello, oltre qui dieci metri che ci separavano distanti. La condensa che fuoriusciva dalla bocca sembrava avvolgermi nella nebbia, lasciando che anche io fossi per lei sconosciuto.

Mi chiedevo cosa sarebbe successo qualora mi fossi trovato lì di fronte a Michela che mi aveva invitato.

«Posso entrare?» le parole sembravano ghiacciarsi sulla lingua senza che queste fossero riconoscibili.

Che domanda idiota. Ovvio che posso entrare, lei me l’ha chiesto. Ma se non volesse? Cosa farò?

Farò un altro passo, veloce, rapido alzo un piede e più avanti lo rimetto a terra.

Lei annuisce.

Ok, posso.

Apro il cancellino e le sbarre ormai non occultano più la mia vista, lei è completa e incantevole, straordinaria e glaciale. Ancora.

Ancora paura e timore mi bloccano lì appena superato il primo ostacolo. Su quel finto gradino rimasi statico, vuoto e senza pensieri per un tempo che a me parve infinito. Come se il tempo in realtà non ci fosse. Se solo sapessi cos’è il tempo.

Mi sta guardando? No. Non ho coraggio abbastanza per saperlo, e fingo di non interessarmene. Fingo.

Avanzo ancora mentre lei appoggia la sua Gucci al di là del gradino sul quale prima era seduta. Ora in piedi al mio stesso livello; è indescrivibile.

I capelli sembrano altri mentre li scosta con la mano dal viso, sembra donna.

Gli occhi aperti neri nel buio appaiono più profondi di sempre, più oscuri e attraenti che la rivelano donna.

La bocca lucida e rossa, le labbra si aprono e si chiudono a ritmo dei nostri cuori che in quel vago silenzio notturno rimbombano. Li sento battere bassi, vibranti e godo di quel sonnolento rumore di Subwoofer – un altro passo -.

Un altro tiro. Altra eccitazione e altra paura sconsolante che mi fa tremare la sigaretta tra le dita.

Fottuta fottuta paura. Cosa mi prende? Da quando sono così cagasotto? Da quando mi sento uomo, mi sento diverso e pervaso da questo sentimento non quantificabile, non stimabile per grandezza e dimensione?

Cazzo è?

Sono innamorato. No.

Ma vaffanculo! Un altro passo.

Anche lei si muove, sempre verso di me e mi rincuora sentire il suo profumo e riconoscerla come se temessi che non potesse essere realmente lei.

Metto la mano sinistra nei jeans, sento la collana che insieme ad Elena avevo preso per Michela. Era stata così gentile da consigliarmi cosa regalarle come se fosse per lei, lei che partiva e mi lasciava nuovamente solo con un regalo.

Una collana con un piccolo ciondolo: un pugnale d’oro.

Un altro passo.

E sento il suo respiro.

Sento il suo tocco con le mani in tasca, sento il suo seno nel mio petto lontano un metro.

E mi vedo con i suoi occhi, totalmente e complicemente vicini seppur distanti.

La vedo respirare, vedo il suo seno arrapante alzarsi e poi riprendere la posizione naturale.

Dolce e sexy.

Non Carolina. Non Elena.

Sola.

Lei.

ANCORA LUI

Mi vuole?

LEI

Lo vidi fermo, dopo quel primo passo sotto la fredda bianca neve. Era nell’ombra, ancora e come è sempre stato. Sempre bello ed intrigante ma stavolta volevo averlo sotto la luce, volevo che fosse chiaro e limpido di fronte a me, e baciarlo, ed averlo, ed amarlo.

Cosa? No no. Non sono innamorata, impossibile.

E questo vuoto che mi prende, mi attanaglia e non mi lascia libera cos’è? Perché mi sento nuova, viva sebbene nulla?

No. E’ impossibile. Non so cos’è l’amore. E se non fosse?

Allora non sono. E non siamo.

«Posso entrare?» la sua voce roca e bassa risuonava fino a me, fino ad addolcire la morsa con cui serravo la mascella. Mi abbandonai a quel flebile e duro suono così bello.

Può entrare? Certo che può e poi perché me lo dovrebbe chiedere? E’ idiota?

E’ teso come me, lo sento nelle sue mani, nelle sue labbra congelate dal freddo.

Lo vedo nel suo corpo immobile senza muoversi da nessuna parte.

Solo immobile. Annuii con un lieve movimento del capo e lui istantaneamente si mosse, finalmente, ed aprii il cancello spezzando quel momento irreparabilmente rotto di placido sentimento e di pacata tensione.

Feci un passo che sembrò eterno, troppo lungo in cui la mia Gucci parve rimanere sospesa all’infinito prima di risfiorare  magicamente il terreno solido. Stranamente mi rendevo conto di ogni piccolo particolare. Sentivo le macchine nelle vie trasversali a Via Sforza 19. Pensavo anche al mio numero civico. Sentivo sui miei capelli e sui suoi il peso di ogni cazzo di fiocco di neve.

Un peso immenso che mi faceva tremare visibilmente lì immobile di fronte a lui.

Vedevo i cespugli di rose non ancora sbocciate risplendere sotto la luce dei lampioni della strada.

Sentivo lo scricchiolare delle suole di gomma delle sue Vans ad ogni passo.

Udivo il rumore dei fiocchi di neve morire a terra.

E sentivo il suo cuore, più grande del mio, battere a tempo. Insieme.

Immaginavo ciò che, a me sconosciuto, sarebbe successo: la scena sarebbe stata da film americano. La corsa l’uno verso l’altro, io che gli salto in braccio e il bacio.

Era dolce. Lui era bello e lo era anche il bacio. Ma… sarebbe accaduto almeno quello? Conoscevo realmente la persona che avevo di fronte a me su quel vialetto alle 3 di notte? Chi era per farmi far questo?

Ma in ogni caso io ero realmente lì, su quel vialetto, alle 3 di notte a desiderare di baciarlo. Desideravo sfiorare le sue labbra ed unirmi a lui.

I baci che ormai erano sopravvalutati, superati. Per me no. Significano troppo per il significato che invece ormai viene attribuito loro dai giovani. Per me no. Lo volevo baciare perché lo volevo realmente.

Un altro passo. Sempre più vicini. Mi stavo perdendo, lo sentivo. Le forze mancavano senza sentire più il tocco dei miei piedi sull’asfalto, senza capire la distanza che ormai più non ci separava. I miei occhi facevano male al mio sguardo abituato al buio, ora luce.

Me ne sarei voluta andare, voltarmi e scappare senza aspettare altro, presa dal terrore che in quel momento mi stava opprimendo, mi stava facendo lacrimare.

Di fronte a Lui.

Vidi la sua mano alzarsi e fare un altro tiro di sigaretta.

Inebriante, inebriato. Favoloso lui.

Gettò la Lucky Strike nel giardino alla nostra…NOSTRA?…alla nostra destra.

Sollevò nuovamente la mano e premendo soffice sotto l’occhio mi tolse l’unica lacrima di terrore che era scesa.

Sorrise, i denti bianchi.

Sospesa.

ANCORA LEI

Mi vuole?

LORO

“Lei” di Ensi.

LUI

Pensavo. La bacio. Mi avvicino lento a lei con le mani che ancora le oscurano leggermente il viso. Non sapevo ancora cosa sarebbe accaduto.

Faceva freddo ed io comunque non me accorgevo. Mi appoggio a lei, la testa verso destra, sfioro le sue labbra, lei piega il capo e si lascia andare, trasportare e morire in me per rinascere nuovamente.

La sento calda su di me, morbida, dolce come sempre me l’ero immaginata nonostante la presuntuosità.

La voglio cattiva, avida ed eccitata dal mio bacio, non mollo. Voglio sentirti viva. Voglio sapere che quel sentimento di amore che mi ha sconvolto è vero.

Voglio morire.

Lo voglio, lo penso davvero, senza scherzare. Lascio che le mie mani scivolino dietro il suo capo, l’afferrino, la stringano forte, la premano contro di me senza lasciarle nemmeno la più piccola via di fuga.

Sei mia, cazzo!

Sono eccitato. Sono eccitato ed è da tanto tempo che non mi sento così per un solo bacio. Le lingue si trovano, s’incastrano, si perdono e si cercano di nuovo per legarsi, amarsi e lottare.

Un combattimento. Una guerra. Le mie labbra viaggiano soavi danzando sulle sue. umide. Le sue mani s’inficcano nella mia schiena, sembra che voglia strapparmi le scapole. Con forza. Con vigore mi afferra di nuovo, si schiaccia contro il mio corpo su cui sento il suo seno morbido.

Sento la pelle gelida ghiacciarsi nella mia. L’accolgo perché non voglio altro ora se non quello che sto avendo. Perfetto sarebbe un eufemismo.

Perfetto è un eufemismo. È semplice. Facile.

Ci lasciamo andare l’uno nell’altro, come tristi e disperati amanti senza futuro, in cui i suoi denti cercano la mia lingua, la mordono. In cui le mie mani giocano sul suo culo, lo prendono, le fanno quasi male, penso.

Penso. Poi la sollevo, da film, lei si attacca al mio collo, lo lecca, si perde nella sua vastità, mentre io arrapato, finalmente riapro gli occhi, guardo il cielo. Nevica ancora e lascio che quei fiocchi di neve mi bagnino umidi l’iride. Sento la sua lingua bagnare il mio collo mentre le mie mani calde e stronze la sostengono, struggenti.

Arrapato. Da Lei. Un solo bacio senza sosta. Sembra che io non possa ancora respirare, che non ne sia più in grado. Senza fiato.

Lei si tira sulle mia spalle, ora più alta di me mentre vedo il suo seno aleggiare davanti al mio sguardo. Mi ci perdo senza voler trovare riparo.

Smarrito. Pellegrino sul suo corpo di donna. Irresistibile.

Ritorniamo al bacio ma ora è cattivo, finalmente, verace. Spinge con forza. Si alza e si abbassa appoggiando il suo culo sulle mie braccia.

Poi respiro. Lei torna a terra e si appoggia con la testa al mio petto. Ancora piange. Ancora le sostengo e le asciugo quelle lacrime.

Dolce cattiva ragazza.

E senza fiato ci rituffiamo.

Ancora e ancora.

LEI

Un bacio immenso, cazzo. Arrapata. Mi sento compresa. Mi sento completa ed ormai senza fine. Sono innocua e feroce. Sono l’Iside di Paulo Cohelo. Sono ogni cosa e nessuna.

Poi mi blocco ma lo bacio ancora intrepida, e senza paura, perché su di lui le avevo scaricate e le aveva accolto nel suo fisico imponente che, tenendo le mani sul culo, mi reggeva intrigante. Avevo la mia risposta.

Mi vuole.

Forte e bello. Senza fiato penso istante per istante ogni respiro, ogni battito del cuore e poi. Poi mi chiedo. Cosa siamo. Chi siamo.

Non siamo. Così sbiaditi nella notte, così placidi amanti nell’oscurità che consumano un atto di amore, così inutili se non a noi stessi da non essere, ed essere perfetti l’uno nell’altro. E il non essere nulla non compromette il nostro essere ognuna di tutte le cose che ci circondano secondo dopo secondo.

E siamo nulla, se siamo ogni frammento del mondo. E siamo Dio, se siamo all’inferno.

E siamo. E non siamo per nulla. Per tutto.

Io sono Dio. E tu? Tu chi sei?

Tu sei più di Dio. Stanotte mi hai creato, mi hai generato e mi hai fatto viva. Alla fine di tutto, e di nulla.

«Ehi…Ehi…» la sua voce sorrideva nella notte buia.

«Cosa c’è?»

«Cazzo! Baci proprio bene, eh! Un po’ irruente forse…» la mano sinistra, come se avesse preso vita da sola, si levò fino a raggiungere il suo volto, prima che lui me la bloccasse con un gesto secco.

«Non ti permettere. Mi fa quasi male…» dissi indicando ironicamente il mio sedere proprio quando lui aveva cominciato a sghignazzare come un matto.

«Scusami, ma non è colpa mia. Se io ce l’avessi così bello me lo toccherei tutto il tempo»

«Scemo»

«Grazie. Ah, auguri, ragazzina…» lo guardai stranita. Non mi ero resa conto che oggi fossi il mio compleanno: 26 Dicembre.

Oggi sono maggiorenne.

Ero persa nei miei pensieri che divagavano sempre più dalla realtà senza conoscerne la via del ritorno, quando improvvisamente sentii il suo peso corporeo schiantarsi contro di me e le sue labbra poggiarsi ancora sulle mie. Non capii più nulla. Dove mi trrovavo. Chi ero. Perché.

Domande non domande perché senza senso non avevano risposte.

Le sue mani incredibilmente calde mi cinsero il collo, lo accarezzarono, lo adorarono mentre sentivo il gelido metallo sfregare sulla pelle più calorosa.

«Cos’è?» udivo il suo sorriso sincero e compiaciuto.

«Un regalo, no?» lo guardai beffarda e incazzata visto che continuava a prendermi in giro. Presi tra le dita il ciondolo e vidi che era un piccolo pugnale dorato.

Mi piaceva. Grazie. Gli saltai addosso tra le risate sue, forse per le facce che avevo fatto mentre osservavo quel piccolo grazioso pensiero.

Io invece ridevo per la complicità che era tutta nostra. Ancora nostra.

E che non era.

LUI

“Kill Me Now” dei Dirty Direction suonava nei miei auricolari immaginari.

Pugnalami ora, dolcemente.

LEI

Buonanotte… a te che con me non sei e non siamo. Nulla.

Tutto.

LORO

Inconsci, hanno fatto l’amore.

10

TONIGHT TONIGHT

LUI

C

amminavo lungo la strada con le mie cuffie appoggiate sulla testa, senza alcun pensiero se non quello di ogni secondo di ieri sera: ci eravamo baciati.

Sembravo un bambino per come al solo ripensarci mi sentivo felice mentre appoggiavo un piede dopo l’altro diretto verso la Biblioteca Comunale di Milano.

Dovevo prendere un libro per mio padre come regalo di Natale che ieri mi ero dimenticato di fare. Sarei dovuto passare prima in Ospedale, in quello in cui il ricordo di Elena mi avrebbe assalito. Quando finalmente superai la soglia d’ingresso mi lasciai coccolare dal calore che avvolgeva il mio corpo mentre i miei occhi rimanevano abbagliati dalle bellezze di quella struttura immensa e lignea che risplendeva al tocco delle luci alogene della sala. Seguii le indicazioni versa la Sala Consultazione per poi svoltare a sinistra nella Sala Prestiti.

Al bancone una ragazza dai capelli castano scuri era accucciata su se stessa, tenendosi la testa con un braccio appoggiato sulla gamba: stava leggendo un libro se sembrava distante dal mondo intero, solitaria ed unica. Sembrava godere di questo stato.

Nonostante ormai mi fossi avvicinato a dove lei stava seduta, comunque pareva non accorgersene. Stava ascoltando la musica. Dagli auricolari coperti dai capelli proveniva un suono vago che non riuscii a riconoscere nonostante fosse ad alto volume.

Tiiiiin. Erano anni che desideravo suonare il campanellino dei bar o degli alberghi.

Il risultato fu ottimo: attirai la sua attenzione ma la spaventai.

«Ma sei scemo?» imprecò la ragazza mentre sbatteva il libro per terra “Quando eravamo in tre” di Adams e si toglieva gli auricolari «non bastava chiamarmi, cazzo?» continuò lei.

«Scusa – mentre in volto arrossivo per la vergogna. Era carina – non pensavo ti saresti spaventata…» ed un leggero sorriso però si dipingeva  sul mio viso.

«Ma che spavento? Quasi non me ne sono accorta» bugiarda.

«Ah, ok, ehm, Giulia – da quanto si leggeva sul badge attaccato al maglio a V nero – mi spiace davvero. Comunque sono qui per cercare un libro…»

«E non puoi andare a cercarlo?…»

«Ma tu non sei qui apposta?»

«E chi te lo dice?»

«Bè, hai il badge con il tuo nome…»

«E non ti sei chiesto come mai io ce l’abbia?»

«Forse sei la responsabile?» stavolta ero io a fare l’ironico. Non rispose ma girò la testa prima a destra e poi a sinistra in segno di diniego. «Ma allora chi sei?» insospettito e un po’ scocciato.

Lei allungò la mano calda «Giulia, piacere. Responsabile della Sala» sbigottito di fronte alle due file di denti splendidi e bianchi.

«Ma…»

«Non me l’avevi ancora chiesto. Mica puoi entrare e senza chiedere sapere tutto di me»

«Strana, eh!»

«No no, non ti è ancora permesso di giudicare. Che libro desidera signor… signor»

«Filippo Asti»

«Signor Filippo Asti?» e digitò veloce le lettere sulla tastiera del Mac della Biblioteca.

«Il gioco più bello» m’inserii fugacemente in quel ticchettio lieve.

«Ti piace?» disse togliendo lo sguardo dal monitor e guardandomi accigliata.

«Si, è per mio padre. L’ho letto mille volte»

«Bravo! Mi piaci, quel libro è sensazionale. Non ho mai letto nessuno che abbia saputo descrivere così bene una vicenda apparentemente semplice» mi piaceva quella ragazza, sapeva ridere e scherzare come nessuna aveva mai fatto con me. Sapeva quello che diceva in ogni minima sfumatura, colpiva nel segno quando uno era più debole.

Sbalordiva.

Una mia risata interruppe improvvisamente quel momento di complicità che tra di noi si era creato.

«E’ inutile che ridi, io sto parlando sul serio» disse quando vide che la mia ilarità non dava cenno di smettere.

«No è che fino ad oggi non avevo mai incontrato nessuna ragazza a cui fosse piaciuto quel libro o che tanto meno lo conoscesse, quindi capiscimi…»

«Non per questo devi ridere!» Comandante.

«Scusami davvero. Bè, quel libro ce l’hai?» avevo deciso di cambiare discorso come se il suo essere schiva e permalosa fosse il tratto caratteristico che più mi delineava.

«Te lo prendo» aveva così chiuso la nostra discussione, tanto rapidamente quanto era cominciata.

Aspettai più del dovuto nella Sala in cui tutti erano in fila, forse ad origliare i nostri discorsi o forse solo scocciati del tempo che stavano perdendo per un solo, unico, miserabile libro.

Arrivò, saltellando da un piede all’altro come se fosse la giornata più bella di sempre, come se non avessimo parlato, come se non ci conoscessimo. Invece mi aveva rapito.

Il suo essere uguale a me. Il non essere diversa.

A volte in quei miei raminghi pensieri ricordavo ciò che mi era successo, immagini vaghe, fluidi ricordo che riapparivano nella mente come fulmini di luce istantanea e con essi fuggivo, via per quelle strade mai percorse, alla ricerca di qualcosa, consapevole, che non avrei mai trovato.

Ricordavo di una sera in cui avevo conosciuto una ragazza.

Sara.

Un nome semplice. Due sillabe soltanto. Una delle prime donne della Bibbia. Cose che non si scordano.

Quella sera, ricordo, eravamo io e i miei amici in un pub del centro di Milano, il Corner, l’avevo guardata, scrutata eppure di lei non riuscivo a capire nulla, come se ci fosse uno scudo prima di ogni minimo particolare del suo corpo fantastico. Quella volta, era l’ignoto.

Non avevo avuto, come non ho mai avuto, il coraggio di parlarle, di guardarla negli occhi, come se gli occhi fossero lo specchio del mondo, della realtà.

Ero rapito da lei, da quel suo muoversi vergognosamente di qua e di là, quel gesticolare frenetico delle mani con cui contorceva la collana per poi scioglierne il nodo che con le sue stesse mani aveva fatto.

Da quello storcere la bocca verso destra quando piano ti sussurrava qualche parola.

Ogni tanto parlava, qualche frase, qualche risata spezzata a metà da un nuovo argomento, ma con una disinvoltura che la rendeva speciale, almeno ai miei occhi.

Ricordo ancora, vaghi frammenti isolati, di quando felice sorrideva spensierata ma preoccupata. Ambigua.

Non sembrava, almeno a prima vista la solita ragazza disinibita. Pareva più una dolce piccola bambina di fronte al suo primo ragazzo. Ancora timida, pudica. Tutta da scoprire senza mai rivelare nulla di sé. Aveva il ragazzo? Le piacevo? Mi conoscevo?

Non ho mai avuto una risposta alle mie mille domande, e mai l’avrò. Ora forse non m’interessava neanche più. L’avrei più rivista?

La rividi, come se fosse il Fato a volere che ci conoscessimo. Io scorbutico, io solo, io infame, io mio. Lei ha vergogna, lei è confusa, lei è triste. Lei ha un altro ragazzo.

Un altro ragazzo? Ovvio. Non può mai andare bene.

Ripenso a tutte quelle volte in cui abbiamo parlato, in cui ci siamo scambiati idee. In cui abbiamo condiviso opinioni più o meno banali senza che ci fosse qualcuno pronto a giudicare ciò che noi effettivamente stavamo facendo. Ripenso a quelle volte in cui i suoi amici, gelosi, la rapivano, l’allontanavamo da me senza che io potessi lottare per averla.

Avevo solo diciott’anni. Lei diciassette. Ingenuità.

Ricordo quando chiacchieravamo davanti ad una birra ed un’acqua minerale, lei beveva quella. Lei curiosa, io buon ascoltatore. Io rapito, lei remota.

Non aveva tempo di pensare a me, me ne accorgevo quando le sue labbra si muovevano sinuosamente mentre il suo sguardo vagava altrove, lontano da me. Lo vedevo nelle sue mani che non si arricciavano più alla collana di perle che portavo attorno al suo collo.

Ma Sara non sapeva ancora nulla. Non ingenua, non uguale a tutte le altre.

Solo distratta. Eppure non sapeva.

Io ero quello che poteva, che sapeva, che osava, che voleva e desiderava. Io potevo e lei non lo sapeva. Non mi pensava, com’era normale, perché preoccupata dei suoi amici, di quel tizio con cui, a quanto pare, usciva, ed io cercavo a prima vista di accettarlo anche se non ci riuscivo.

Mi ricordo che volevo averla. Che la desideravo anche se non potevo e forse non dovevo. Ma non me ne è mai fregato un cazzo dei doveri.

La volevo e quello dovevo avere. Ad ogni costo. A costo di mettermi a nudo per quello che ero e per quello che valevo.

Mai fui più sincero di quella sera in cui parlammo finalmente senza pregiudizi e senza interruzioni di alcun tipo. Le raccontai la mia storia come lo credevo opportuno, la sua già la conoscevo. Ma volevo e desideravo sapere di più, entrare più a fondo, capirla, volerla, desiderarla.

Parole parole parole.

Non riuscii a comprenderla. Ignota. Ignara. Stupenda. In quel suo fare che era solo suo. In quel suo dire che le apparteneva

Così insicura da sembrare spavalda. Così bella da sembrare impossibile.

I ricordi riaffioravano mano a mano che mi concentravo su quegli anni passati mentre le luci alogene svanivano nella mia mente come lontani spettri.

Ho sempre pensato di poter essere tutto e nulla. Ho sempre pensato di capire le persone, saperle interpretare, di saperle condividere.

Lei no.

Lei era stata quella che mi aveva messo a nudo, che mi aveva scoperto e mi aveva fatto scoprire la vera identità che dentro di me si celava. A quel tempo non desideravo nulla e desideravo tutto. Non alla ricerca di qualcosa di specifico ma solo di qualcosa che attirasse la mia attenzione.

Come un’esca mi aveva colto, lontano in quel caos infinito che mi avvolgeva. Desideravo una ragazza.

L’avevo trovata.

Per caso. Per fato. L’avevo trovata: unica, sola. Sara.

Non mi sono mai spiegato il perché poi mi sia fatto indietro. Forse perché lei, a quanto diceva si vedeva con un altro, o forse perché non era giusta per me.

Codardo?

Codardo!

Le avevo permesso di scappare, di lasciarla andare.

“Con La Mia Storia Fra Le Dita” di Gianluca Grignani.

No, stavolta non sbaglio. E’ mia. Deve essere mia.

Non scappi. Non con un altro. I miei pensieri erano quelli, egoisti, stronzi bastardi infami senza ritegno miei vanitosi unici per lei.

Perché?

Perché io sono ciò che tu vuoi che io sia. Tutto e nulla ancora.

Mi stai cercando. Mi hai trovato.

Sara, non lo sai.

Sono io.

Quella sera non mi trovò più. Fuggii impaurito di fronte a lei.

Ma questa volta non scapperò, te lo prometto…

«Ancora tra di noi, Filippo?» una voce solitaria usciva stranita dai miei pensieri vaghi ed inconcludenti «nel libro c’è il mio numero» continuò poi a bassa voce in modo che tutti gli altri in fila non potessero sentire «chiamami» e così concluse.

«Ok, ok. Grazie, Giulia. Mi hai fatto ricordare una cosa importantissima che pensavo di aver dimenticato. Devo andare» e così dicendo, a volte smarrito nei ricordi di Sara, forse sperduta, a volte accompagnato da quelle luci blu intense, mi allontanai da quel luogo che per breve tempo mi sembrava di aver già vissuto, che mi sembrava già mio, già ricordo.

Sapevo già che non l’avrei chiamata non per mancanza di gentilezza, quanto perché ora il suo viso si confondeva immancabilmente con quello di quella dolce ragazza che la sera precedente mi aveva fatto suo irripetibilmente. Solo suo.

Con un paio di piccoli passi mi rituffai nel vortice di aria gelida che sfrecciava per le strade quasi deserte della Milano che ancora non mi apparteneva totalmente. Presi il cellulare e Le scrissi un messaggio, la prima cosa che mi venne in mente ma mentre le prime lettere comparivano sullo schermo LCD del BlackBerry, vibrò. Era lei.

Intuitiva. “Ciao! Come stai? Tanto starai ancora dormendo… oggi pomeriggio non mi troverai, perché devo preparare tutto. Ci vediamo stasera? Bacio.”

Le risposi come fosse un obbligo, senza sbilanciarmi, senza farle credere o capire nulla di tutto quello che stavo pensando. Mi piaceva giocare in quel modo con lei, come se fosse tutta una sfida, senza regole, senza vincitori né vinti, ma solo io e lei a contendersi ciò che per noi aveva più valore di ogni altra cosa. Noi stessi.

Avevo bisogno di pensare. Volevo pensare, riflettere, giudicare solo con me stesso. Misi le cuffie in testa, alzai l’iPod Touch al massimo volume e in quel caos sono mi crogiolai sorridente.

“Luces” dei Dufresne. La chitarra spaccava i miei timpani mentre lievi immagini come fiocchi di neve si scioglievano freddi nella mia mente, in cui aprendosi si rivelavano.

Ed era Michela, era il bacio.

Era Giulia, era una notte di passione.

Era Sara, era il passato.

Rapito, preso e strappato da essi mi lasciavo trascinare in quell’onda di tristezza ma di pochi rimpianti, e lentamente lasciavo che i miei piedi mi dirigessero verso un luogo più sicuro, riparato, dove non avrei più avuto paura di quello che mi circondava.

Stazione della Metro. Qui il cellulare non prendeva, magari Michela mi aveva risposto, cazzo!

Non pensarci, calmati. E’ tua. E’ tua.

E’ mia. Sei mia.

“Tonight Tonight” degli Smashing Pumpkins.

«Siamo arrivati, pa’. Tu mettiti lì che adesso preparo qualcosa e poi mangiamo» mentre indicando con il dito il divano lo invitavo a sedersi e mi allontanavo verso la cucina.

«Con calma dai. Adesso poi non ho fame. Piuttosto, come è andata poi con quell’infermiera carina? Tutto bene? Sei stato attento?» curioso.

Ma che domande fa mio padre? Probabilmente quando si era ubriacato aveva anche preso parecchie botte.

«Tutto bene. Sì, sì ho fatto attenzione, comunque lei ormai oggi è partita. Per Londra, quindi non penso che la rivedrò più. Ieri sera era stata l’ultima occasione a quanto pare. Non me la sono lasciata scappare. Senza rimpianti» cercando di sfoderare un sorriso che tranquillizzasse Claudio che mi stava guardando con troppo apprensione.

«Ci devo credere?» ricominciò lui.

«Sì, credimi. Ah, stasera vado ad una festa» dovevo cambiare discorso.

«TU?!»

«Vado a preparare da mangiare» ridendo sotto i baffi. Sapevo che non mi avrebbe creduto. Pazienza.

Ore 20.38.

Le Vans nere scricchiolano sul parquet di casa mia mentre mi appresto ad uscire.

Completo nero. Camicia Polo Ralph Lauren azzurra. Cravatta nera.

Stavo bene, stavolta ero tranquillo. Ero io ed ero me stesso anche in quei vestiti così eleganti che aveva comprato l’anno prima.

Ready.

«Ciao!» saluto mio padre.

Mancano circa 20 minuti all’inizio della festa, manca poco.

Salgo sulla mia Honda per ripararmi dal freddo che l’inverno portava sempre con sé. Accendo lo stereo.

“One Of A Kind” dei Killing Touch. Metal.

Prendo il Davidoff nero da uomo, me lo spruzzo addosso così che quell vago profumo amaro mi avvolga e penetri in me, ed ora sì. Accendo la macchina.

Sento tutti i suoi cavalli rombare sotto di me, e rimbombare nel garage sotterraneo.

Sento la potenza che essi racchiudono ed in essi mi sento libero.

Non aspetto che il cancello si apra del tutto. Non m’interessa voglio andare, senza sapere perché, ma soltanto andare.

In un attimo i fari uniformi della Honda illuminano la via, le strade, i semafori e le persone che stranite mi guardano sorridere dentro la mia macchina nera.

Gas. Gas. Veloce, con rabbia ma felice. Per un volta, finalmente, felice.

Accelero di nuovo, sempre di più. Nella notta.

Da Lei.

Arrivo.

11

BEFORE YOU COME

LEI

«

Ma perché mai ti devo trovare sempre addormentata? Possibile che tu non sia capace di puntare una dannata sveglia? E poi oggi è una giornata importante, non una qualunque, abbiamo solo poche, 10, ore per preparare tutta la festa…»

«Mi ha baciata» interruppi quel suo rumoroso discorso.

«Cioè non te ne rendi proprio conto. Io mi sono dovuta alzare alle 9 per arrivare in orario qui, e tu invece alle 10.30 non ti fai trovare, non dico pronta perfetta, ma almeno sveglia. Dai dai dai…»

«Mi ha baciata» provai di nuovo, sorridendo, perché non mi ascoltava per niente.

«E se anche ti ha baciata a me cosa frega? Si vede che con Jack si è rimesso tutto a posto…»

«Filippo. Si chiama Filippo quello che mi ha baciata»

Non feci in tempo a rendermi conto di quello che io avevo detto che già Ale si era buttata nel mio letto, anche sotto le lenzuola e mi coccolava come farebbe una mamma, dolce e bella la mia amica.

Si vedeva che era contenta per me.

Grazie Ale.

«Adesso non esci dal letto finchè non mi racconti ogni cosa. Forza…»

«Uff…»

«E non sbuffare, sai!» ridendo.

Le spiegai ogni piccolo particolare della sera a cui ieri avevo partecipato. E raccontando mi emozionavo, sempre di più ripensando a quei suoi occhi azzurri che mi perforavano da parte a parte, alla neve che si posava sui nostri capelli, a quei piccoli passi e movimenti che ci avvicinavano ogni volta sempre di più. E poi quel suo bacio, quel nostro bacio, semplicemente semplice ed invidiosamente perfetto.

Ad ogni parola sentivo il sorriso di Ale allargarsi sempre di più, i suoi luccicavano per l’emozione, la stessa emozione che avevo colto anche me quella notte, solo 7 ore fa.

«E adesso cosa farete? Avete parlato?» la sua voce mi ridestava da quello come se fossi caduta in un sogno profondo di quieta e tranquillità.

«Non abbiamo detto una parola. Se n’è andato così via. E’ stato bellissimo» ricordavo quei momenti come piccoli filmati impresso permanentemente nella mia memoria. Lui aveva lasciato andare le mani attorno al mio collo, dopo quell’ultimo bacio, mi aveva accarezzato di nuovo, lasciando che la sua mano fredda fosse accolta sulla mia pelle calda e piena di vergognoso arrapamento.

Mi aveva guardato un’ ultima volta, poi si era voltato sorridendo e se n’era andato così così, all’improvviso come quando il suo primo piede aveva poggiato terra.

Tenebre.

«Però stasera dovrebbe venire alla festa, così te lo presento» continuai ancora in preda ai brividi.

«Sì sì, non vedo l’ora. Ma adesso penso che sia meglio concentrarsi sulla festa, no? Altrimenti stasera non si combina proprio niente»

«Hai ragione, ora incomincio a vestirmi, dai» ed alzando le coperte, scesi dal letto, ancora indolenzita per il poco sonno ma felice, incredibilmente felice. Bello!

I preparativi erano iniziati, io ed Ale correvamo da una parte all’altra della casa per pulirla, rimettere tutto a posto e poi infine per iniziare ad addobbarla.

Mentre una posizionava le candele in ogni angolo, l’altra in cucina iniziava a stendere la pasta per la pizza o per le torte. Sarebbe stata una giornata molto dura questa, più della precedente ma nessuna delle due aveva intenzione di mollare, di darsi per vinta, ma al contrario ogni minuto che passava ci rendeva più orgogliose di quello che stavamo facendo.

Non ebbi mai tempo di pensarlo, purtroppo, di ricadere fra le sue braccia, di ricordare quei momenti che mi avevano fatto piangere, che mi avevano fatto godere, ma Ale coglieva ogni occasione, quando ci incrociavamo in un corridoio o nella sala per dirmi «innamorata» in un tono cantilenante ed odioso al quale però sorridevo di continuo.

Non ero innamorata, ne ero certa. Non lo so cosa significhi essere innamorati, e forse non significa nulla.

Però ora che l’avevo, non potevo fare a meno di Lui. Lo volevo, lo desideravo.

«Smettila, scema. Pensa alla torta»

«Permalosa, la mia piccola innamorata!»

«Attenta» con il sorriso stampato sul viso.

Ricominciammo a lavorare come se niente fosse, ognuna preoccupata a quello che doveva preparare senza più interrompersi.

“First Breath After Coma” degli Explosion In The Sky.

Piccolo suoni profondi riempivano le stanze che separavano me e la mia amica, conciliando la fatica che ormai si faceva sentire per le 7 ore di lavoro.

L’orologio a pendolo della cucina in quel momento suonò le 19.

Ancora due ora. Ancora Lui.

Stupendomi, non me ne fregava nulla o quasi di tutti gli altri invitati, volevo rifugiarmi nuovamente in lui, nei suoi muscoli.

Piangere nei suoi occhi, accarezzarmi con le sue mani.

Godere nel suo corpo.

2 ore. L’atmosfera si riscaldava, l’ansia riempiva ogni singolo spazio libero, la paura svaniva e lasciava posto alla tensione.

Dovevo solo prepararmi. Essere me stessa. Essere quella di ieri.

Perfetta.

Veloce, di corsa andai in bagno, solitamente non ci avrei messo più di mezz’ora, ma questa volta era diverso, doveva esserlo necessariamente e forse due ore a questo punto non sarebbero più bastate.

Il pianale immenso di marmo rifletteva vagamente la mia figura facendola assomigliare ad un quadro impressionista più che realista. Come se fossi una bellissima ninfea di Monet.

Le luci gialle assorbivano ogni mio respiro privandomi di quella poca forza vitale che ormai mi rimaneva quando sentivo il ticchettio dell’orologio fatale ansimare sul mio polso.

Tic tac. Tic tac.

Un respiro. L’acqua della doccia colpiva il mio corpo con tremenda violenza, senza risparmiare nemmeno un solo centimetro, sfondandolo, sferrando fendenti micidiali sulla mia inerme pelle, ma dolce sentivo la tensione scivolare giù con essa, lasciando che i miei polmoni si sentissero liberi da ogni morsa per poter riprendere a farmi vivere.

Viva. Viva e incompresa. Viva e sola. Viva e basta. Finalmente, perfettamente viva in quello stato che sembrava non permettermelo.

“As I Am” di Alicia Keys era la canzone che sotto la doccia, permettendo che l’acqua penetrasse nelle mie corde vocali, fuoriusciva dalla mia bocca.

Prendo il balsamo, con cura immergo i capelli nelle mie mani che con essi si legano forti ed invincibili. Mi lascio cullare dal profumo intenso di melone e cocco, dolce vaneggiare in quei perduti minuti che mai più torneranno e torneranno più belli.

Torneranno con lui. Forse. Sì!

Torneranno?

Il dubbio infame mi stringe, e non coccola più. Fa male. It Hurts. Sento le vene pulsare nelle braccia, nelle gambe, intorno ai miei polsi.

Alla tempia. Fa male. Fa male sempre più. Tum tum. Il cuore ormai batte, governato dall’insicurezza del mio futuro, della mia felicità. Il cuore circondato da quella polvere schiumosa che lo soffoca. Lo stritola. E muoio forse.

“First Breath After Coma” degli Explosion In The Sky.

Respiro. Riprendo fiato. Ancora.

Un altro respiro. Ancora.

Ancora.

Ore 20.02.

Manca un’ora. Io davanti allo specchio. Nuda. Mi guardo, sto imparando a conoscermi, sto imparando a scoprire ogni particolare di me stessa. Imparo in fretta.

Conosco i miei difetti, i miei pregi. Incomincio a sapere cosa voglio. Cosa desidero. cosa spero.

Voglio Lui.

Spero di essere felice.

Incominciai a vestirmi con il vestito nero senza spalle che avevo comprato. Con delicatezza lo prendo dall’alto e lo infilo naturalmente come se nulla fosse. Ora sono coperta, ma ad ogni modo nuda, ancora. L’abito si adattava senza sbavatura al mio corpo che tanto mi piaceva, scivolava lento e soave lungo le mie curve sinuose, sul mio seno, lasciando poi un’ombra marcata sotto di esso. Si adeguava al fondoschiena, le gambe aprendosi in fondo lasciando liberi i piedi, intrappolati in decolté nere con diamanti.

Brillavo sotto i riflettori del bagno, e di fronte allo specchio simulavo le mosse che avrei fatto quando Filippo sarebbe arrivato. Ero ridicola e lo sapevo ma questo non mi ostacolava nelle mie azioni.

Mancava il trucco. Il rossetto rosato dipingeva le mie labbra, il mascara scuriva i miei occhi, il fondo tinta colorava la mia pelle e tutto mi portava a quella perfezione che io continuamente cercavo in ogni aspetto della mia vita. Mi sentivo bene. Senza più provare il dolore dell’insicurezza che prima mi aveva attanagliato, il dolore per la tristezza che prima mi stava facendo affogare sotto la doccia.

Ora volavo. Soffice nel cielo, sospinta da correnti sconosciuta senza avere però una metà precisa. Ad occhi aperti vedevo sotto di me la vita scorrere lenta, monotona, contenta di quella aritmia che spesso colpiva il mio cuore e la mia esistenza.

Una sincope. Un tuffo. Un salto.

Vuoto.

I veloci e forti colpi di tacco suonavano il parquet di casa mia, riempiendola di un rumore che sembrava quasi terrore. Ansia. Terrore. Camminavo da sola e sorridevo.

Camminavo per il mio appartamento anziché sedermi ed aspettare, ma 20 minuti erano troppi. Troppi da passare seduta senza sapere cosa fare. A me stessa non avrei mai voluto ammetterlo, ma ero ansiosa di vederlo arrivare al mio diciottesimo vestito con i suoi soliti jeans, una maglietta ed una felpa, in quella caotica situazione in cui, pur essendo tutti vestiti con completi firmati, lui sarebbe stato ugualmente il più elegante, il più distinto, il più bello.

All’improvviso i suoi occhi azzurri si spalancarono rapidamente di fronte al mio viso, come un’allucinazione. In essi mi perdevo cosciente. Sapevo e conoscevo tutto di lui ora.

La sua insicurezza, le sue paura, le sue storie, la sua vita. Capivo ogni immagine che mi si parava di fronte al mio sguardo, capivo ogni frase, ogni parola eppure non le sapevo decifrare. Cosa sono? Perché ora?

Mi lascia andare nel Suo sguardo intenso e terrificante. Mi abbandonai in quel colore così limpido, così chiaro. Ora sollevata. Ora spensierata. Ora come ieri sera.

Ore 21.00.

Arriva.

¤

La porta si apriva ritmicamente ogni venti seconda e veniva continuamente attraversata dagli invitati. I nomi divenivano via via sempre meno importanti. C’erano tutti, li riconoscevo, li conoscevo, certo. Ne mancava uno. Non era ancora arrivato, ma non mi dovevo preoccupare, cinque minuti di ritardo li fanno tutti.

Altre persone. La casa si riempiva, l’aria diventava pesante, non si respirava più, mi mancava l’ossigeno. Ora svengo.

Debole.

Sempre debole io. Non resistevo mai in situazioni per me così angoscianti. Rimasi lì, ferma sulla soglia a salutare con gesti meccanici chiunque si avvicinasse a me. Un bacio a destra. Uno a sinistra. Un saluto. Un gesto di cortesia.

Senza accorgermi realmente di chi entrasse in casa li lasciavo passare come se fossi incosciente. Inerme.

“Wait And Bleed” degli Slipknot.

Cosa stava premendo così forte contro le mie meningi? Cosa comprimeva il mio petto in maniera così dolorosa ed assordante?

Cos’ era questa sensazione opprimente?

La luce delle scale si accende.

Ore 21.37. E’ tardi.

Quella sensazione orrenda svaniva, il cuore spaccava le sbarre della prigione in cui era stato imprigionato, le mani prendevano vita e ricominciavo a comprendere.

Lui poggia un piede dopo l’altro sulle scale marmoree, sento il suo passo, ognuno dei suoi passi è una liberazione per me. Sta salendo.

Capisco il suo respiro non affaticato. Vedo il suo profumo maschile avvolgersi attorno a me. Odo il suo cuore battere più lento del mio. Lui.

I suoi occhi compaiono all’improvviso come nella visione di prima. Mi accolgono. I suoi occhi mi sorridono.

Merda.

In completo nero. Camicia nera. Cravatta bordeau. Cammina veloce, quasi saltellando da un gradino all’altro. Si avvicina. Ancora un po’. Sempre di più. Non mi lascia scampo.

Non mi lascia tempo.

Mi bacia. Non come quello di ieri. Questa volta c’è più rabbia, c’è più ardore. C’è più voglia.

LUI

“Vorrei sentirti nuda ansimare a fianco a me mentre il dolce profumo della tua pelle m’inebria della più ardita passione”

Pensieri vaghi. Vaghi pensieri. Lei.

LEI

Lo voglio. E’ arrapante il suo corpo muscoloso, il suo profumo. Quell’odore di nicotina che s’incastra nella sua pelle.

Vorrei farlo qui ed ora. E che si fotta tutto il resto. Voglio solo lui. Preferirei non essere maggiorenne. Vorrei solo averlo qui ed ora.

Che si fottano gli altri.

Mi lascio andare di nuovo in lui, so che mi sorregge. So che mi aiuta. So che non mi lascerebbe andare ed ora comprendo quell’insieme di immagini che prima mi era apparso in forma di allucinazione.

Lo vedo. Vedo ciò che le lega. Vedo come s’incastrano.

Sorrido sulle sue labbra. Lui gioca divertito sulle mie. Bello.

«Ciao. Auguri» la sua voce mi sorprende. E’ tenebrosa. E’ scura. La sua voce è mia.

«Grazie – sorrido, rossa in faccia – stai… stai benissimo vestito così» cerco di parlare con senno anche se raramente sembro riuscirci, lasciandomi più trasportare dall’emozione.

«Mi sento un po’ a disagio ma fa niente»

«Ma và!» non ci credo.

«Anche tu sei bellissima. Ieri, sinceramente, lo eri di più. Ma forse era solo per la situazione»

«Ieri è stato perfetto»

«Ti devo dare ragione purtroppo» e prima che potessi picchiarlo mi baciò di nuovo, cercando di rompere quel mio continuo tentativo di parlare mentre le nostre labbra erano appoggiate le une alle altre. Ci riuscì perché io non resistessi alla sua morsa, alla sua tentazione. Diavolo.

«Scemo. Non ti permettere, sai…»

«Perché altrimenti?»

«Altrimenti… Niente! Non ce la faccio! Bastardo!»

Era vero. Non riuscivo. Era più forte di me, mi lasciavo catturare senza provare nemmeno a liberarmi consapevole dell’inutilità che quel gesto avrebbe avuto.

Allora prendimi.

Sono tua.

Sarò tua.

Tua e basta.

Catturami. Eccitami. Eccitati.

Ti voglio, cazzo!

“Per Un’Ora D’Amore” dei Subsonica & Fiorella Mannoia.

«Per un’ora d’amore non so cosa farei.

Per poterti sfiorare non so cosa darei.

Chiudo gli occhi senza te le serate non finiscono mai.

Sole giallo, mare blu.

Non vorrei farti restare così: un ricordo d’estate, di più.

E per un’ora d’amore venderei anche il cuore»

«La stai cantando ad alta voce» mi sorrise. Dolce. Delicato.

«Ops» un altro bacio. Questa volta sono io a darglielo. Così gentile.

E’ amore? E’?

E’!

12

THE PARTY

LUI

E

ro arrivato fin sotto casa sua, di nuovo di fronte a quel cancello, spettatore innocente di una tragedia consumata e bellissima. La gente passava innocua dietro le mie spalle lungo la strada, altre persone invece mi superavano, come se non esistessi, come se non fossi mai esistito. Loro almeno sapevano dove andare, la sicurezza di un qualcosa per me inesistente li guidava attraverso il vialetto e la porta a vetri che ieri sera rifletteva limpidamente la sua figura.

Io però rimanevo lì per attimi ed istanti infiniti ed inquantificabili, senza avere un motivo apparente ma solo la paura a governare le mie membra immobili.

Feci qualche passo, mettendomi in fila dietro altri ragazzi. Forse una dozzina.

Mentre alcuni premevano freneticamente il bottone della chiamata dell’ascensore, io preferii le scale, non so perché. Forse così avrei avuto modo di pensare.

Due gradini alla volta ripercorrevo il mio passato, tutto quello che fino a questa punto era stato: le mie difficoltà, le piccole gioie, le mie ragazze. Il mio dolore. La morte.

La rinascita ieri sera.

Spinsi il bottone della luce e in un lampo cieco La vidi.

Era ferma anche lei, sulla soglia della porta. Mi aspettava? Aspettava tante persone, non solamente me, eppure sorrise quando mi vide. L’effetto che la luce della casa produceva sul suo corpo mi lasciava senza parole. Esterrefatto. Sbalordito.

Il vestito nero luccicava, luccicavano le labbra, splendevano i suoi occhi incorniciati di nero, la bocca intrappolata in un rosa vivo. Bella.

Mi lascio andare, mi perdo, innato, ritrovato, felice. Mi lascio andare ai primi pensieri peccaminosi che mi girano in testa.

Vaghi ricordi di una poesia, rari peccati. Dolce il peccato.

La bacio. Non resisto, la vedo fremere, sento il suo profumo colpirmi forte nei polmoni, li sento ansimare, proprio come vorrei sentire e sento lei. Cado in questo vortice. O mi lascio cadere?

Tirato di qua e di là da quel suo bacio più prepotente di quello di ieri, più cattivo e più dolce, non cerco una via per scappare ma mi lascio cullare nel soffice tormento di quell’atto così abusato eppur dolcemente micidiale.

Non c’è più imbarazzo, niente più vergogna, solo noi due. Dentro la festa imperversa, impazza ma a lei sembra non interessare.

Il primo dialogo. Qualche complimento, qualche risata. Probabilmente lei non pensa solo a me.

Mi smentisce all’istante. Lo leggo nell’iride nero che si confonde con la pupilla ancora più oscura. Vedo la bramosia zampillare in ogni suo movimento, la vedo eccitarsi, di fronte a me mentre le sue unghie si conficcano voracemente nella mia carne, quasi volesse sentire il mio sangue tra le sue dita.

Mi piace. Non mi allontano e non la voglio allontanare, come se quel gesto ci potesse avvicinare, ci potesse unire.

Una battuta. Una sua risata fragile. Poi mi bacia ed mia. Sarai mia come la Margherita di Cocciante.

Catturata.

Petalo dopo petalo, la scopro, la capisco. Sono in Lei e ci vedo.

Siamo amore? Siamo?

Siamo!

LORO

Filippo e Michela erano ancora fermi fuori dalla porta, si guardavano intensamente aspettando solo che delle piccole scintille li facessero allontanare l’uno dall’altro, mentre le mani di Lui cercavano avidamente il corpo di Lei che si adattava sul suo. Erano belli da vedere, così rabbiosi con il passato e contenti del presente.

Nessuno dei due appariva avere rimorsi per ciò che stava accadendo, non avrebbero potuto averli. Non ieri sera. Non oggi.

Dentro la festa non accennava a distogliere l’attenzione dai due ragazzi. La curiosità serpeggiava fremente in mezzo a tutti gli invitati.

Finalmente i due rientrarono accolti da applausi fragorosi a cui però né Filippo né Michela davano peso. Lei era a suo agio e si vedeva, circondata da una quarantina di amici, lui invece, completamente sconosciuto era intervenuto nelle loro vite senza che nessuno lo chiedesse.

«Vieni, ti presento un po’ di persone»

«Devo proprio?» chiedeva lui sperando forse così di convincerla o che per lo meno lei fosse in grado di capire come Filippo si sentisse.

«Dai, non fare storie – mentre sorrideva amabilmente e infidamente – sono tutti miei amici. Li devi conoscere obbligatoriamente»

«Va bene. Dai, farò questo sforzo, ma ricordati che mi devi un favore» e lei lo baciò sulla guancia mentre le sue si arrossavano di vergogna.

«Ecco questa è Laura, lei è Alessandra, lei è Giulia» cominciava lei la trafila di persone che pian piano si avvicinavano al loro duetto.

Lui, in incognito non ascoltava ciò che la sua ragazza stava dicendo, non gliene fregava assolutamente niente. Stava lì con loro solo con il proprio corpo, ma i suoi occhi cadevano stupefatti su di lei. Le guardava le labbra, desideroso di bagnarle. Le cercava le mani mentre con un solo dito l’accarezzava.

Faceva scivolare i propri occhi lungo il vestito, fermandosi prima sulla spalle, poi lungo la schiena, le gambe per poi risalire lentamente lì dove aveva iniziato a smarrirsi.

La sua ragazza però non se ne accorgeva, continuava a presentargli altri amici, persona dopo persona.

Nella sala della casa di Michela c’erano alcuni che mangiavano, altri che parlavano concitatamente fra di loro, altri spettegolavano sulla nuova coppia di cui però nessuno sapeva nulla.

Improvvisamente lo sguardo di Filippo tornò vispo ed attento come prima. Qualcosa lo avevo colpito, lo avevo stupito a tal punto da dover interrompere ciò che la sua testa gli ordinava di fare.

Non capiva, la sua bocca aperta, gli occhi sbarrati.

LEI

Volevo che conoscesse ciascuno dei miei amici ed appena entrammo facendo finta di non sentire tutti gli applausi che ci accompagnavano, incominciai a presentargli quelli che si trovavano più vicini a noi.

Laura, Alessandra e Giulia. Io parlavo e lui non mi ascoltava, sentivo il suo sguardo pesante attraversarmi da parte a parte, sotto la pelle, sotto il vestito tanto da sentirmi in parte nuda, in parte solo per lui. La cosa mi faceva stare bene, mi piaceva.

Mi piaceva perché appariva come se lui potesse conoscere, e volesse conoscere ogni cosa di me, che potesse vedere anche oltre ciò che era visibile a tutti. Come se lui, e solo lui fosse in grado di svelare ciò che era coperto e rianimare in me ciò che ormai morto o sparito da tempo.

Mi lasciavo così accarezzare dai suoi dolci, tenebrosi occhi quando mi accorsi che quel suo fissare inebetito era cessato d’improvviso. Senza motivo.

Gli occhi aperti e ciechi fissavano il viso della mia amica: Giulia.

Pareva spaventato, quasi terrore.

«Ciao, piacere mio, Filippo» la sua voce tradiva quella calma interiore che terrorizzava tutti e intrigava me.

Perché il suo viso si era tutto incupito poco prima che iniziasse a parlare? Cos’aveva visto?

Se lui riusciva così bene a penetrare nei miei pensieri, ebbene io non riuscivo a scalfire quella corazza durissima che lui portava sempre con sé, come per difendersi, per non farsi male, o per non farsene più. Era avvilente per me non riuscire a comprendere le sue emozioni quando lui invece leggeva senza sosta le mie. Completamente differenti eppure così legati e simili, quando sentivo la sua mano stringersi nella mia dandomi quella sensazione di forza che a volte mi era mancata con Jack.

Ma nonostante tutto la sua mascella faceva stridere ancora i denti l’uno contro l’altro. In tensione.

La festa continuava senza preoccuparsi di noi, come se fossimo rimasti rinchiusi in una botte di vetro impenetrabile. C’era chi mangiava, chi beveva alcolici e birre che erano stati egregiamente disposti sul tavolo da Alessandra. Chi si divertiva fingersi DJ o chi era andato sul terrazzo a fumare.

Stavo pensando ad un posto dove poter parlare con Filippo, in cui saremmo potuti stare da soli. Volevo parlare, sapere, capire. Capire il motivo di quell’espressione così scura in viso, sapere cosa gli passava per la testa, parla con lui, senza nessuna esitazione.

«Noi – incominciai interrompendo quel chiassoso silenzio – andiamo un attimo di là, vi dispiace?» imbarazzata cercavo di far capire a Filippo il mio bisogno ed ad Alessandra il fatto che non c’era da preoccuparsi, mentre lei però sorrideva complicemente.

«Tu vai, arrivo subito» schietto, quasi a zittirmi del tutto. Un ordine.

Perché?

Ansia e paura. Di nuovo. Stavolta resisto.

LUI

Com’era possibile? Lei? Di nuovo?

Le domande si affollavano nella mente come acqua che gocciola forte durante un temporale primaverile. Non lasciavano spazio per respirare, per capire.

Ma ti lasciavano affogare come se tutto normale, tutto a posto.

E invece non lo era. Cercavo di non farmi notare mentre piano piano, un po’ sconcertato, stringevo i denti fino a farli stridere. Vedevo i suoi occhi roteare intorno al mio viso, al mio collo, mi stava scrutando centimetro per centimetro per capire cosa non andava in quella mia espressione forse troppo dura, forse a cui non era mai stata abituata, mentre più dolcemente che potevo le stringevo forte la mano per provarle che non sarei mai andato via senza di lei, mai l’avrei lasciata sola.

La sua piccola fredda mano si rilassava nella mia e come se quel suo innocuo gesto fosse un calmante naturale mi rilassai a fondo.

Mi presentai di cortesia, lasciando che dalla mia bocca uscisse piccola nota di amarezza quando incrociai lo sguardo dell’ultima ragazza.

Perché era qui?

E allora, chi sei?

Cercavo di interpretare il suo sorriso beffardo, cercavo di convincermi che mi stavo sbagliando eppure era così ovvio che fosse ancora lei, che mi avesse seguito, che non avesse certamente intenzione di lasciarmi in pace. La mia paura, il mio terrore di questo nuovo incontro mi raggelava le vene fino a farle esplodere e Michela lo avvertiva nel mio tocco che lentamente mollava la presa lasciando spazio a quell’ira incontrollata che non avevo intenzione di mostrarle. Non lì, non ora.

Era semplice e fantastico vedere come lei potesse registrare ed analizzare ogni mia mossa, come riuscisse poi ad analizzarle tutte per reagire e cercare di mettere a posto il tutto. Pensavo che io non stessi bene lì dov’ero. Bè, stavolta si sbagliava.

Anch’io avevo bisogno di calcolare, riflettere e pensare a ciò che in quella stanza, in cui nessuno sembrava curarsi di noi cinque, stava accadendo.

Michela, stringendomi più forte la mano, chiese se potevamo allontanarci da loro. Non sarebbe stato un problema per me, non fino a quel punto in cui però, la curiosità prendeva il sopravvento, mi annebbiava la vista rendendomi cieco e non lasciava altra via se non quella di scoprire il tutto.

«Tu vai, arrivo subito» risposi zittendola. Cattiva. Due semplici ordini. Andare, aspettare.

Non avrei voluto che suonasse così come un imperativo ma quelle furono le uniche parole che riuscii a formulare a denti ancora stretti. Vai!

Non ebbi nemmeno il tempo di concludere questo mio pensiero che già Michela si era volatilizzate nel nulla. Scomparsa, al sicuro. Alessandra era svanita con lei.

«Che cazzo ci fai qui?» ritorno al presente.

«Come sei brusco…»

«Non ho tempo per giocare. Voglio sapere due cose. Chi sei e cosa fai qui» categorico, senza aspettare nemmeno una sua ribattuta. Non l’avrei certamente ascoltata.

«Facciamo che andiamo di là e ti faccio vedere chi sono. Il perché lo capirai da solo, credo» disse lei sorridendo maliziosa. Infima.

«Facciamo invece che restiamo di qui, mi rispondi e solo io me ne vado di là dalla mia ragazza» non avevo la minima intenzione di restare un secondo di più a parlare con quella ragazza che altro non faceva se non irritarmi e farmi perdere tempo prezioso. Michela mi stava aspettando. Ed io volevo essere con Lei.

Senza che me ne accorgessi, la ragazza si era avvicinata. Non c’era nemmeno una spanna tra le mie labbra e le sue. Quasi irresistibile la tentazione che mi portava a compiere l’ennesimo peccato.

MERDA!

Non cedere, non cedere, non cedere!

Feci un passo indietro.

Lei uno avanti. Un altro.

Lei anche.

Tra me e il peccato, solo il muro. Non avevo più spazio, nessuna via di fuga.

«So che vuoi baciarmi, perché non lo fai?» la sua voce tentatrice s’insinuava oltre ai miei timpani, era difficile, quasi impossibile.

Il cervello dava ordini che non venivano rispettati. Non veniva ascoltati dalle orecchie riempite del suono squillanti e passionale del suo timbro vocale.

Non potevo più indietreggiare. Potevo solo agire.

Lo feci.

Schivai il suo tentativo di corruzione.

«Scordatelo. Non ci casco. Voglio solo sapere chi cazzo sei?»

Non rispondeva, esitava. Sorrideva. Sorrideva maligna guardandomi continuamente negli occhi con una sguardo che mi sorprendeva ogni secondo di più. Ero in ansia. Curioso di capire chi mi trovassi di fronte.

Ansioso di raggiungere la mia ragazza che ormai era sparita alla mia vista da più di 5 minuti e che probabilmente si stava preoccupando per me.

«Chi sei?» continuai imperterrito a chiederle. Ed imperterrita continuava a tacere senza darmi nemmeno il più piccolo segnale. Indizio. Uno solo.

Conoscevo il suo nome. Solo quello.

LEI

Ero rimasta frastornata da quella sorta di intesa che legava Filippo e la mia amica. C’era come un piccolo filo che li teneva uniti insieme senza che io lo potessi vedere o che tantomeno fossi in grado di spezzare.

Era tremendo pensare che la felicità che mi aveva avvolto in quelle 48 ore stesse già svanendo nel nulla proprio come era iniziata. Mi ero allontanata da loro due. Forse invidiosa. Forse incazzata.

Gli avevo detto che lo aspettavo e lui aveva per un attimo aveva esitato, nel dubbio lui quanto me, ma quel piccolo istante che io gli avevo concesso ormai era terminato da tempo.

Avrebbe già dovuto essere qui. Ma io ero sola. Nella stanza dei miei genitori, ad attenderlo.

L’attesa perforante mi premeva sulle tempie, e sentivo il lieve ma intenso pulsare del sangue come a scandire ogni secondo di quel tradimento. Eppure non avevo il coraggio di alzarmi dalla coperta pesante e attraversare il corridoio per assistere alla scena peccaminosa che si stava consumando nel salone. Davanti a tutti.

Non riuscivo a pensare alla fiducia mentre le mani quasi gocciolavano dal sudore.

La fiducia.

Credere senza sapere.

E mi fido di Lui?

Mi fido. Ed aspetto.

Di nuovo.

“Like A Stone” degli Audioslave.

Il mio cuore di pietra ansimava, si scomponeva ritmicamente in atomi per poi ricomporsi di nuovo sino a sgretolarsi. Non esisteva più una forma di tempo in quello spazio buio. Non avevo fiato. Non avevo sonno, fame o sentimento. Non avevo nulla lì e mi sarebbe bastato avere Lui. Eppure non c’era. Non c’era ancora.

In quello stato di confusione profonda, senza averne un motivo apparente mi lasciai andare, senza aver più voglia di pensare, di riflettere o giudicare. Quello mi faceva solo male, un dolore pressante nel petto che schiacciava il mio seno imprigionato nel reggiseno che per lui avevo indossato.

Distesa nel mio lungo vestito nero mi apprestavo al mio fittizio funerale, triste mentre le lacrime nere si appoggiavano ai bordi degli occhi. E mi addormentai, in attesa di qualcosa che prima o poi mi avrebbe svegliato nel torpore del suo corpo caldo e muscoloso e mi avrebbe salvato, di nuovo, dal cadere in quella spirale che per lungo tempo mi aveva tenuta prigioniera.

Ora salvami. Tu.

13

ADIEU

LUI

C

hi?

La domanda più breve. La domanda più infantile, se ci penso. Di solito quando ti trovi di fronte ad una persona che hai già incontrato, non lo chiedi mai. La domanda più insolente.

Quella più scortese. La domanda più semplice. La prima che ti attraversa feroce la mente.

Eppure, quella sera. Era l’unica.

Io non sapevo chi fosse.

«Chi sei?» di nuovo.

«Hai degli occhi stupendi, lo sai?» come niente, lei rapida, se ne usciva con queste frasi pungenti che non mi lasciavano altro che un dolce aspro sapore di stronzate in bocca.

Non mi rispondeva. Non voleva. Sembrava che si divertisse in quel gioco in cui io recitavo la parte della vittima e lei dell’aggressore. Ma non mi andava più di giocare. Nella stanza adiacente Michela sicuramente mi stava aspettando e sinceramente non me la sentivo di tardare. Lei era sempre e comunque Lei.

“I’ll wait for you there… like a stone…”

Parole frastornanti di una vecchia canzone sentite troppe volte si mischiavano al rumore sordo della festa che secondo dopo secondo si travestiva sempre più in un incubo.

Dovevo darle un nome, una connotazione. Dovevo darle un significato o una spiegazione. Qualcosa che la definisse come essere umano, qualcosa che esprimesse il suo stare lì di fronte a me, con il suo smagliante sorriso e le sue forme sorprendenti. Eppure quel nome non l’avevo, forse nemmeno lo cercavo.

Dare un nome, in realtà, significa privarlo del proprio significato esistenziale, di quello che è realmente. Ed io, dandole quel connotato, volevo eliminarla, renderla innocua ed ininfluente.

«Va bene. Grazie» cercai di dire nel modo più distaccato possibile prima di continuare «ma tu cosa fai qui, alla festa di Michela? E come fai a conoscerla?» non resistevo più. Non lo sopportavo più.

«Sherlock Holmes. Stai calmo. Ti va una sigaretta?» sempre più infima.

Inconsapevolmente la mia testa prima si alzò e poi si abbassò di nuovo come per dirle di sì. Avevo bisogno di nicotina. Quel desiderio frutto di anni di tabagismo ora mi sembrava sempre più incombente senza che potesse passare più di un’ora prima che dovessi godermi una mia boccata sana di nicotina. Di Lucky Strike.

Che quel nome significasse qualcosa?

Salimmo le scale, io dietro vedevo il suo andare scivoloso e veloce come se sapesse ogni cosa della casa in cui ci trovavamo. Come se fosse stata lì da sempre. Arrivammo in cima, in soffitta e lei, Giulia, aprii con un solo colpo le porte scorrevoli che davano sul terrazzo. Il vento gelato del 26 Dicembre ci inghiottì entrambi togliendoci il respiro in un solo istante. Incominciai a sentire i brividi del suo sorriso corrermi per tutto il corpo dandomi una sensazione non più terrore, ma di spaventosa passione.

Ancora quel freddo. Ancora. Ancora ieri sera. Ancora Michela.

Perché mi trovavo lì, senza di lei? Una domanda che non mi diede alcuna possibilità di rispondere.

Entrambi accendemmo le nostre Lucky Strike. Anche lei come me? Cazzo!

Mi bastò un tiro per accorgermi che ormai erano passato più di un’ora da quando il mio monologo con Giulia era iniziato e che quindi era un’ora che avrei dovuto essere giù dalla mia ragazza, giù a godermi quello spettacolo. E invece no.

Cercai inutilmente di alzarmi dalla sedia mentre sentivo lentamente il suo corpo scivolare sul mio e la sua bocca accarezzare il mio collo.

Solo due parole.

«Eh dai…» la sua voce soffice mi trafiggeva, mi faceva sanguinare. Non volevo eppure…

Non avevo scampo, o almeno così sembra. Ma pensai a Michela, pensai al mio passato, a tutti quegli errori che mi aveva portato a stare male. E non potevo farlo ancora.

In un scatto la scaraventai a terra insieme alla sedia che era ora capovolta sulle piastrelle ocra del terrazzo.

«Il gioco più bello, eh? Non ci casco. Non più» di fretta.

E di fretta ne avevo davvero. Dovevo recuperare, dovevo farmi perdonare e farlo ora.

Corsi giù per le scale, senza sapere come facessi tanto che sembrava di saltare rampa dopo rampa senza toccare i gradini.

Atterrai sul pavimento di parquet del primo piano. Svolto a sinistra, nel corridoio.

Prima porta. Bagno. Non c’è.

«Mama, I’m Coming Home» di Ozzy Osbourne.

Seconda porta. Stanza da letto. Non c’è.

“Shining”

Terza porta. Stanza da letto. Non c’è.

Quarta porta. C’è qualcuno. Sento il lento respirare un corpo. Sembrano due.

Volto lo sguardo verso l’alto in un vano tentativo di offendere qualcuno in cui non credo. Il cuore batteva a mille. Forte pulsava insieme alle mani che involontariamente si stringevano in pungi serrati come la mascella. I miei occhi si spalancarono iniettati di dolore e cattiveria. Qualcuno mi stava portando via qualcosa che avevo scoperto essere così prezioso per me. Mai nulla di più. Merda.

Dovevo farmi forza, lo so. Senza aspettare altro spalancai la bocca, presi fiato finchè i polmoni non furono saturi di aria e mi gettai in quella fottuta quarta porta.

Senza esito.

Alessandra e il suo ragazzo Federico si stavano divertendo a modo loro nello stanzino che non sarà stato più largo di due metri quadri.

C’era ancora un porta. Dritta sulla mia strada, avrei dovuto solo poggiare un piede dopo l’altro mentre intorno a me improvvisamente calava il silenzio. Placato, calmo, dolce silenzio. Tenebroso silenzio.

“Enjoy The Silence” di Simon & Garfunkel.

Com’era vago quel silenzio. Com’era rispettoso. Come solenne. Sembrava una cerimonia, la mia, verso l’altare. Verso un univoco cambiamento. Senza più alternative.

Ed io di alternative non ne volevo.

Avevo la mia certezza e quella mia bastava.

Camminai lentamente accompagnato da quel caldo torpore silenzioso, mi avvicinai alla porta sorridendo. Pronto a scusarmi.

Era nera. Rifletteva opacamente il mio corpo, anch’esso dipinto di nero in quella serata in cui nulla mi avrebbe fermato, ostacolato.

Posai la mano destra sulla maniglia attento che non mi scivolasse per colpa del sudore.

L’abbassai senza forzare.

L’aprii lentamente mentre una fioca luce illuminava a strisce il suo corpo disteso e inerme.

Anche lei nera. Anche lei bellissima.

Misi la testa dentro la stanza ormai quasi pienamente illuminata.

Lei sdraiata sul letto.

LEI

E lui? Nel sonno continuavo a ripetermi questa futile domanda. Inutilmente.

Io dormivo. Ma non riposavo. Ero stanca eppure ancora senza forze nonostante i miei occhi chiusi osservavano attenti l’oscurità che li circondava, senza darle scampo. Senza darmi pause. Respiravo affannosamente come se mi mancasse qualcosa. E qualcosa mancava e lo sapevo.

E lui? Ancora quella fottuta domanda. Maleducata sognavo di noi due. Del nostro futuro se ci sarebbe stato. E ancora come prima non ero in grado, inconsciamente, di rispondermi. All’università? Il lavoro? Io e lui?

I miei?

I suoi?

I miei amici?

I suoi?

La fotografia?

Continuavo come grandine a colpirmi queste domande che io continuamente, rigirandomi nel letto, cercavo di ignorare senza successo. Come se quello che fosse successo tra noi, per quel bacio, fosse troppo grande per essere compreso così. Troppo forte. Troppo bello.

In quell’inferno vulcanico mi agitavo senza sosta fino a sentire il sudore colarmi sulla fronte, eppure avevo ancora freddo. Avevo ancora bisogno che lui venisse a svegliarmi. E lui non c’era.

“Without You Here” dei Three Doors Down riempiva quell’immenso ed insopportabile, agitato silenzio che mi ronzava fastidioso attorno.

E lui non c’era.

Quando sentii la porta della camera dei miei in fondo al corridoio cigolare smisi di respirare affannosamente e lascia che il cuore riprendesse il suo lento docile battere. sapevo che era arrivato. Lo sentivo. Era giusto ora. Ancora a salvarmi.

Filippo esitava ad entrare nella stanza, come colto da un’improvvisa ed inspiegabile paura. Sentivo il respiro soffiarmi forte contro come se desiderasse destarmi da quel sonno lieve nella maniera più dolce che esistesse.

Vedevo i suoi passi nell’ombra che facevano scricchiolare il parquet sotto i suoi piedi.

Annusavo l’aria alla ricerca di quel suo inconfondibile odore di nicotina e pelle.

Lo percepivo di fianco a me.

Come le sue mani che docili mi accarezzavano i fianchi e delicatamente si posavano sul mio seno.

Era Lui.

Era più giusto ancora.

La sua bocca si posa sulla mia, e non mi sveglio.

Non voglio, voglio dormire, leggere, respirare in lui. Sul suo corpo. Su ogni parte del suo perfetto corpo. Le mani danzano veraci alla ricerca del mio piacere e non del suo.

Altruista mi diverte eccitante nell’oscurità che lui stesse aveva creato chiudendo a chiave la porta.

La sua barba sfiorava le mie guancie quando da una parte all’altra percorreva il mio viso con la lingua. Gli avrei lasciato fare qualsiasi cosa avesse voluto. Mi fidavo.

Mi fido.

Le mani scendono. Le mani scendono. Nessuno mai, come lui.

Si posano sulla vita e graffianti, piano tirano su il vestito lungo che indossavo.

Sento il calore pervadermi i piedi. Poi le ginocchia che lui accarezza con cura. Poi le gambe intere coccolate in quel suo morbido tocco.

Ancora più su.

Lascia che il vestito si adagi di nuovo alle curve del mio corpo.

Sento il suo sorriso. Felice. Il tanga nero di pizzo lo eccita. Lo sento e lo vedo. ancora dormo.

Non ho il coraggio di svegliarmi. Non ne ho la forza. E non voglio.

Le sue dita s’intrecciano all’elastico del mio intimo scuro. Sento il suo calore. Arrapato mi lecco le labbra con la lingua ormai priva di saliva.

Spalanco la bocca in cerca di aria, di nuovo respiro che mi sollevi, che mi allieti. Che mi faccia vivere ancora come lui sta facendo adesso.

Inspiro.

Viva.

Le sue mani mi toccano, mi prendono. Ora cattive. Ora dolci. Ora infuriate.

Lui respira

Sento il suo respiro.

Sento il suo profumo.

Sento il suo tocco.

Lo sento.

E non è il suo respiro.

E non è il suo profumo.

E non è il suo tocco.

E non è Lui.

LORO

“Bella Senz’Anima” di Riccardo Cocciante.

LUI

E non ero io.

Il respiro si blocca. Il mondo si muove. Io sono fermo.

Atterrito.

Vedo la sua bocca aperta in cerca di ossigeno. In cerca di libertà che in quelle mani, in quel respiro, in quel tocco non troverà mai.

Cerca una libertà che a me sta negando.

Cerca qualcosa che l’aiuti, che la sostenga. Quella libertà posso solamente essere io.

Ma le mani di lui sono avide, sono tenaglie, sono catene che non la lasciano scappare, che non la lasciano nemmeno sognare in quel letto che appare sporco ai miei occhi colmi di rabbia, sudore. Paura.

“Pelle” degli Afterhours riempe il vuoto immenso nella mia testa e nelle mie pupille.

“…se stai sbagliando mi chiama mentre lui ti tocca…”

Una sensazione come questa è dura da descrivere. È quasi impossibile.

Non so se fosse odio, gelosia, semplice rabbia o qualcos’altro che mi spingeva a ripudiare quella situazione, in cui le mani di Michela sembravano cercare la stessa passione che lui le infondeva, cercare il medesimo godimento.

Odio.

Odio puro.

Odio lui.

Odio pure Lei. Forse senza motivo. Senza un’apparente giustificazione incominciai a rendermi conto che tutto quello che stava accadendo a quella maledetta festa mi faceva schifo, mi faceva vomitare, mi faceva girare dolorosamente la testa. Non riuscivo più a sopportarlo.

In un istante solo il silenzio che prima mi accudiva e mi sosteneva, riempiva, facendomi urlare da dolore, il corpo. Mi sentivo esplodere come fosse in continua espansione. Lo stesso silenzio di cui avevo goduto quegli attimi prima di schiudere la porta nera del corridoio, ora mi stava uccidendo, mentre le urla di lei silenziosamente agghiaccianti mi stridevano nelle orecchio sino a farle sanguinare. Non so perché quando pensavo al dolore mi venisse istantaneo collegarlo al sangue, eppure sentivo quella sostanza rossa appiccicosa attaccarmisi al collo, alle mani, ai vestiti, ed in quei momenti però, non sentivo più il male, ma mi faceva sentire enormemente sporco.

Lurido.

Da buttare.

I miei occhi, come tutti e cinque i sensi erano spalancati come se non bastasse tenerli socchiusi per assistere a quell’orrore in cui io non ero capace di intervenire. La vedevo agitarsi sotto di lui senza capire se lo volesse o se, come me, lo odiasse. Buio.

Buio. Silenzio. E buio.

Ombra. Luce. Ombra.

Odio. Odio. Odio.

Le mie emozioni s’intercambiavano rapidamente senza lasciare mai posto ad un istante di vuoto assoluto che avrebbe potuto risucchiarmi e da cui non sarei più stato in grado di scappare. Ma sarebbe stata una giusta fine. L’avrei accettata. Buio.

VUOTO.

“Falling Away From Me” dei Korn

LEI

“Bring Me To Life” degli Evanescence

LUI

Un secondo. Due secondi. Passano intatti uno dietro l’altro mentre mi sento venir meno. Mi sento debole.

Dieci secondi. Intatti. Lucidi. Limpidi. Chiari.

Non vedo nulla, mi lascio cadere in quel vuoto degno di risucchiarmi. Ormai senza speranza, la vedo sparire di fronte ai miei occhi. A quei begli occhi azzurri che lei amava – amava? – tanto.

Mi lascio scivolare. Mi lascio andare. E lasciami fuggire via da me e da te che siamo e non siamo affatto.

Un solo battito d’ali, come quelli di una farfalla.

Sento la sua voce. In quel frastuono silenzioso che incombe sulle nostre tre figure, la riconosco. La riconoscerei ovunque sapendo inoltre di non poter sbagliare mai. Mi sta chiamando.

Un «ehi…» vago risuona nella stanza. Come un richiesta d’aiuto per chiunque si trovasse lì. Ha bisogno di me. Lei non lo voleva.

Mi sta chiamando ed io sono nel vuoto.

Perso in quel vuoto in cui volevo rifugiarmi per sempre.

Dio. Ti prego. Inconsciamente mi rivolgo a lui.

Non ho mai creduto in Dio. Lo so. È stupido, però non l’ho neanche mai cercato, mai provato a vedere se lui esistesse realmente. Forse perché sono sempre stato convinto di essere talmente forte da non dovermi rifugiare in qualcosa o qualcuno che fosse più grande di me o che fosse addirittura qualcosa di, ai miei occhi, inventato.

In fondo dopo secoli nessuno è mai riuscito a dare una vera connotazione a quell’essere che guida, governa e comanda ciò che noi siamo e ciò che noi facciamo, ed io sicuramente non sarò mai in grado di poterlo identificare o di dargli uno scopo per me valido.

Non ci ho mai creduto, non ho mai creduto alla sua esistenza perché non ne sentivo il bisogno forse, perché non cercavo nemmeno il suo aiuto.

Ma ora mi serviva. Avevo bisogno del suo sostegno, dovevo mantenere la calma senza lasciare che la furia che si stava sprigionando in ogni centimetro della mia pelle irrompesse in un caos cieco, in una furia divina che avrebbe distrutto ciò che lì, in quel momento esisteva. Dio. Ti prego. Aiutami.

Il corpo tremava freneticamente mentre la porta sbatteva forte contro lo stipite per il calcio che le avevo appena dato. Un rumore sordo. Un rumore cieco.

Cieco come me che non ero più in grado di capire né di vedere o sentire nulla mentre con lo sguardo rivolto verso l’alto pensavo a quella creatura che forse non sarebbe venuta a sostenermi nella lotta contro il mio personale diavolo.

Pensai alla musica adatta. Dovevo distrarmi. Dovevo respirare. Dovevo amare la persona che invocava il mio intervento mentre il diavolo cercava di stuprarla.

“Dies Irae” Wolfgang Amadeus Mozart.

È il giorno dell’ira. E’ il giorno del furore. È la notte dei coltelli. È la mia vendetta.

È ciò che vorrei non vedere. È ciò che vedo.

È quello che odio. È quella che amo.

È la notte in cui il sangue sarà versato.

È Dio. Ma non mi serve.

Ormai non più, quasi inutile.

La musica risuona lenta ad ogni mio passo. Poi attaccano gli archi.

Un altro passo. Uno solo ma piccolo.

Le note dei violini sembrano tagli e ferite delle lame lungo il corpo dei nemici.

Ogni nota. Un ferito.

Un passo.

Le voci in coro. Come celestiali ma inevitabilmente orrende. Urlano. Sbraitano. Accecano. Sussurrano ed uccidono. Con un passo, sono vicino alla preda. Lui non mi vede.

Lui non è me.

Lui non può.

Lui è la mia vendetta da consumare.

Una frazione in silenzio.

Sospeso nel vuoto.

Gli archi riprendo le voci si alzano le voci urlano di nuovo cattive frementi è dolore è ansia è sapore di sangue è odio con l’amore che non riesco più a reprimere nel mio corpo vedo lui lei io noi siamo lì eppure distanti mentre assisto a quello stupro in cui la vittima è la ragazza di cui mi sto innamorando non c’è sospensione non c’è un attimo di tregua ma tutto continua imperterrito mentre la festa si divora quegli istanti che per noi o me sono cruciali un passo un altro ed un altro ancora la sua voce il suo grido di aiuto nel vuoto si disperde ricordi vaghi di poesie di amore ed odio ricordo Catullo ricordo Leopardi l’infinito si spazia di fronte a me senza farmi camminare senza respiro e ormai senza fiato le immagini ripercorrono alla velocità della luce la mia mente mi sento confuso non sono più capace di pensare vedere sospirare amare.

Conosco l’odio. Ed è mio. Solo mio.

“Three Simple Words” dei Finch.

“With my hands around your neck, who can stop me now?”

“Con le mie mani attorno al tuo collo, chi potrebbe fermarmi ora?”

Salto sul letto preso dall’impeto di quella notte che si consuma nella mia ira.

Lei mi vede. È salva.

Il mio pugno si disintegra sulla mascella, sento il suo sangue scorrere sulla mia mano. Finalmente.

Il sangue è caldo ma appaga la mia sete. L’unico sentimento che ora mi permette di respirare è l’odio. L’unico scopo che non mi distoglie dalla furia con cui lo colpisco è il vederlo morire sotto di me e vederla salva.

Lei è spaventata lo sento nelle sue pupille dilatate di fronte a quell’orrore che sopra di lei agisce.

Mi concedo un attimo per tirare i muscoli. Lei è spaventata da me.

Ha paura di me.

Mi odio! Mi odia?

Lei mi odia. Mi colse un improvviso attacco di panico eppure non riuscivo a smettere di scagliare contro quell’ombra diabolica i mie pungi mentre le lacrime bagnavano il volto di lei che sdraiata sul letto mi fissava atterrita. Mentre l’odio e quell’ira gigantesca mi facevano sorridere, mi facevano gioire per la vendetta che gli stavo servendo, in quegli stessi momenti la tristezza incombeva su di me. Stavo deludendo l’unica persona oltre a mio padre di cui realmente m’interessava.

Lei piangeva con me e mi odiava. Le nostra lacrime s’incontravano sul letto come se inconsapevolmente stessimo facendo l’amore in un mix di acqua e sangue, dolore e felicità, odio e amore.

Era bello. Era bella lei.

Era tremendo. Era tremendo lui che tremava ad ogni mio colpo inferto sul suo viso dilaniato e ormai pentito.

Ero io.

Era lei.

Era lui che non ero io.

Era bastardo, era stronzo, era una merda. Come lo ero io che cercavo di sopprimerlo.

Era infame, era pessimo, era uno schifo. Era figlio di puttana.

Era di nuovo vuoto.

Mi getto a terra. Come morto. O sono morto? Non sapevo più distinguere nulla in quel buio ed in quel silenzio lucente che gridava forte lasciando che le voci silenti si spegnessero contro le pareti della camera da letto.

Lei è lì, con me. Abbiamo fatto l’amore.

Lui è lì con noi. È morto con me. Non ho più forze, voglio solo svenire e dimenticare perché i polmoni non sanno più incamerare abbastanza aria da farmi sopravvivere. Sono sfinito, sfiancato senza null’altro da aggiungere a quel misto intenso di emozioni, profumi e suoni.

Ma piango. E lei piange con me. Piange per me. Piange per lei. Di nuovo ingannata da un ragazzo che sembrava tutto e che in realtà non era niente. Non era per niente diverso dagli altri.

Solo brutta ed effimera illusione sciolta dall’inganno in un attimo silenzioso, buio e vuoto.

Nero.

LEI

Lui entra dalla porta. Sono finita.

Capisco in un attimo quello che è successo.

Stupro. Orrore, paura. Mentre lui cerca di scoparmi, cerco i suoi occhi azzurri in tutto quel nero che ci ingloba senza riuscire a scovarli. Ma lui è lì, vedo il suo profumo aleggiare nella stanza senza riuscire a distinguerne l’odore.

Sento le sue mani che cercano il mio sesso, lo trovano, ci giocano, lo eccitano ma non eccitano me. Cerco il suo aiuto che non arriva. Ed aspetto. Aspetto ancora con una paura folle che mi perseguita senza lasciarmi scampo alcuno, senza avere la minima possibilità di fuggire ed io questo lo sapevo perfettamente.

Dio. Ti prego.

Mi rivolgo a Dio. Solo lui mi può aiutare se il mio uomo non c’è e non è ancora pronto a salvarmi.

Poi all’improvviso, divinamente lo riconosco, sento da lontano il profilo del suo volto, delle sue labbra, il suo corpo vibrare nel silenzio emanando note di una vecchia canzone che sprigiona ira rabbia furore.

“Dies Irae” Wolfgang Amadeus Mozart.

È il giorno dell’ira. Della rabbia. Della vendetta.

La sua vendetta che si scaglia in pochi attimi contro quei contorni indefiniti che sopra di me cercano di trovare pace e sollievo senza riuscirci. La figura nera si muove continuamente sul mio corpo ed io immobile aspetto la sua mossa. Quella che mi salverà. Quella che mi redimerà.

“Legatelo mani e piedi e gettatelo nelle tenebre: là sarà pianto e stridore di denti”.

Matteo 22,13.

Sacro e profano. Vulnus et sovranus. Si mischiano intrecciandosi perfettamente in quella notte in cui tutto sembra possibile. E sembra strano. E appare orribile.

Vedo il sangue, sento il sangue, ma Filippo non accenna a fermarsi, non conosce appagamento e non sa placarsi.

Non lo riconosco.

L’altro. Bastardo. Trema, inveisce, invoca che si fermi. Forse anche lui prega Dio, a modo suo. Ma Dio non è abbastanza. A Filippo non basta e questo mi spaventa. Sento le sue pupille rimpicciolirsi, colme d’odio e di furiosa vendetta. Le sue mani, le sue braccia si agitano mentre ogni suo pugno lo colpisce in pieno viso lasciando che il sangue dalla bocca schizzi di qua e di là rovinando quel letto che avrebbe dovuto essere la consacrazione del nostro amore.

Avrebbe dovuto essere il nostro talamo.

Era la nostra bara.

Ad ogni colpo che rimbombava nella stanza sentivo che la nostra storia si sgretolava insieme al viso dello stupratore che non avevo coraggio di guardare. Quello stesso stupratore che non aveva nemmeno la dignità di urlare dal dolore che il mio ragazzo – ex? – gli stava infliggendo. Una pena. Per la sua colpa.

Solo sua.

Guardavo Filippo e spaventata non riuscivo a non fissarlo con gli occhi sbarrati dal terrore più folle che nemmeno Lui fosse davvero Lui. Troppo diverso da Lui. Troppo uguale agli altri. E non si fermava. I suoi fendenti, come lame di spada, sferzavano l’aria fino ad abbattersi sul suo volto. Ma quegli colpi veemente ferivano anche lui, lo sentivo singhiozzare per ogni goccia di sangue che nel palmo stringeva caldo. Per ogni goccia che s’incastrava tra i capelli. Per tutte quelle gocce che come un assassino leccava via dal proprio labbro non avendo poi la forza di fermarsi. Di smettere di odiare. Di incominciare ad amare.

Di amarmi. Amare me.

Le sue lacrime colpiscono in un tonfo il copriletto. Colpiscono le sue lacrime rosse di sangue e dolore il mio collo. Il mio seno violentato e mi sento viva morire.

Perché lui mi vuole ma lo sa meglio di me. Non lo voglio così.

Il suo corpo all’improvviso cade sul letto, si affloscia. Privo di vita.

Privo di forze. Bello come è sempre stato. Ora calmo e il respiro gli fa innalzare il petto ritmicamente ed io, bagnata di sangue, lacrime e sudore, rimango incantata da quell’armonioso movimento che lui compie.

Siamo in tre.

“You’re Not Alone” di Michael Jackson.

Sono io. È Lui. È l’altro.

Cedo alla fatica. Cedo allo sdegno di quelle azioni e come loro mi accascio lungo il letto.

Salva.

Deluso.

Innamorata di colui che.

Odio per chi è.

Amo per quel che fatto.

LORO

Ora sembra davvero una scena consumata di un crimine.

Le membra dei corpi sono distesi. Due sul letto. Uno sul pavimento.

Michela e Filippo non sono mai stati così. Non sono mai stati così lontani da odiarsi. Ma non sono mai stati così vicini da comprendersi così a fondo.

Ed ora non sanno.

Non sono capaci di distinguere ciò che sia vero e ciò che in  realtà è invece al contrario falso.

C’è un terzo corpo. Lui non centra. Lui ha scatenato ciò che soggiaceva nelle loro anime pudiche e candide.

Lui è il movente. Loro sono gli attori di questa tragedia in cui il sangue cospargeva qualsiasi cosa esistesse in quella stanza. In cui il silenzio incombeva come Tristo Mietitore di un’antica commedia latina. In cui non vi erano spettatori ma solo lacrime ed orrori.

In quella notte che doveva essere tutto, che doveva suggellare qualcosa di magico. ebbene in quella notte, qualcosa è accaduto.

Magicamente una notte che sembrava perfetta si è tramutata in visione infernale.

Cosa sarà?

Sarà pentimento, sarà delusione. Sarà tristezza. Sarà pianto. Ancora dolore.

O rinascita.

Narratore:

Chi sono io?

Sono il menestrello che insinua nelle vostre menti la mia vita. Sono colui che gioca con la vita dei miei stessi personaggi, li fa parlare, agire, comunicare, piangere, dimenticare, morire.

Cos’è il tradimento?

Ricordo di aver letto molto tempo fa un libro di Paulo Coehlo di cui vagamente ricordo il titolo. Il tradimento non è pensare ad un altro/a, andarci a letto, desiderarla o baciarla. Quello significa solamente che noi tutti siamo esseri umani, che noi tutti desideriamo ciò che non potremo mai avere, che siamo fragili, che non siamo nulla in questo mondo mentre crediamo di essere tutto.

Ebbene tradire se non significa tutto questo cosa significa in realtà?

Il tradire è l’atto più infame e caratteristico dell’uomo ovvero il non concedere all’altro/a tutto ciò che gli è dovuto. Non donarsi a lui/lei completamente. Non saper scegliere ciò che è giusto per tutti e due. Tradire significa essere egoisti, ottusi.

Tradire significa sì, essere esseri umani. Ma tradire significa non sapere nulla della persona che noi crediamo di amare ma che per noi rimane uno/una qualunque e non siamo in grado di accorgercene o di ammetterlo.

E se tradiamo, non siamo in grado di amare veramente.

Amore!

Amore?

Ne ho sentite tantissime. Che l’amore è quello che ti fa battere il cuore (anche la paura). Che è quello che ti fa seccare la lingua (anche una semplice emozione).

Che l’amore è tutto (stronzate).

L’amore non è.

Ci ostiniamo a dargli un nome, a dargli dei contorni, dei confini ma non ci siamo mai resi conto che lo stesso dargli un confine, un contorno o un nome significhi sminuire il significato che questo sentimento lo lasciassimo libero di esprimersi.

Amore non è.

È. E basta.

Sarò presuntuoso? Sarò eccentrico? Sarò patetico? Sarò cattivo, ipocrita o infantile?

Non m’interessa essere tutto questo o non esserlo affatto.

Sono contento di chi ho scoperto di essere, e del ruolo che ho scoperto di giocare mentre scrivevo questa storia.

In parte mia, in parte dei miei sogni, della mia fantasia. In parte no.

Sarò tutto ciò che vorrete che io sia, ma scoprirete con me il vero specchio del mondo.

La vera realtà. Quella che io a vent’anni vedo. Quella che dopo vent’anni ancora mi circonda.

Osservatela con me.

“Bad” di Michael Jackson.

Sono realista.


14

ESCAPE! NOW.

LUI

P

assava tutto al nostro fianco senza che esso minimamente ci toccasse, come se ormai noi tutti fossimo stati catapultati in un’altra dimensione in cui però non potevamo esistere. Eravamo l’eccezione incompresa e riempita di sguardi maligni da parte di ogni partecipante, eppure nessuno aveva sentito nulla, né le sue grida di dolore in preda al panico, né il rumore sordo dei miei pugni che sferzavano il suo viso.

Tutto taceva. Tutto era normale per quelle persone che pensavano semplicemente che la festeggiata fosse andata in camere con il suo ragazzo.

Non sempre tutto è come appare.

Una frase sentita milioni di volte ma mai come ora era valida e mi faceva sanguinare debolmente come se ancora ne potessi versare.

Mi trovavo disteso a pancia in giù, la posizione in cui giacevo quando mi addormentavo, e sentivo il lento scorrere del sangue mischiato sul mio viso, sui miei capelli fino ad arrivarmi alla bocca dove quel sapore aspro e ferroso riportava alla memoria immagini tragiche e brutali di uno stupro di fronte ai miei occhi innocenti sulla ragazza che amo.

Sentivo quel fiume rosso ingrandirsi a dismisura senza che io lo potessi fermare e in parte mi piaceva, mi sentivo sazio e soddisfatto per quella vendetta in piena regola, ed in parte quando voltavo a fatica lo sguardo verso di lei, Michela, ed incrociavo quelli occhi spalancati per il terrore e la delusione non sapevo far altro che lasciarmi sfuggire quelle lacrime che erano rimaste intrappolate per troppo tempo così che si unissero al sangue in un mix di colori sgargianti e stupefacenti.

A scatti provavo a muovere le braccia, le gambe per avvicinarmi a lei, per chiederle scusa, per farle sentire le mie lacrime quanto fossero sincere, quanto quello che aveva visto non fossi io, ma solamente un pazzo accecato dall’ira che gli squarciava forte il petto senza sapere far altro che reagire, vendicarsi ed uccidere. Il ragazzo – quanto mi dispiaceva chiamarlo ragazzo senza insultarlo – era disteso sul pavimento dopo che io stesso lì lo avevo scaraventato, inerme come la ragazza che mi stava affianco, respirava. Si vedeva e mi dispiaceva.

Però non parlava, probabilmente ora aveva paura, era terrorizzato di una mia prossima reazione. Ed io aspettavo solo un movimento. Solo un cenno.

Stavo aspettando qualcosa che ancora faticava ad arrivare da parte sua.

Mi sarebbe bastato sentirlo singhiozzare. Vedere quello sconosciuto piangere sarebbe stata la più grande soddisfazione. La sua umiliazione.

Il suo chiedere pietà.

Il mio nutrimento.

LEI

Nel buoi riuscivo a sentire due brevi respiri. Uno dopo l’altro.

Il primo sembrava faticare nel far prendere aria ai polmoni come se avesse il naso rotto.

Il secondo sibilava furioso vicino a me. Il primo era dello sconosciuto – ed al pensare a questa parola scoppiai di nuovo silenziosamente a piangere. Il secondo era di Filippo.

Il suo nome suonava perfetto nella mia testa, quanto la sua immagine di quel bacio sotto la neve, limpida e chiara ritornava per sollevarmi il morale, come se solamente volessi cancellare le ultime ore della mia vita. La paura folle che avevo provato ancora non accennava ad andarsene. Era la mia compagna di vita. Il mio ragazzo se n’era andato. Mi aveva deluso, ed ora al suo posto vigeva tranquilla ed inquietante la paura.

La paura di rimanere sola. Di non poter avere quello che ho sempre desiderato nella mia vita. Paura di non potermi più innamorare. Paura che l’amore sia una continua delusione, così come Jack anche con Filippo.

Anche quando credevo che tutto ciò che avevo sempre desiderato mi era stato finalmente dato. Ora anche quello mi veniva tolto. Non ero più delusa: mi aveva difeso nel suo modo brutale e cinico, ma mi aveva salvato. Ormai ero sconsolata che tutto dovesse accadere a me. Chi mai mi poteva redimere ora?

Le emozioni contrastanti che provavo erano molteplici, una diversa dall’altra, che si placarono quando sentii sul palmo della mia mano le sue lacrime. Erano piccole gocce simili ad un granello di sale che stavano ferme lì, senza scomporsi dal loro stato naturale.

“Pioggia” dei One Mic feat. Anda.

La bellezza di una goccia sta nella sua semplicità. In quella goccia risiedeva la mia risposta della quale per un certo periodo avevo diffidato. Eppure conoscevo la verità ed era solo da scoprire.

I sentimenti di Filippo erano tanto semplici quanto reali. Genuini. Puri.

I miei per lui lo erano altrettanto. Avevo riconosciuto nei suoi occhi iniettati d’ira un fallimento che ora svaniva nella certezza che lui fosse l’uomo di cui mi ero innamorata realmente per la prima volta. E non ebbi più dubbi. Filippo era il mio Zahir. Una volta che lo guardi, lo sfiori, lo tocchi ti accorgi che non ne puoi più fare a meno.

Leggero abbandono in quella pioggia di lacrime. Colpevole sonno accoglimi. Redimimi. Amami finalmente tu, dolce ragazzo dagli occhi blu.

Una preghiera fuoriusciva dalle mie labbra serrate.

Non potevo resistere ancora senza possederlo. Avrei voluto fare l’amore lì con lui in quell’ambiente squallido con uno stupratore come spettatore, rotolandoci nel sangue e amandoci. La visione di quel rapporto sessuale era schifosa, mi faceva ribrezzo eppure la mia mente non riusciva a pensare ad altro se non a quello. A quelle sua mani forti che mi avevano vendicata, a quello sguardo truce che mi aveva perforata e a quelle sue lacrime dolci da bambino che lo facevano sembrare un angelo.

Nelle discesa agli inferi ho scoperto un angolo di paradiso. Ero come Valerie. Ero egoista, consapevole e felice di esserlo perché è così che va il mondo.

L’ALTRO

Il dolore che mi perforava le membra era solo fisico. Nessun pentimento mi poteva cogliere. Né ora, né mai. Amavo ogni cosa che facessi e per questo non potevo a vere rimpianti, ma sentivo le ossa scricchiolare anche se io continuavo a rimanere fermo immobile nella posizione supina in cui lui mi aveva scaraventato poco prima.

Non potevo essere furioso, e l’unica cosa che mi sosteneva era quel sentimento di sopravvivenza che mi faceva andare avanti. Dovevo vivere. Continuare a respirare.

Ora sapevo cosa fare.

SCAPPA! ORA.

LUI

Lo vedo respirare un’ultima volta. Lo sento: si alza. Veloce come era entrato nella mia vita, ora sta cercando di scappare. Non glielo permetto.

Lo vedo, lo fulmino di nuovo. Lo devo avere. Lo devo bloccare.

Lui si trova già di fronte alla porta che lascia aperta senza cercare di ostacolarmi come se volesse che io lo seguissi. E lo seguo, perché quel sentimento d’ira che mi ribolliva dentro ancora non si era placato. Non volevo essere io a fermarlo. Lo dovevo a me stesso e a quella ragazza che ora rimaneva sdraiata sul letto probabilmente a piangere perché io, di nuovo, l’avevo delusa.

È già molto lontano. Merda: è veloce davvero. Sono già senza fiato mentre attraverso la sala in cui la musica suona ancora forte e mentre sento lo sguardo di tutti puntato contro le nostre spalle. Inutilmente gridano, sbraitano come per chiederci cosa sta succedendo. Fatevi i cazzi vostri, odiosi spettatori.

Mentre un piede dopo l’altro supero i gradini vedendo di fronte quell’immagine vaga di ragazzo e quel volto ignoto penso a lei. Mi aspetterà? Sarà capace di perdonarmi?

Sarò capace di farmi perdonare?

Le domande scandivano velocemente ogni secondo che trascorrevo in quella fuga solitaria verso la definitiva vendetta. Non c’era un secondo di pausa. Lui davanti che apriva la strada ed io dietro che cercavo di colmare quella distanza che ci continuava a separare senza che questa accennasse a diminuire.

Corro. Corro. Corro. Il desiderio di essere proprio dietro di lui è indescrivibile. Come sapere che posso averlo eppure lo faccio soffrire, lo aspetto. Lo tengo in ansia finchè quando non se lo aspetta. Arriva l’attacco.

Io sono il cacciatore. Tu, amico, sei la mia preda. E sarai cacciata. Sento il cuore che mi scoppia forse per il dolore che sto provando in quella corsa sfrenata contro me stesso e contro il tempo. Forse per il dolore del pensiero di quello a cui, correndo veloce contro quel vento freddo e gelido, sto rinunciando. Che sto rischiando di perdere.

Ormai siamo fuori dal palazzo, sul vialetto che mi aveva consacrato qualche sera prima, ormai non ricordo più quante. Il tempo sembra dilatarsi mentre i nostri respiri diventano sempre più affannosi. Il tempo effettivamente ora non esiste più per me. Tutto quello che avevo da smarrire, da perdere o da lasciare indietro l’ho fatto. Ora devo solo continuare a correre senza fiato sperando di trovare almeno una dimensione uno spazio che mi ospiti prima di precipitare ancora nel buio nel quale per anni mi ero rintanato.

Sto uscendo dalla buca.

Lui svolta a sinistra. Lo seguo come un segugio perfettamente ammaestrato. Lo vedo: è sempre di fronte a me. Adesso non può più fuggire. Non ha scampo perché lui è la mia preda e l’avrò sena ombra di dubbio.

Sei mio.

Svolta a destra. Lo pedino. Sento le sue gambe cedere perché incomincia a provare quel dolore che tanto affliggeva i suoi muscoli quanto affliggeva il mio cuore.

Continuiamo a distanza a sentire il respiro l’uno dell’altro. A volte impauriti per quello che succederà quando ci fermiamo a controllare la strada che si sceglierà di prendere. A volte spavaldi quanto inconsciamente attraversiamo una strada trafficata a mezzanotte senza aspettare che si possa passare senza incorrere in qualche pericoli.

Siamo i guerrieri della notte e non osiamo fermarci perché questo comporterebbe una sconfitta per uno di noi due. O la preda riesce a scappare. O il cacciatore la uccide.

Due sole possibili soluzioni che non ammettono né varianti, né errori.

È matematico. La furia acceca il mio desiderio di farlo sanguinare ancora ed ancora senza paura che un suo pugno possa colpirmi il viso.

Anche con il naso rotto andrei avanti nella mia vendetta. Perché, anche se solo Dio può giudicare gli altri, io la giustizia me la stavo facendo da solo quando era stato proprio Dio a mancare nel mio unico momento di bisogno. E ora, blasfemo, di lui me ne fottevo. Se non voleva esserci. Allora non c’era.

Io continuo a spingere su quelle gambe mentre vedo che il mio bersaglio comincia a zoppicare, per la fatica e per i colpi che io stesso gli avevo inferto.

Si volta. Mi guarda. Ci blocchiamo così. Ora lo riconosco. So chi è.

«So chi sei» la certezza che sprigionavo si perdeva nella brezza gelata che soffiava quella notte.

«Lo so» la sua voce acuta vibrava in preda al panico. Ormai aveva visto chi sapevo essere ed era indubbiamente spaventato anche se dimostrava una certa freddezza d’animo stando fermo lì a guardarmi imperterrito.

«Perché?» e ritorniamo alle domande della vita. «Perché diavolo lo hai fatto?» ero attonito. Non sapendo ora più che mai darmi una spiegazione. Ora che sapevo chi era. Ma che ovviamente non sapevo perché.

«Mi avevano detto che non t’interessava e…»

«Non dire cazzate»

«…così quando ho incominciato a baciarla e lei mi diceva di piacerle io…»

«Non dire cazzate!!!» le lacrime non si fermavano più. Nonostante quella fosse la più grande bugia mai sentita non riuscivo più a contenere il dolore che stava per esplodere e mi sentivo un bambino in quell’ambiente troppo buio, troppo chiuso in cui il mio urlo continuava a risuonare forte attorno.

Vedevo il suo sorriso dipingersi a poco a poco sul suo volto. Beffardo. Lurido infame.

Le lacrime si trasformano in rabbia, in ardore, in dolore, poi fuoco, acqua. Spero sia pioggia.

Plic. Plic. Plic. Una dopo l’altra cadono a terra mischiandosi in una danza infinita. Le mie lacrime sono pioggia ed in essa sento le sue, di Michela, che stesa sul letto piange con me e mi ama.

E la amo e piango con lei.

L’ atmosfera tetra è quasi surreale. La mia camicia nera quasi inzuppata lascia intravedere i muscoli definito sotto di essa, mente i capelli desistono dallo stare ritti in testa afflosciandosi mano a mano sulla fronte bagnata quanto loro. Allargo le braccia, come ne “Il Corvo”, per sentirmi vivo, per sentirmi bagnare dall’angoscia che quelle lacrime di pioggia riportano nella mia vita triste e disperata. In quel momento in cui tutto è fermo come il suo sguardo che si perde nei miei occhi che cercano una sola cosa: il suo cuore.

Passa una frazione di secondo. Ora sono deciso. Ora perfido. Ora malvagio. Mi scaglio contro di lui. Un passo, due passi, tre passi.

Lui esita. Non si muove, mi aspetta. Le braccia ancora lungo i fianchi mentre il diluvio lo investe dall’alto al basso inondandolo di quella carica così emozionante che la pioggia porta con se.

«Ti aspetto» continuava a mormorare lui mentre io mi accostavo sempre di più alla sua figura che aspettava solo il colpo mortale.

Aspettami perché sto arrivando.

«Arrivo» urlo.

Alzo il braccio destro pronto a scagliarmi con tutta la mia forza contro quel corpo esile, informe ed ormai non più ignoto. Digrigno i denti dalla rabbia, dalla forza con cui lo voglio atterrare. Sposto la parte sinistra in avanti pronto.

Sono pronto.

«Eccomi» grido prima che tutto svanisca.

Un lampo di luce. Un istante.

Quando dicono che basta poco a cambiarti la vita.

E’ finita. Punto.

Sono morto.

Solo buio.

Solo vuoto.

Vuoto infinito. Magra consolazione.

Desolazione. Fine.

LEI

“Ti amo

Di un amore

Impossibile

Muto di parole

Sussurrate

Tra le labbra

Socchiuse

Senza emettere

Voce.

Ti amo

Di un amore paziente

Appagato di sguardi

E carezze

Plasmate nell’aria

Baci disegnati

Nella penombra

Dei sogni.

Ti amo

Di un amore discreto

Di sospiri e poesia

Fissati

Come quadri

Invisibili

Sulle nude pareti.

Ti amo

Di un amore

Consapevole

Degli ostacoli

Che inevitabili

Si frappongono

Tra anima

E corpo.

Ti amo.

Ti amo

Da tanto tempo

Ormai

Giorno dopo giorno

Senza poter

Pronunciare

Il tuo nome.

Ti amo

E ti amerò ancora

Nel silenzio

Di queste stanze

Immaginando

Il sapore della tua pelle.”

Leggo. In questa poesia mi abbandono complice di un attesa che si protrae troppo a lungo. Ma anche se sono in ansia mi consolo. Ho scoperto l’amore. Ho capito la sua essenza.

Lo amo perché saprò essere suo fratello quando avrà bisogno di giocare, sua madre quando dovrà essere rimproverato, suo padre se avrà bisogno di sostegno, il suo migliore amico per sfogarsi, suo figlio per sentirsi grande, la sua ragazza per lasciarsi amare.

Lo amo.

Continuavo a fissare lo sguardo su ogni parola come se quella poesia mi ricordava la nostra situazione, questa attesa scandita ancora a tratti da piccole lacrime che giocava sulle mie ciglia. Ogni parola un sussulto dolce e piacevole.

Mi sdraio, finalmente sfinita in questa serata in cui nemmeno Filippo è più una mia preoccupazione. Lui è fuori a vendicarsi definitivamente, e lo ringrazio ancora mentalmente perché nonostante la violenza che aveva dimostrato mi aveva fatto capire quanto fosse dispiaciuto per il gesto e soddisfatto di avermi salvata.

Mi chiedevo in continuazione come lui avessi potuto volermi al mio fianco. Una domanda che a volte non mi lasciava dormire e che sentivo che prima o poi avrei dovuto accantonare al posto di una risposta sua sincera. Lo merito davvero?

La testa incomincia a girare vertiginosamente perché in fin dei conti lui è l’unico che può saziare questo bisogno impellente di sapere ma mi sento bene, non manca nulla in questa cita che in questo momento mi sta dando tutto quello che ho sempre cercato.

È finita, mi dico. Ora ritorna.

Basta solo aspettare.

“Through The Glass” degli Stone Sour.

“I’m looking at you through the glass, I don’t how much time has passed…”

Con calma lascio che siano i miei stessi respiri a placarmi, a conciliarmi il sonno per lasciarmi andare come sospesa in una dolce culla prima che lui arriva, come nelle fiabe, a svegliarmi e baciarmi. Desidero sentire di nuovo le sue labbra umide appoggiarsi alle mie, concentrarmi in quel gioco eccitante di lingue che mi appassiona e fare l’amore con lui. Perfetto come è lui. E basta.

Ora ritorna.

Squilla il cellulare. Lo prendo e lo schermo visualizza un numero di Milano che non conosco.

«Pronto?…» ogni secondo che passa mi lascia sul viso un segno inconfondibile della sofferenza che non credevo umanamente possibile.

Ogni secondo il mio corpo è dilaniato da una sensazione straziante che mi blocca il respiro che prima mi aveva calmato.

Ogni secondo è come una morsa gigante che mi stritola, mi prende, mi soffoca.

Ogni secondo è lungo un’ora mentre attonita ascolto la voce del centralino dell’ospedale che finto dispiaciuto mi comunica tutto molto lentamente come se volesse appesantire la mia situazione.

Incomincio a singhiozzare. Mi sento perduta.

Un istante.

Quando dicono che basta poco a cambiarti la vita.

E’ finita. Punto.

Sono morta.

Solo buio.

Solo vuoto.

Vuoto infinito. Magra consolazione.

Desolazione. Fine.

È morto. Non tornerà più da me.

15

LAZZARO. ALZATI E CAMMINA.

LEI

O

rmai faceva male da morire. Non si respirava più come in una stanza troppo piccola per venti persone. L’aria viziata che turbava il lento mio respiro. Affannoso. Avanti e indietro, contavo a lunghi passi quel buio. Perché sì, era buio. Non c’erano una dimensione, un punto di riferimento. Ero persa. Così mi sentivo da mesi. Sola. Persa. Illusa. Io, sola.

Era passato tantissimo tempo in cui in secondo sembrava un’ora, un minuto un giorno, un’ora una vita intera. Quello che mi sconcertava era come in quell’ultimo istante, quell’ultima frazione minuscola di tempo fosse stata capace di togliermi anche l’ultima parte che mi sostentava nel continuare a vivere. Col tempo appassivo come una rosa su cui nemmeno la più piccola lacrima di pioggia si versava.

Non avevo la forza di continuare a camminare, a parlare, a mangiare. Ormai vivevo da vegetale senza che nullo fosse in grado di farmi sorridere come quella volta facevo con lui.

Cosa significa vivere allora?

Non è il solo semplice respirare. Quello è sopravvivere. La vita che mi era stata data diciotto anni prima, ora mi era stata portata via senza nemmeno rendermi grazie. Spesso mi ritrovavo con le mani tra i miei capelli neri che lo avevano affascinato e continuavo a piangere cercando ogni volta di mettere a tacere quel fastidioso singhiozzo che mi accompagnava in ogni attimo della mia triste vita. Rinchiusa tra casa e scuola, evitando anche di cercare una qualsiasi valvola di sfogo, non avevo il senso dell’orientamento, non riuscivo più a trovare uno scopo per il quale valesse la pena continuare a respirare.

Stavo male. Stavo drammaticamente male.

Gli occhi spenti che la mattina si aprivano doloravano quando guardavo verso la luce del sole che sorgeva in mezzo agli edifici grigi della città che prima mi aveva donato la libertà e poi mi aveva rinchiusa in prigione.

Di notte, da sola e triste, tornavo su quella strada in cui spesso trovavo i suoi amici e mazzi di fiori a giustificare il lampo che lo avevo allontanato da me e da loro, senza nessuna speranza che Lui, Filippo, quel ragazzo che amava le tenebre, potesse tornare a dar luce ai miei occhi, fiato ai miei polmoni, battito al mio cuore.

Spesso si dice che la morte sia il contrario della vita. Non è vero. La vita non ha un contrario. Non esiste il suo opposto.

La morte è l’opposto della nascita. Ma io per la prima volta sperimentavo tragicamente quella non vita in cui ero legate ed imprigionata senza poterne fuggire lontano. Senza poter fuggire con lui che già era scappato lasciandomi lì sola, tutte quelle notti, sotto la pioggia che lui adorava ma che lo avevo fatto scivolare via con sé.

Né Ale, né Laura ormai cercavano più di tirarmi su di morale, lo capivano da quella continua espressione demoralizzata persa nel vuoto che nessun tentativo sarebbe bastato a rimettermi in sesto. Spesso avevano però cercato di farmi uscire, ricordandomi che la vita era lunga e che io avevo appena compiuto diciotto anni. Bastardi diciotto anni. Assaporare la libertà per poi vedersela negata. Infami diciotto anni.

Era marzo. Tre mesi di angoscia. Tre mesi nel buio in cui nemmeno il più piccolo spiraglio si era aperto. In cui il dolore squarciava mano a mano il mio cuore fermo e senza spinta un taglio sempre più grande. E non accennava mai a ricucirsi.

Tre mesi.

Novanta giorni.

Duemilacentosessanta ore.

Centoventinovemila e seicento minuti.

Sette milioni settecentosettantaseimila secondi.

Io non avevo trovato il coraggio di stare con Lui.

Viveva. No.

Come me non viveva. Steso in quel letto di ospedale di cui non conoscevo né il numero di stanza, né il piano, non viveva. Aspettava il giudizio che lo avrebbe tolto dalle mie mani, dai miei pensieri. Dal mio cuore no. Ci sarebbe sempre rimasto.

Lui che amava la pioggia che lo aveva rapito.

Lui che amava me che lo avevo lasciato fuggire.

Semplicemente lui che aveva saputo capirmi, amarmi, desiderarmi come nessuno era mai stato in grado di fare. Ed ora, respiro dopo respiro lo stavo perdendo in quel buio in cui lui osava sempre rifugiarsi, in quel vuoto che lui diceva sempre di apprezzare. Nel nero più profondo lui aveva sempre vissuto, sino a trascinarmi con sé per farmi provare tutte le emozioni che in tutta la mia vita non ero mai stata capace di cogliere.

I suoi occhi blu. I suo capelli. Le sue spalle. Il suo dolore mi affascinavano.

I suoi muscoli. Le sue labbra. Il suo profumo. Le sue mani mi eccitavano.

In essi mi perdevo. E come io perdevo, ora non avevo il coraggio di lasciar cadere ancora una volta il mio sguardo su ognuno dei quei particolari che mi avevano rapito.

Pian piano fallivo. Pian piano mi disprezzavo. E non avevo mai avuto la forza di rialzarmi. Come se mi trascinassi di qua e di là senza un apparente motivo reale per farlo. Andavo a scuola, fumavo, ascoltavo. Annuivo quando serviva e poi quando tornavo a casa lasciando che i saluti di tutti mi accompagnassero senza ricevere risposta, spegnevo il cellulare, aprivo la nostra ultima conversazione su MSN, mi buttava nel letto e cercavo morire. Almeno per un po’ di ore, morire e sentirmi più vicina a lui come mai.

Il sonno era sempre pesante ed ogni volta mi svegliavo sempre più stanca. Gli incubi si accavallano minacciosi nella mia mente in preda al panico. Una fottutissima paura.

Immagini veloci lo stupro il sangue lui lo picchia sorride ho paura lo prende lo gira mi gira mi vuole mi stupra mi uccide. Non riuscivo nemmeno a calcolare la quantità di ricordi che il mio cervello assorbiva eppure il mio cuore le sentiva tutte.

E faceva male da morire.

Come faceva Lui, da solo, a sopportare tutto questo?

Dio. Aiutalo. L’ennesima vana preghiera che mi consumava il poco fiato rimasto da sprecare inutilmente verso il cielo.

Aiutalo.

LUI

Vuoto. Silenzio.

Ancora buio. Senza battito.

Perso. Fottuto.

Stregato.

Disperso.

Allontanato.

Emarginato.

Escluso.

Potevo sentire ogni cosa da lì. Senza capirla, ovvio. Stavo morendo.

Non so quanto tempo fosse passato da quando sotto la pioggia con il pugno destro colmo d’ira era stato tirato sotto da un taxi.

Il tempo è sempre stato una misura relativa.

Lì ora, quando secondo dopo secondo stavo morendo, però capivo che quel tempo era stato dannatamente lungo perché i miei sensi, forse smarriti, non aveva ancora incontrato il suo dolce camminare, le sue labbra schiudersi per pronunciare qualche lieve parola.

Lei non c’era. E non c’era mai stata.

Ora io me ne andavo.

Senza di lei.

Un sospiro. Forse l’ultimo. Me ne vado.

È la fine. Ma ti amo.

LEI

Un colpo di vento. Una frustata forte sul collo. Mi sveglio all’improvviso così, sorpresa da quella fitta che mi aveva colpito in un solo istante, come un lampo di luce.

Cos’era stato?

Quando aprii gli occhi tutto nella stanza attorno a me era normale. Nulla infatti sembrava essere fuori posto. Il cellulare spento e sicuramente vuoto era ancora appoggiato al comodino dietro al letto. Il computer trasmetteva la stessa noiosa immagine dello screensaver da ore. La finestra era aperta e lasciava così che una brezza leggera appena primaverile trasportasse al mio naso un leggero profumo di fiori che m’intorpidivano il corpo e riportavano alla mente il dolce sapore della sua pelle.

Le mie membra stanche cercavano invano di catturare quel suono, rumore, profumo, odore che mi avevano svegliato dal letargo mentre sentivo le prime avvisaglie di un temporale. Le prime gocce scandivano il tempo sulle foglie degli alberi del mio condominio in un lento suono che ricordava quello di un metronomo. Avevo imparato ad amare la pioggia come lui mi aveva insegnato. La pioggia che nascondeva quella leggera semplicità capace di farti amare, soffrire, piangere e gioire mentre quella ti si scioglieva lungo i vestiti e ti lasciava attaccato al corpo un sapore inconfondibile.

Dio, sì!…

Amo la pioggia.

Rimanevo ancora sdraiata sul letto con gli occhi aperti a fissare il soffitto bianco di camera mia, l’unico posto che mi rendeva inerme a tutto quello che mi circondava ed a tutto il dolore, e restavo ad ascoltare il leggero ticchettio della pioggia sulla grondaia e sulla finestra bianca come se fosse l’unica musica che volessi e potessi ascoltare.

Era martedì, il giorno dopo sarei dovuta tornare ancora a scuola, ancora per altri tre mesi che sembravano interminabili e dopo di quelli la maturità, ma non me la sentivo di festeggiare né tantomeno di pensare che dopo quella sarei stata definitivamente libera di scegliere, di fare, di vivere. Ora quello non mi era più possibile.

Erano le 03.05 quando quella ventata improvvisa mi aveva scossa dal mio assopimento. Era tardi ed ero finalmente sveglia senza aver la minima voglia di riprovare a prendere sonno. Così, presi il cellulare una prima volta, poi convincendomi che non me lo sarei dovuto portare con me – nessuno mi avrebbe chiamato -, presi l’ iPod e dopo aver indossato qualche indumento che mi coprisse dal freddo notturno, uscii di casa lasciandomi investire da quell’ondata di buio, gelo e silenzio.

Ma stavo bene. Finalmente respiravo quando sentivo il naso impietrirsi per l’aria ghiacciata penetrarmi fino al cervello. Quando aprendo la bocca vedevo la condensa che una volta aveva coperto i nostri volti, che ora mi svelava la realtà di quel dolore lancinante che provavo giorno dopo giorno. Ma ora stavo bene.

Indossai le cuffie rosa e premetti “canzoni casuali” sul mio lettore mp3.

“Kiss The Rain” dei CCR.

Sì, una volta l’ho baciata la pioggia. Era dolce, era forte. Aveva il suo sapore, aveva il suo odore. Aveva i suoi ricordi.

La pioggia era Lui. In essa mi perdevo mentre sentivo l’acqua entrare fin sotto i miei vestiti e non avendo la benché minima voglia di aprire l’ombrello che senza motivo – non lo avrei mai usato – mi ero portata dietro.

D’improvviso percepivo tutti quei piccoli particolari di una città apparentemente morta che io attimo dopo attimo assaggiavo e calpestavo senza veemenza e senza paura. Sentivo il rumore delle mie scarpe che sembravano cigolare ad ogni passo quando l’acqua veniva compressa contro l’asfalto.

Il rumore di macchine lontane che sfrecciavano, probabilmente taxi – ed a quel pensiero rabbrividii intensamente – e il rumore che gli pneumatici provocavano quando attraversavano una pozzanghera bagnando i marciapiedi.

Il suono dei semafori per ciechi che a tratti emettevano quel lungo segnale acustico per avvisarli che era verde. Ma l’unica cieca in quella città, a quell’ora ero solamente io. Così mi sentivo infatti. Una ragazza mutilata dei propri sensi perché fino a quel momento in quei tre mesi non erano serviti a nulla. Anestetizzati, inutili. Superflui.

Non guardavo. Non sentivo. Non toccavo.

Una cieca in un mondo di sordi in cui nemmeno il più generoso di tutti era stato capace di ascoltare il dolore che possedevo e covavo nel petto. Solo Lui mi avrebbe potuto aiutare, ma era proprio lui la causa del mio dolore. La sua scomparsa.

Continuai a camminare senza fermarmi agli incrocio come se la mia vita improvvisamente, come lampi fulgenti, prendesse valore e poi lo riperdesse subito. Non cercavo nei lunghi cartelli stradali le indicazioni per arrivare all’ospedale di Milano, ma andavo avanti alla ricerca del suo profumo che sicuramente non aveva ancora perso. Lo sentivo dell’aria, quel suo delizioso odore come mix di nicotina e Davidoff che ora si era intriso di pioggia. Quell’ultima che lui aveva visto e sentito.

Giro a destra. Ogni volta che la canzone finiva la mandava daccapo. Volevo ascoltarla, ascoltarla ed ascoltarla ancora.

Anche se da sola lungo i marciapiedi di Milano non mi sentivo smarrita. Al contrario, passo dopo passo stavo ritrovando la strada. Stavo scoprendo il mio scopo. Stavo dando un senso a quella lunga passeggiata solitaria sotto la pioggia gelida, e stavo dando un senso alla mia vita.

Per la prima volta, dopo tre mesi, quella notte, quel giorno, in quei secondi in cui il mio piedi poggiava terra lasciandomi assalire dai dolci ricordi del nostro bacio, in quegli istanti in cui ogni macchina passandomi accanto m’illuminava con i fari lucenti allo xeno facendomi sobbalzare presa dalla paura, stavo respirando. Stavo vivendo.

Resuscitata.

“Alive” dei Pearl Jam.

“I’m feel alive”.

LUI

Tum.

Bip.

Elettrocardiogramma piatto.

LEI

Nuova. Diversa. Dopo troppo tempo compariva il sorriso sulle mie labbra quando imperterrita cambiavo freneticamente canzone per cercarne una nuova e sempre più rapidamente aumentavo il ritmo dei miei passi.

Mi avvicinavo sempre più, quando sentivo di nuovo il cuore battere forte, come sotto la neve. Non più freddo e glaciale, ma caldo e passionale. Ora ero pronta. Lo aspettavo, forse per l’ultima volta e poi saremmo stati insieme a camminare, scoprire e fare l’amore sotto la pioggia. Finalmente.

Chiamatelo intuito femminile, chiamatelo sesto senso, chiamatelo istinto. Chiamatelo come cazzo vi pare: io sentivo il suo cuore battere nel mio.

Sentivo le sue mani così vicino che si chiudeva sul mio seno. Il suo fiato prendere aria dai miei polmoni. Scoprire il mio amore e liberarsi del suo.

Lo sentivo nell’aria quando sferzava il mio viso scompigliando i capelli che non avevo sistemato quando mi ero svegliata.

Lo sentivo nelle gocce che s’incastravano nel mio Abercrombie.

Lo sentivo nella Lucky Strike che non gli avevo scroccato ma che aspiravo intensamente come se ogni milligrammo di nicotina mi ricordasse la sua bocca carnosa e rossa.

Lo sentivo nei commercianti svegli alle 4 del mattino che attendevano che anche l’ultimo sospiro di sonno se ne andasse prima di iniziare il proprio turno nei marcati.

Lo sentivo nelle voci vane dei pendolari internazionali in preda al panico per la riunione del pomeriggio o per il contratto da firmare.

Lo sentivo nelle mie mani che, calde, tremavano infreddolite.

Lo sentivo in me. Come un orgasmo.

Dolce, lento, da assaporare, da assorbire, da godere istante dopo istante.

Quando, sospesa nei ricordi e in questi raminghi pensieri, mi ritrovai di fronte al parcheggio dell’ospedale, titubai. In quel momento, infatti, avevo paura. Le mie sicurezza crollavano come una ragazza troppo forte nelle speranze e debole nei fatti. Ora dovevo effettivamente verificare che tutto quello che avevo provato fosse giusto o fosse semplicemente una inutile, fiacca sensazione. Una teoria. Senza la pratica.

Con la mano destra gettai la sigaretta lontano, ma rimase incastrata tra le dita bruciandomi il dito sotto l’unghia. Un dolore che ormai non potevo provare. Non in confronto a quello che avevo passato o al desiderio di spezzare l’incantesimo che mi teneva prigioniera. Camminai verso l’entrata, ogni passo sempre più pesante, sempre più intenso finchè non rimasi incantata di fronte alla luce bianca della scritta HOSPITAL.

Fremevo in attesa di trovare quella fonte di coraggio, l’ultima che mi era rimasta in quei mesi, in quella notte. Quando accennai a colmare la distanza che separava esterno/interno, vacillai. Quasi per rinunciare.

Mi do una spinta. Ce la devo fare. Lascio ricadere il piede al di là della soglia.

“Arrivo” pensai. Stavolta ti salvo io, Filippo. Continuavo a chiamarlo con quel nome. Non mi ero mai azzardato con soprannomi come “piccolo, cucciolo, micio”, non mi piacevano e lo facevano sembrare impersonale. Lui era Lui, era Filippo e non era nient’altro che mio.

“The Carpal Tunnel Of Love” dei Fallout Boys.

In quell tunnel carpale che non era fatto di amore ma di luce quasi trasparente mi apprestavo al mio giudizio solenne che avrebbe segnato per me l’inzio di tutto e la conclusiva fine di ogni sogno, di ogni speranza.

LUI

Tum.

Bip.

Elettrocardiogramma piatto.

LEI

Tum tum tum. Era il mio?

Sentivo i miei 120 battiti al minuti rimbombare nella mia cassa toracica mentre impaziente, senza urlare, chiamavo una qualsiasi infermiera che mi potesse aiutare. Sembrava uno di quei film americani in cui tutto può succedere, e quando accade, succede sempre ad orari incredibili nelle peggiori delle circostanze. Come sempre.

«Salve, signorina. Mi dica pure» con una gentilezza quasi fuori luogo anche per l’ora a cui l’avevo interpellata, l’infermiera Carla si stava rivolgendo a me.

Panico. Emozione.

«Stavo cercando Filippo Asti» cercai, a monosillabi, di dirle.

«Sono spiacente. Non posso darle il numero della camera e poi direi proprio che l’orario delle visite è finito da molto e non inizierà prima delle dieci del mattino. Posso fare altro?» non dimostrava più quel sorriso e quella predisposizione ad aiutare come prima.

«Sì. Può dirmi la camera del signor Asti» continuai risoluta e convinta che non me ne sarei mai andata lontano da quel bancone, anche se avessi dovuto aspettare le dieci.

«Come le ho già spiegato non è…» provò.

«Non me ne fotte né se me lo ha già spiegato, né se non si può. Io lo devo vedere, mi capisce? Io…» osai un disperato tentativo di spiegarle cosa stava succedendo e come stavo senza successo. Stavo ricadendo in quella orribile sensazione di smarrimento e perenne delusione quando vidi la mano di Carla porgermi un pacco di fazzoletti che rifiutai scaraventandoli via con una sberla.

Lei mi guardava attonita mentre io, piccola ragazzina come mi sentivo in quei momenti, avevo cominciato a piangere e singhiozzare. Mi aveva battuto, cazzo. Mi aveva fregato.

Non avevo più speranze ormai.

Poi gettando lo sguardo oltre la mie mani bagnate dalle lacrime vidi il foglio che indicava il numero di stanza di ogni paziente. Con gli occhi lo sfoglia riga dopo riga. Il cuore aveva ripreso a battere come poco prima mentre un accattivante sorriso si dipingeva sul mio volto maligno.

224. 2+2+4=8. Perfetto.

In un esplosione di gioia e liberazione mi voltai dando le spalle alla poco gentile infermiera, chiedendomi allora perché si fosse data la briga di alzarsi dalla sedia per servirmi per poi stare lì a fissarmi mentre distrutta dalla disperazione io piangevo. Poi scattai. Dovevo raggiungere il secondo piano alla stanza numero 24. Lì mi aspettava.

Corro, corro a più non posso, corro a perdi fiato – non ci sono migliori espressioni per definire la mia fuga improvvisata – per raggiungere le scale che portavano ai piano sopraelevati.

«Fermati fermati» gridava Carla cercando invano di seguirmi dove ero diretta. Correvo inseguita più dalle sue parole che dal suo corpo. E sicuramente come anche lei sapevo non mi sarei mai fermata di fronte a quelle finte minacce.

L’ansia mi faceva saltare due gradini alla volta. Questa volta li salivo, però.

Due gradini. Altri due. Altri due. Un’eco mi giungeva all’orecchio. Carla non esitava nella sua folle rincorsa alle 4 del mattino verso di me nella tromba delle scale e nei corridoi del primo piano. A volte questi mi facevano tremare per il dolore che i muri portavano con sé. A volte mi facevano ansimare per il pensiero della fatica che avevo fatto quella notte, un’ora prima, per alzarmi e per percorrere gli otto chilometri che mi separavano da Lui.

Le pareti bianche si susseguivano una dopo l’altra intervallate da porte color blu indaco con varie targhette affisse di fianco a queste ultime. Dr., dr., dr. 122. 123. 124.

Contavo i miei passi ed i miei respiri seguendo i numeri delle porte delle stanze da ospedale.

L’ultima rampa di scale.

L’ultima eco di Carla.

«Ti ho detto di fermarti o chiamo la sicurezza» ultimo vano tentativo di fermarmi.

“Nightfall” dei Blind Guardian.

Era quella notte. Ero io. Era quella fottuta camera. Era quel letto in cui era lui.

Erano tre mesi passati nel buio che mi avevano tolto tutto. Mi avevano lasciato solo una piccola inutile goccia di pioggia, l’ultima che aveva accarezzato il suo viso insanguinato, carica di speranza.

Due gradini ancora. Ormai il fiato dell’infermiera responsabile di quel turno non si sentiva più. Ero sola e felice di esserlo.

Sono di fronte al mio corridoio. A quei lunghissimi venti metri da percorrere. A quelle 2° stanze prima della sua. Sono di fronte alla mia angoscia che mi intima di fermarmi, tornare indietro, di non farlo. Sono di fronte a quello che mi ha terrorizzato per troppo tempo.

Sono di fronte al mio sogno.

Sono di fronte a quell’unica cosa che mi ha fatto vivere per una settimana prima che si spegnesse quasi definitivamente. E se lo avessi trovato morto? Senza fiato? Senza cuore?

Senza vita. Faccio un passo. È un precipizio quello che mi aspetta dopo aver aperto la sua porta non sapendo nemmeno se ci sarei poi riuscita. La mia impresa.

Scoppio a ridere. Scandalizzata per il rumore che irrompe nel corridoio del secondo piano. Perché rido?

Non lo so. Non lo so. L’emozione, la paura, la follia che mi prende il cervello mi fa avanzare sempre sorridendo. Lasciando andare via la paura su quelle piastrelle bianche che riflettono la mia immagine. Mi giro a destra.

Occhi spalancati. Impietriti.

Stanza 224.

16

LAY YOUR HANDS ON ME

LUI

O

rmai faceva male da morire. Non si respirava più come in una stanza troppo piccola per venti persone. L’aria viziata che turbava il lento mio respiro. Affannoso. Avanti e indietro, contavo a lunghi passi quel buio. Perché sì, era buio. Non c’erano una dimensione, un punto di riferimento. Ero perso. Così mi sentivo da mesi. Solo. Perso. Illuso. Io, solo.

Vivevo e non vivevo in quella sorta di quarta dimensione in cui in realtà, pur non esistendo, esistevo solo io. Non respiravo, non ne ero capace. Non sorridevo, non vedevo, non sentivo. Non toccavo nulla e tutto mi circondava in incognito senza che potessi interagire con esso. Ero continuamente spaventato, non più intrepido come ero sempre stato, ma terrorizzato di non poter più fare nulla di tutto questo.

Sentivo a volte le voci attorno a me concitate nello sparare sentenze sul fatto che mi risvegliassi oppure no, non capendo poi per quale motivo si riferissero a me così.

Giocavo in un’altra vita in quel buio perenne che non accennava a svanire. Vagavo di qua e di là alla ricerca di Lei senza riuscire mai a trovarla. Avevo incontrato mio padre, Marco, il Gialdo ognuno dei quali per più o meno tempo si fermava, alcuni parlavano altri piangevano. Riconoscevo il loro dolore, la loro apprensione, i loro profumi.

Ma in quella zona di terrore non avevo mai sentito il suo. Così dolce.

Così suo che l’avrei riconosciuto ovunque. Eppure non c’era e mi sentivo morire definitivamente come continuavo a ripetermi battito dopo battito.

Sognavo, senza occhi capaci di vederla, d’ incontrarla ancora. E pioveva, come quella notte, non nevicava come quell’altra. E lei era lì ad aspettarla mentre ogni goccia che cadeva portava con sé la sua essenza meravigliosa di donna e di ragazza che in quel lampo di luce avevo scoperto di amare. Di desiderarla diversamente da come avevo sempre pensato. Perché volevo viverla.

In quel dannato buio pensai a quella intensa poesia che Neruda era stato capace di pensare. Ricordavo a pezzi, la mia vita frammentata da intervalli in cui il buio aveva avuto il sopravvento e mi aveva portato via i dolori e le gioie ma non era riuscito a scalfire quell’onda misteriosa di luce che La rappresentava nella mia fervida memoria.

Ricordavo ancora il suono che le sue labbra facevano quando le posava sulle mie.

Ricordavo i suoi capelli che si alzavano ritmicamente quando correva persa nel vento.

Ricordavo il suo corpo femminile ed arrapante quando si appoggiava sul mio.

Ricordavo le sue mani che giocavano con gli orecchini.

Ricordavo quando la neve si posava su di lei.

Ricordavo ancora di amarla. L’amavo.

L’amo ancora.

Tutto il resto rimaneva disperso nel buio in cui non ero capace di afferrarlo e trarlo a me. E forse.

Forse stavo piangendo.

Profumo di Lei.

“Non t’amo come se fossi rosa di sale, topazio

O freccia di garofani che propagano il fuoco:

t’amo come si amano certe cose oscure,

segretamente, tra l’ombra e l’anima.

T’amo come la pianta che non fiorisce e reca

Dentro di sé, nascosta, la luce di quei fiori;

grazie al tuo amore vive oscuro nel mio corpo

il concentrato aroma che ascese dalla terra.

T’amo senza sapere come, né quando, né da dove,

t’amo direttamente senza problemi né orgoglio:

così ti amo perché non so amare altrimenti

che così, in questo modo in cui non sono e non sei,

così vicino che la tua mano sul mio petto è mia,

così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno.”

Spalanco gli occhi. Apro la bocca per prendere respiro. Incurvo la schiena come sospiro di sollievo. Ancora non ci credo.

Sono vivo.

Inspiro forte. Poi mi ributto sul letto.

Finalmente dormo.

Tum tum tum.

Ti amo, Michi.

LEI

Sono di fronte all’ultimo ostacolo, di fronte all’ultima sfida che mi potrà dare l’esito della vittoria o della sconfitta. L’incertezza si era ormai impadronita di ogni più piccola parte del mio corpo senza che io me ne fossi realmente resa conto. Così il mio cuore ansimava nel petto prima che la mia mano si potesse poggiare sulla maniglia argentata della porta di Lui.

Avevo due scelte.

Sarei potuta rimanere lì, non sapere tutto quello che gli era successo e non sapere nemmeno se avrebbe passato la notte, voltarmi e tornare indietro cercando di dimenticare e continuando così a vivere come avevo sempre fatto nella mia noiosa routine quotidiana in cui c’era scuola, amici, genitori pressanti e la ricerca di un ragazzo che forse non mi avrebbe mai dato quanto lui.

Sarei potuta entrare, abbassando la maniglia, tentare, buttarmi, rischiare drasticamente tutte le mie sicurezze sul futuro e cercare di capire che buttandomi avrei trovato il coraggio poi per risalire insieme a me. Banale sarebbe stato dire che lui era la mia ancora di salvezza. Questo l’avevo già colto nel suo primo sguardo. Eppure era anche normale che io avessi una fottuta paura nel buttarmi in quel qualcosa di cui fino a poco tempo prima non conoscevo nemmeno l’esistenza. Chi era Lui per avermi costretta a tutto questo? Che cosa aveva fatto Lui per costringermi a questo dolore?

Qualsiasi domanda che cercavo di pormi come soggetto aveva solamente Lui. Lui sempre Lui.

Era una presenza costante nella mia testa così che era inevitabile pensare che in ogni caso mi sarei dovuta buttare, che avrei dovuto rischiare tutto per avere in cambio molto di più. Avrei dovuto gettarmi tra le sue braccia morte, sfiorare ancora le sue labbra prive di sensi e cercare di cogliere quell’ultimo battito, quell’ultimo respiro dei suoi organi.

Decisi che era tempo di cessare di essere chi ero e cominciare ad essere chi sono.

Io sono quella che adora il rischio, io sono quella che osa, quella che non rinuncia.

Io sono quella che sfida.

Abbasso la maniglia mentre sento un leggero ma grosso magone salirmi fino alla bocca. Come se smettessi ad un tratto di respirare o di esistere. In un istante solo, quando apro la porta della stanza 224, sento tutto quanto precipitarmi addosso.

Il suo battito cardiaco oscilla tra i 55 e i 60. A volta cede, a volte si riprende. Ma è sempre lì, fermo immobile, che sembra quasi morto. O forse lo è per davvero.

Non ci voglio pensare, non adesso, ora che già la follia mi pervade la mente. Faccio qualche passo nella sua direzione. In quella stanza di rianimazione c’è solamente Lui. Solo come è sempre stato. Bello come nemmeno io me lo ricordavo. I capelli neri.

Le palpebre rosate che coprivano i suoi enigmatici occhi azzurri che io desideravo svelare nuovamente. Mi avvicino. Non sento più il suo fiato. Non ha più il suo profumo perché quell’ambiente antisettico lo avevo privato oltre che della vita anche di ogni fragranza che lo aveva sempre circondato. Era disteso lì. Semplice. Avvolto nelle tenebre che non erano mai state penetrate dalle luci alogene sopra il suo letto. Quelle stesse luci che ora mi facevano male al viso. Troppo forti.

“Lay Your Hands On Me” di Jon Bon Jovi.

Senza nemmeno accorgermene stavo ancora ascoltando la musica che suonava nelle mie orecchie riempiendo almeno quella specie di vuoto che quella notte mi angosciava.

Mi avvicino. Manca poco più di un metro.

La sua schiena s’incurva, come a formare un C, le braccia si distendono all’improvviso per sostenere il peso del corpo.

Spalanca gli occhi mentre il loro colore azzurro ghiaccio si libera dal velo che non gli permetteva di vedere. Ora vede nel buio.

Non mi vede, mi sente.

Apre la bocca, cerca la sua aria, per respirare per vivere ora che si è tolto il respiratore. La spalanca ancora di più, quel poco ossigeno non gli basta. Un rumore sordo mentre tutte le ossa scrocchiano ripetutamente.

Butta fuori l’aria.

Si riaccascia sul letto. Sdraiato.

È vivo. Ora, amore, puoi dormire.

Sulle note della canzone, le mie mani tremolanti si plasmano sulle sue. Ora non piango. Piange lui, dolce è libero da tutto che ha liberato anche me.

Grazie di nuovo.

Mi avvicino al suo volto con le labbra, bacio le sue lacrime come se mi dissetassero. È la sua pioggia che cade libera dai suoi occhi dolci per me. Ora di nuovo chiusi ma che si apriranno. Ad ogni bacio il suo battito sale. 110, 120, 130.

Fuori diluvia. Il rumore è assordante. Ma la pioggia più bella è quella che scivola nella mia bocca. Un sapore dolceamaro toccante che m’inebria, mi risveglia, m’incanta e mi conforta in quella notte in cui tutto aveva temuto la fine, prima di iniziare definitivamente.

Ed ora lì, non più assopita, ad assistere a quel miracolo che ci aveva salvati.

È valsa la pena di rischiare, perché ora senza rimpianto lo amerò.

Gli stringo forte la mano. Stringimela!

Mi addormento su di Lui.

Ti amo, Filippo.